Entro pochi giorni sapremo se Israele attaccherà l’Iran oppure no

La questione del possibile attacco di Israele all’Iran per arrestarne il programma nucleare giunto già in fase avanzata è un’evergreen dei dibattiti di politica internazionale da vent’anni, ma in questi giorni se ne parla sempre con maggiore insistenza. Perché forse stavolta l’attacco potrebbe esserci davvero.
Per spieganre le ragioni, prendo le mosse da un articolo dell’analista americano John Hulsman intitolato pubblicato su sul quaderno speciale di Limes Media come armi“, intitolato “Idi di settembre“.

Secondo Hulsman, le indicazioni trapelate dai i colloqui riservati tra Obama e Netanyahu alla Casa Bianca in marzo sono preoccupanti. Il premier israeliano ha assicurato di non aver preso nessuna decisione definitiva circa un eventuale attacco all’Iran, impegnandosi a concedere alle ultime sanzioni (in vigore da luglio) un periodo di prova per verificarne l’efficacia. Il problema è che i due alleati, pur trovandosi d’accordo su alcuni punti, traggono conseguenze politiche diverse. Un rapporto dello scorso febbraio afferma che l’Iran è in possesso di circa 100 kg di uranio arricchito al 20%: se arricchito al 90%, sarebbe una quantità sufficiente per fabbricare 4 bombe. Benché sia necessario almeno un anno per assemblare un ordigno nucleare e almeno altri 18-24 mesi per montarlo su un missile Shabab 3, i servizi segreti USA calcolano che al più tardi di Natale (2012) Israele perderà la possibilità di impedire militarmente l’acquisizione dell’atomica. Ma il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha più volte affermato che il punto di non ritorno sarà varcato a inizio autunno. Per allora il reattore iraniano di Fordow, situato in una montagna vicino alla città di Qom a 60 metri di profondità e irraggiungibile alle bombe attualmente a disposizione dell’aviazione di Tel Aviv, avrà prodotto abbastanza uranio arricchito da rendere il programma nucleare di Teheran inattaccabile. Ma Obama non ha dato il via libera ad un raid israeliano, né ha promesso di intervenire direttamente in caso di fallimento delle sanzioni.
Ora, che Israele avrebbe attaccato l’Iran entro Natale (2011, questa volta) si diceva già un anno fa. Perché stavolta la minaccia israeliana dovrebbe essere più concreta? Secondo Hulsman, per il semplice motivo che i piani bellici di Netanyahu si legano a doppio filo alla congiuntura elettorale negli USA.
Tirando le somme, Obama ha gestito la politica estera americana in tono dimesso, smorzando gli eccessi di Bush senza però proporre una valida alternativa. Una prudenza che per il presidente in carica si è trasformata in un elemento di forza: secondo i sondaggi, gli americani considerano Obama un leader più capace in politica estera rispetto all’avversario Romney. Ma il dossier Iran potrebbe rimescolare le carte: i repubblicani rimproverano alla Casa Bianca di scarso sostegno ad Israele e fanno pressione affinché essa sostenga incondizionatamente qualunque decisione Tel Aviv sceglierà di adottare. La corsa di Obama per il secondo mandato passa anche attraverso la Florida, Stato elettoralmente strategico e a forte presenza ebraica. Stretto tra due fuochi – Israele da una parte, repubblicani dall’altra – a meno di due mesi dal voto, il presidente potrebbe essere costretto perseguire verso l’Iran una politica basata sulle priorità degli israeliani, anziché su quelle di Washington. Viceversa, in caso di rielezione Obama avrebbe una forza negoziale maggiore nei confronti di Netanyahu e potrebbe così opporre il suo rifiuto ad ogni iniziativa di quest’ultimo.
Pertanto, conclude Hulsman, l’attacco sarà a settembre, oppure non sarà. Il fatto che quindici giorni siano già trascorsi potrebbe autorizzarci a sperare in bene, ma i segnali che qualcosa può ancora succedere non mancano.

