La Somalia ha un nuovo presidente, ma la transizione non è ancora finita

Stato fallito per definizione e priva di un’autorità centrale dal 1991, da lunedì la Somalia ha un nuovo presidenteHassan Sheikh Mohamud.
La sua elezione è giunta al termine di tre tornate: la prima fase ha promosso quattro candidati dagli oltre 25 iniziali, tra cui il presidente uscente Sharif Sheikh Ahmed e l’ex primo ministro Abdiweli Mohamed Alì. La seconda ha ulteriormente ridotto la rosa escludendo Alì e un altro candidato. Nella terza, a sorpresa, Mohamud ha prevalso sul favorito Ahmed per 190 voti a 79.
Per saperne di più sul neoeletto presidente, consiglio le biografie riportate da Reuters, Wikipedia e BBC. Il New York Times lo definisce un accademico nonché attivista politico moderato; AFP sottolinea invece quanto poco il mondo sa di lui, aggiungendo il suo background religioso e i suoi sforzi nei colloqui con al-Shabaab. Wardheer News segnala la sua vicinanza alla Fratellanza Musulmana.
L’elezione di Mohamud è un passo importante nella road map verso la restaurazione politica ed economica del Paese, dopo la nomina del nuovo parlamento e del suo speaker – l’ex ministro del Lavoro Mohamed Osman Jawari avvenute il mese scorso. Ora manca solo la designazione del futuro governo.
Sul piano sociale, sono da rimarcare i progressi compiuti riguardo ai diritti delle donne e alla sicurezza, il che sta incoraggiando molti esuli della diaspora a fare ritorno in patria. Dopo un incubo durato 21 anni, tra i somali cresce la fiducia per il futuro.
Da segnalare anche i progressi nella lotta contro al-Shabaab (qui, qui e qui).
Fin qui, le buone notizie.

Veniamo alle cattive. Al di là del completamento del quadro istituzionale, la road map non può dirsi pienamente riuscita. Con il Governo Federale di Transizione prossimo alla scadenza del suo mandato, nei piani delle Nazioni Unite la transizione avrebbe dovuto completarsi entro una serie di termini che il GFT non è riuscito a rispettare. Da qui il disappunto del Gruppo Internazionale di Contatto (ICG) in luglio e quello delle Nazioni Unite a fine agosto. I ritardi sono principalmente da imputare alle manovre politiche volte a replicare nelle nascenti istituzioni gli equilibri di potere esistenti tra i vari clan. A parte la formalità delle date, l’International Crisis Group, afferma che la transizione è stata segnata da interferenze, intimidazioni e corruzione a livelli senza precedenti. Accuse confermate da un report delle Nazioni Unite, dove si legge che la corruzione ha ricoperto un ruolo importante nella definizione politica del Paese.
Inoltre, mentre il GFT erano impegnato a preveire il riaccendersi delle lotte tra clan, c’era chi, come l’ex primo ministro Muhammad Abdullahi Farmaajo, al contrario soffiava sul fuoco della violenze: il suo ritorno a Mogadiscio è stato caratterizzato da scontri tra alcuni membri del suo clan e i suoi sostenitori del presidente uscente Ahmed.
Anche tra la gente l’entusiasmo non è unanime. Nonostante l’ottimismo a Mogadiscio quando il parlamento ha prestato giuramento, non pochi somali vedono il processo di transizione come antidemocratico, e la nuova Costituzione come una norma imposta dalle Nazioni Unite. Una delle colpe attribuite al GFT è aver implementato la road map senza una visione di lungo periodo, a scapito della trasparenza e di una reale democrazia.
C’è poi la questione delle pari opportunità. Nelle intenzioni, il 30% dei seggi doveva essere appannaggio delle donne. Nei fatti, non pochi anziani dei vari clan si sono mostrati reticenti ad una tale apertura. Oggi le donne rappresentano appena il 16% dei membri del parlamento.
Tutto questo senza dimenticare che una fetta del Paese è ancora nelle mani delle milizie al-Shabaab, che ha già  tentato di assassinare il neopresidente.

Il prof. Michael Weinstein sostiene che il problema fondamentale ( e irrisolto) della transizione è la forma dello Stato: unitaria, decentralizzata, federale o confederale? Il progetto di Costituzione non chiarisce il punto. Ma la questione del federalismo è tutt’altro che secondaria. Dal 1991, diversi Stati sono sorti sulle ceneri della Somalia: il Somaliland e il Puntland su tutti. Si tratta di realtà che non è possibile ignorare, benché la comunità internazionale si ostini a farlo. Eppure, fino a poco tempo fa il ministro degli affari interni ha affermato che il GFT non riconosce nessuno degli Stati autoproclamatisi all’interno della Somalia.
In conclusione, sin qui la Somalia ha percorso alcune tappe. Ma il cammino verso la normalizzazione è ancora lungo.

 

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