Gli obiettivi dell’assalto di Bengasi

Chiariamo subito una cosa: il film su Maometto, con quanto accaduto a Bengasi, c’entra ben poco.
Per ricostruire cosa è accaduto a Bengasi dobbiamo partire dal contesto in cui l’episodio si inserisce. L’assassinio dell’ambasciatore Christopher Stevens ha riportato alla luce il problema della transizione in Libia dopo la caduta di Gheddafi. Si vedano i miei precedenti contributi sull’argomento.
Transizione che non ha visto la presenza degli Stati Uniti. Dalla fine delle ostilità, Washington non ha mostrato alcun interesse per quanto avveniva a Sud del Mediterraneo. Anzi, si può dire che sia stata attenta a non farsi coinvolgere. Ora però la Casa Bianca si trova nella necessità di dover assumere una chiara e definitiva posizione nel Paese nordafricano – proprio a due mesi dalle elezioni che decideranno chi ne sarà il prossimo inquilino.

Fonti diplomatiche USA attribuiscono l’attentato al gruppo Ansar al-sharia, benché il gruppo abbia ufficialmente smentito una sua partecipazione diretta all’assalto. Secondo il comunicato, l’attacco al consolato americano sarebbe opera di un “movimento popolare spontaneo”, pur ammettendo la presenza di alcuni miliziani armati tra folla.
Lorenzo Declich spiega chi sono gli Ansar al-sharia e quali rapporti hanno con al-Qa’ida (neretti miei):

sembrano essere un gruppo con ideologia simile se non identica a quella di al-Qaida, con collegamenti ad essa, ma meno “internazionale”, anzi locale (al-Qaida in Yemen è infarcita di sauditi) e con un’approccio al jihad basato sul combattimento più che sull’attentato (i recenti attentati in Yemen sono di “al-Qaida nella Penisola Araba”, non di Ansar al-sharia).

Sono in Libia, dove hanno attaccato in passato l’ambasciata tunisina.
Qui la vicinanza al qaidismo “classico” sembra maggiore.
Il 6 giugno scorso era esplosa una bomba proprio davanti al consolato americano poi preso di mira l’11 settembre.
L’unica rivendicazione proveniva da un gruppo evidentemente qaidista (sembra, anche, abbastanza piccolo), che prendeva il nome dallo “sceicco cieco”, Omar Abd el-Rahman.
L’attentato era stato perpetrato in risposta alla notizia della morte di Abu Yahya al-Libi, un famoso qaidista libico di al-Qaida “centrale”.
L’attacco dell’11 settembre al consolato americano avviene nel giorno in cui Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaida “centrale”, conferma la morte di Abu Yahya e secondo diverse fonti l’attacco al consolato avrebbe anche il secondo fine di vendicarsi di questa uccisione.
In Libia gli Ansar al-sharia sono “una milizia”, un po’ come in Yemen. Nel loro comunicato (che non ho trovato in originale ma di cui ho trovato uno stralcio) affermano di non essere stati loro, direttamente, a fare morti e feriti, ma di aver partecipato in quanto parte di un “sollevamento popolare contro “l’occidente”.
Secondo DEBKAfile (da prendere sempre con le molle) invece l’attacco sarebbe stato addirittura ordinato direttamente da Ayman al-Zawahiri per vendicare Abu Yahya.
Dunque il film “anti-Muhammad” non ci entrerebbe niente, o quasi.

Per anni al-Qa’ida ha cercato di ripetere un attacco ad alta visibilità in occasione dell’anniversario dell’11 settembre. Non solo i qaidisti sembrano esserci riusciti, ma hanno anche ottenuto due risultati.
Il primo è l’eliminazione di Stevens, che uno dei maggiori fautori dell’amicizia tra il governo USA e quello libico. Oltre ad essere il primo diplomatico americano caduto dai tempi di Adolph Dubs, ucciso in Afghanistan nel 1979.
Il secondo è spiegato in questa lucida e competente analisi di Lucio Caracciolo su Repubblica (via Limes online):

L’obiettivo strategico dei jihadisti che hanno assassinato l’ambasciatore americano a Tripoli è la strana ma efficiente alleanza Stati Uniti-Fratelli musulmani emersa dalla “primavera araba”. L’identico bersaglio dei salafiti che nelle stesse ore si sono scatenati contro la sede diplomatica Usa al Cairo per protestare contro il provocatorio film su Maometto prodotto da un oscuro uomo d’affari israelo-americano, sponsorizzato da donatori ebrei, cristiani copti egiziani e ultrareazionari protestanti americani. La coincidenza con l’anniversario dell’11 settembre e con l’avvio della fase decisiva della campagna per la Casa Bianca accentua l’eco di eventi già traumatici.

Interpretazione che allarga il campo all’Egitto, aprendo un altro scenario. Per il New York Timessarà proprio l’Egitto – e non la Libia – la vera sfida per gli USA nel medio-lungo periodo. Nella terra dei Faraoni gli USA hanno instaurato una proficua relazione coi Fratelli Musulmani. Legame mal visto dai salafiti – che contano su un quarto dei seggi in parlamento e su qualche milione di adepti nella popolazione – e che ora potrebbe entrare in crisi. Al Cairo le proteste davanti all’ambasciata USA per il film sul Profeta si sono sentite eccome, e il clima potrebbe ulteriormente infiammarsi. Sul piano diplomatico, le prime incrinature sono già visibili. Secondo Globalist:

Barack Obama ha detto che il governo egiziano non è né alleato né amico degli Stati Uniti ed ha messo in guardia contro un «vero grande problema» nel caso in cui il Cairo non sarà in grado di proteggere l’ambasciata americana nella capitale egiziana. Obama ha dichiarato: «Non penso che li consideriamo alleati, ma neppure nemici. Si tratta di un nuovo governo che sta cercando di trovare la sua strada. È stato eletto democraticamente».

A proposito di Obama, l’attentato di Bengasi si tratta di un duro colpo per la sua immagine. Nell’immediato il presidente ha un unico obiettivo: la rielezione. Ora in serio dubbio non soltanto per i poco confortanti dati macroeconomici. Romney non poteva augurarsi occasione più ghiotta per attaccare l’avversario, accusandolo di debolezza.
Pertanto, complice la congiuntura elettorale, la risposta di Obama non poteva che essere muscolare: 300 marines americani e due cacciatorpedinieri sono in viaggio verso la Libia. Inoltre il Pentagono sta preparando la protezione dei suoi uomini nel Paese, mentre annuncia che invierà i droni (omettendo di dire che in Libia ci sono già) per individuare e neutralizzare gli accampamenti e le basi jihadiste attive nella regione.
Difficile dire se basterà questo ad allontanare l’opinione pubblica interna dai ricordi dell’invasione dell’ambasciata americana a Teheran.

PS: Per spiegare ciò che succede al di là del nostro recinto, i mezzi di (dis)informazione tendono a “semplificare”, senza curarsi degli errori che questa operazione può generare. Sempre Lorenzo Declich sottolinea la disinvolta leggerezza con cui il giornalismo made in Italy ha illustrato ai profani i fatti di Bengasi. Lascio a voi ogni commento.
Se poi qualcuno vuole tirare fuori quell’evergreen che è lo “scontro di civiltà“, consiglio la lettura di questo commento su Globalist.

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