Il triangolo delle Senkaku

Questo post è la naturale continuazione del mio precedente contributo sull’argomento.

Di nuovo rispetto ad allora ci sono la proposta del governo di Tokyo di acquistare le isole e le conseguenti reazioni della Cina: proteste degli attivisti e invio di 1000 pescherecci verso le isole.
La situazione non è per niente in discesa e anche i mercati finanziari cominciano a soffrire per il prolungarsi di questa crisi, proprio nel momento in cui il mondo si aspetta che l’Asia ricopra un ruolo di primo piano nella ripresa economica globale. Ad intricare le cose si è anche aggiunto l’improvviso decesso del nuovo ambasciatore giapponese in Cina, nominato solo due giorni prima.

Vediamo il quadro generale. Un articolo di Francesco Sisci sull’Asia Times, tradotto da Limes, aggiunge alcuni elementi al background che già conosciamo. Si parte dalla premessa che spiega come mai l’onda lunga della disputa nippo-cinese è suscettibile di far dispiegare i suoi effetti nel resto del mondo:

In tempi normali, una lite tra la seconda e la terza economia più grande del mondo è importante. In tempi di crisi, quando la potenza numero 2, la Cina (Prc), è il maggior contribuente alla crescita economica del resto del mondo, diventa fondamentale per tutti.

L’articolo è da leggere tutto. Ma c’è un passaggio in particolare che introduce un attore nuovo sulla scena. Argomentando – tra le varie ipotesi – che il rinfocolare della disputa non sia altro che un piano di Pechino per mobilitare l’opinione pubblica a Hong Kong e Taiwan e poi fare pressione su Tokyo, Sisci afferma:

Paradossalmente, la disputa sui confini con il Giappone potrebbe accorciare la distanza tra Cina e Stati Uniti. In verità, gli americani sono estremamente attenti a tutte queste polemiche in uno dei mari più trafficati del mondo, e sono ancor più preoccupati dalla crescente presenza militare della Cina nella regione. Ma gli attuali sviluppi creano una situazione in cui per Washington non è facile prendere una posizione, perché deve scegliere tra due vecchi alleati, Taiwan e Giappone, mentre un terzo alleato, la Corea del Sud, è sempre più riluttante a partecipare a un’ennesima alleanza per difendere solo qualche isolotto.

Se davvero, come scrivevo l’altra volta, l’oggetto del contendere non sono i (presunti) giacimenti energetici nei fondali circostanti gli isolotti, bensì la posizione strategica degli stessi,b l’esame della situazione deve tener conto anche della posizione americana. La disputa sulle Senkaku diventa così un triangolo di cui Washington è il terzo vertice.

Il Segretario alla Difesa USA Leon Panetta, in una visita a Tokyo di due giorni, si è limitato ad invitare le parti alla moderazione. Formula in diplomatichese che trasfigura le incertezze degli USA nell’assumere una posizione sulla vicenda. The Diplomat ricorda che all’inizio era stato il Giappone ad invocare il sostegno degli USA – d’altra parte, la scelta di assegnare le Senkaku a Tokyo era stata presa da Washington nel 1972. In effetti, alcuni analisti non hanno mancato di notare che le tensioni con la Cina sono aumentate in concomitanza di una serie di esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Giappone. Nel frattempo, Hillary Clinton si è recata a Pechino per rinsaldare i legami tra le due superpotenze.
In altre parole, gli Stati Uniti hanno rimescolato le carte, mantenendo un’ambiguità non dissimile da quella che ha caratterizzato la loro politica nei confronti di Taiwan per più di tre decenni. Non hanno alzato la voce in favore di Tokyo come quest’ultima si aspettava. O almeno, non pubblicamente, il che peraltro non esclude un tacito avallo della causa nipponica. Oppure, più prosaicamente, può darsi che Obama non stia facendo nulla perché non sa cosa fare. Le due ipotesi aprono due opposti scenari: nel primo, l’America sta tentando di destabilizzare la regione per indebolire la Cina, nel secondo, l’America si ritrova risucchiata in una disputa da cui non sa come uscire.

Per azzardare una risposta, diamo uno sguardo ad un ultimo dettaglio da esaminare. Un articolo del Financial Times, tradotto da Linkiesta, svela un retroscena:

Le tensioni regionali sono aumentate quando gli Stati Uniti hanno annunciato i piani per lo spostamento della propria forza navale dall’Atlantico al Pacifico da un 50/50 di divisione delle risorse fino a un 60/40 entro il 2020. I funzionari del Pentagono hanno descritto questa mossa come uno sforzo per concentrare maggiormente le proprie forze su una regione dove la crescente influenza economica e militare sta causando attriti con i vicini.
La Cina e le Filippine sono in stallo da aprile sul Reef di Scarborough, nel Mar Cinese Meridionale, isole su cui pendono le pretese di entrambi i paesi.
Un sistema di radar missilistico sarà posizionato da qualche parte nel sud del Giappone, aggiungendosi al già esistente radar X-band situato a Shariki, nel nord dell’isola di Honshu. Un funzionario statunitense ha insistito sul fatto che la decisione di espandere le capacità delle difese missilistiche fosse una risposta all’«aggressione nord-coreana». Oltre ad aver aumentato l’arsenale di missili balistici, il Nord-Corea, in aprile, ha testato, fallendo, missili a lungo raggio.
Comunque in Cina crescono i sospetti che il vero obiettivo del nuovo radar siano i suoi investimenti pesanti in nuovi missili e la creazione di un deterrente nucleare.
«Le accresciute capacità anti-missilistiche sviluppate dagli Stati Uniti sono, così pare, finalizzate ad opporsi alla capacità di Pechino di limitare l’influenza del potere statunitense sulla Cina» ha detto Li Bin, un esperto cinese sulle questioni nucleari che lavora ora presso il Carnegie Endowment.

La strategia di containment voluta da Obama inizia a mostrare le sue crep.

Annunci