Innanzitutto, Netanyahu ha ribadito che farà di tutto per impedire all’Iran di dotarsi della bomba non più tardi di pochi giorni fa, accusando l’America di avere “troppe incertezze” in merito. In agosto un blogger israelo-americano ha pubblicato in rete un estratto di un dossier contenente un piano d’attacco. Sempre in agosto c’è stato un attentato a turisti israeliani in Bulgaria, e pur senza prove certe Ntanyahu non ha perso tempo ad accusare l’Iran della strage. Infine, l’ultimo rapporto del Mossad che parla di “conseguenze imprevedibili” nell’ipotesi di un Iran nuclearizzato risale a due settimane fa. Si vedano anche le recenti dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi.
C’è poi lo strano caso del Canada, che di punto in bianco ha deciso di interrompere le proprie relazioni con l’Iran, inserendo quest’ultimo – insieme alla Siria – nella lista degli Stati che sostengono il terrorismo. Ok, tra i due Paesi  ci sono stati degli incidenti in passato, ma la repentinità della mossa solleva non pochi interrogativi. E’ da notare che l’annuncio è giunto per bocca del ministro degli esteri John Baird nel corso di una visita ufficiale in Russia, Paese alleato (seppur con riserve) della Repubblica Islamica, nonché fornitore di mezzi e know how per il suo programma atomico.
L’idea più accreditata presso gli analisti è che si sia trattato di una misura prodromica ad un possibile attacco militare a Teheran, posto che Ottawa tende sempre di più ad appiattirsi alle decisioni assunte da Washington (per gli approfondimenti sui rapporti USA-Canada rimando al blog BeYourOwnLeader).

Questo fino a martedì scorso, 11 settembre. Fino all’assalto alla sede diplomatica USA di Bengasi, che ha imposto ad Obama delle scelte nel momento in cui meno avrebbe voluto assumerle. La sua risposta, come nelle previsioni, è stata cauta e decisa nello stesso tempo: forte e irrevocabile presa di posizione sul piano diplomatico contro l’assalto, invio di soldati per proteggere i funzionari d’istanza nei Paesi teatro delle rivolte e dichiarazioni di rispetto nei confronti della religione islamica. Questo per limitare i prevedibili attacchi dei repubblicani che non hanno perso tempo ad accusare il presidente di scarso patriottismo e debole leadership.
Le proteste nel mondo arabo (e non solo) continuano, e gli eventi potrebbero suggerire a Netanyahu di alzare la posta per sfruttare l’ultimo scampolo di vulnerabilità politica del presidente americano. Il quale, in questo momento, ha in mente solo una cosa: la rielezione.

Capitolo Israele. La storia dimostra che, in caso di dubbio circa eventuali minacce alla propria sicurezza, Tel Aviv tende ad agire preventivamente: lo ha fatto contro l’aviazione egiziana nel 1967, contro il programma nucleare iraqeno nel 1981 e contro quello siriano nel 2007. Se fino ad oggi Israele non ha sferrato il colpo, almeno in parte, è perché un’azione diretta in territorio iraniano avrebbe una possibilità di successo solo col decisivo supporto delle forze armate americane. Il reattore di Fordow può essere distrutto solo tramite ordigni anti-bunker, che gli USA si sono sempre coscienziosamente rifiutati di vendere ad Israele, e in ogni caso è dubbio che l’aviazione israeliana, pur mettendo in campo gli oltre 100 aerei considerai necessari all’operazione, sia in grado di finire il lavoro senza l’ausilio di quella americana.
Ma la principale ragione per cui Israele non può attaccare l’Iran è politica, ed è costituita dalle divisioni interne su come affrontare la minaccia iraniana. Per agire, Netanyahu ha bisogno che il governo sia compatto nel sostenere la sua volontà d’attacco. Per tutto il 2011 il primo ministro ha provato a strappare il consenso sull’ipotesi di un’azione preventiva, sostenuto dal ministro degli esteri Barak e dal bellicoso ministro degli Esteri Avigdor Liebermann. Se dimostrerà di aver fatto di tutto per evitare la guerra (ma sono emerse prove che lui abbia falsato i dati sulla minaccia), alla fine il suo gabinetto potrebbe cedere e rassegnarsi all’ineluttabilità dell’attacco. A quel punto la palla passerebbe a Obama.
Sempre John Hulsman, in un precedente articolo sul tema, aveva spiegato che, se quando Israele deciderà di colpire, alla Casa Bianca ci sarà un neoconservatore come G. W. Bush, l’attacco è garantito. Se invece sarà un democratico, l’attacco potrebbe avvenire comunque se Israele incalza, i neocon fanno pressione e il presidente è debole.
La prima e la seconda condizione ci sono già. Sta ad Obama scongiurare l’ultima.