Pakistan, la legge sulla blasfemia al servizio di interessi politici ed economici

Alla fine Rimsha, la bimba cristiana con disabilità mentale, arrestata in Pakistan per blasfemìa, è stata liberata su cauzione dietro garanzia di un milione di rupie, pari a 8.360 euro. La bambina dovrà però affrontare un processo anche se il suo accusatore, un imam, è finito in carcere per aver manipolato le prove.
Il suo caso ha suscitato molto clamore sia in Pakistan che all’estero, riproponendo il tema della legge sulla blasfemia. Fin dalla sua entrata in vigore nel 1986, la norma è stata utilizzata per diffondere la violenza e per incutere il terrore.
E’ proprio questo l’aspetto più preoccupante dei tanti problemi sociali che derivano da questa legge: la libera autorizzazione dell’incitamento all’odio, in particolare tra le minoranze. Ne è la dimostrazione il premio in denaro che due anni fa fu messo a disposizione da un certo esponente religioso a favore di chi avesse ucciso Asia Bibi.

Per indagare sulle origini della legge, è necessario risalire alle origini del Pakistan. Il quale non è una nazione, ma un’accozzaglia di popolazioni troppo disparate e separate per percepirsi come parte di un unico Stato. Perché il Pakistan fu creato, in sostanza, come il negativo algebrico dell’India. Ricavato per sottrazione dalla parte del subcontinente indiano a prevalenza hindu, il Pakistan fu il risultato della competizione e del conflitto fra i nativi convertiti all’islam e chi non lo era, in un sistema sociale dove le identità tribali ed etniche erano più forti di qualunque altro legame, cittadinanza compresa. La mancanza di un senso condiviso di appartenenza nazionale avrebbe trovato, non tanto nelle intenzioni del fondatore del Paese, Mohammad Ali Jinnah, quanto in quelle del primo ministro Zulfiqar Ali Bhutto e del suo successore Zia-ul-Haq, un imperfetto surrogato nell’identità religiosa. Fu soprattutto quest’ultimo, salito al potere dopo un colpo di Stato enl 1977, a cercare una soluzione definitiva alla questione del senso e dell’identità del Pakistan. Così ebbe inizio un progetto decennale volto a riscrivere la storia del Pakistan e a definire ogni aspetto della vita sociale sulla base della shari’a. Il risultato è che in una generazione il Pakistan si è trasformato da Paese a prevalenza musulmana moderata in uno nel quale i più volevano che l’islam giocasse un ruolo chiave in politica. Un’indagine della worldpublicopinion.org stabiliva nel 2008 che il 54% dei pakistani voleva un’applicazione restrittiva della shari’a, mentre il 25% preferiva una versione meno rigida. Ed è in questo 79% troviamo i sostenitori della controversa legge sulla blasfemia.
Secondo Lisa Curtis, autrice di La blasfemia come arma di distruzione di massa, pubblicato su Oasis (da leggere tutto):

In Pakistan la società sta diventando meno tollerante e più sensibile agli obiettivi degli estremisti islamisti che cercano di invertire il corso del progresso economico e democratico e distruggere le fondamenta del Paese in quanto Stato multietnico e multireligioso. Fondato nel 1947 come patria per i musulmani dell’Asia meridionale dopo la fine del dominio coloniale britannico sul sub-continente indiano, l’identità del Pakistan come Repubblica islamica ha radici profonde. Il padre fondatore del Pakistan, Muhammad Ali Jinnah, sostenne l’idea dell’Islam come forza unificante ma non aveva previsto che il Paese avrebbe conosciuto un’evoluzione verso lo Stato teocratico.

In seguito all’omicidio di Taseer diverse centinaia di religiosi pakistani hanno sottoscritto una dichiarazione che giustificava l’omicidio e metteva in guardia i pakistani dal portare il lutto per la morte del Governatore.
Quando, due mesi più tardi, il Ministro degli Affari delle Minoranze Shahbaz Bhatti è stato ucciso da due estremisti per la stessa ragione (il sostegno alla riforma delle leggi sulla blasfemia), la maggior parte degli uomini pubblici pakistani è rimasta in silenzio, temendo ritorsioni analoghe. Soccombendo a violente intimidazioni, il governo del Partito Popolare del Pakistan, guidato dal Presidente Asif Ali Zardari, ha chiesto alla parlamentare Sherry Rehman di ritirare un emendamento legislativo che proponeva modifiche alla legge sulla blasfemia. Il Primo Ministro pakistano Yousaf Raza Gilani ha dichiarato fermamente che non sarebbe stata apportata alcuna modifica alla legge sulla blasfemia. Bhatti aveva lavorato instancabilmente per portare all’attenzione pubblica i problemi delle minoranze religiose e promuovere la tolleranza.
La debole risposta del governo e la mancata indignazione pubblica per gli assassini del Governatore e del Ministro incoraggeranno verosimilmente gli estremisti islamisti nel loro tentativo di soffocare la libertà di parola e di espressione politica e di estromettere i moderati dalla battaglia per l’identità del Pakistan. Anche se Taseer e Bhatti avevano semplicemente consigliato di emendare le leggi sulla blasfemia per proteggere le comunità minoritarie, la linea dura degli islamisti ha presentato questo loro sforzo come un insulto al Profeta Muhammad.

L’ascesa dell’estremismo in Pakistan è stata agevolata anche dalle exclusionary laws[3] e dalla proliferazione di materiale che istiga all’odio verso le minoranze, nei programmi delle scuole pubbliche e private. Diversi studi hanno documentato un’ampia connessione tra madrasa (scuola religiosa islamica), educazione, propensione all’intolleranza di genere, religiosa, settaria, e violenza militante [4].

I cristiani sono spesso gli obiettivi della legge sulla blasfemia, alla quale ricorrono eventuali avversari per risolvere a loro vantaggio affari o controversie locali. 

Anche la comunità minoritaria ahmadi soffre gravemente a causa della crescente cultura d’intolleranza religiosa in Pakistan. 

Anche i principali luoghi religiosi musulmani in Pakistan sono caduti preda della cultura dell’intolleranza e della violenza. In uno sforzo probabilmente volto a provocare uno scontro settario e a mostrare la debolezza del Governo nel garantire la sicurezza dei cittadini comuni, i militanti hanno compiuto attentati suicidi nei santuari sufi di tutto il Pakistan.

Non è tutto. Lettera43 propone una ricostruzione della vicenda di Rimsha, mettendone in luce le ambiguità e le contraddizioni. Ma la parte più interessante viene dopo. al di là delle radici ideologiche, l’uso strumentale – e fin troppo disinvolto – della legge sulla blasfemia nasconde motivazioni molto, molto terrene:

Nella storia recente, in Pakistan questo controverso reato è stato spesso usato per colpire bersagli politici ben precisi. Nel 2009, per esempio, la legge si guadagnò le prime pagine dei giornali mondiali per il caso di Asia Bibi: la contadina cristiana accusata di blasfemia e tuttora in carcere, condannata all’impiccagione.

Asia era una lavoratrice agricola, di una delle regioni più fertili e produttive della terra.
Se ‘bene’ utilizzati, i commi 295b e 295c del Codice penale pakistano sulla blasfemia permettono all’establishment religioso del Paese, in connivenza con malavita e signorotti locali, di liberarsi di personaggi progressisti o, semplicemente, di aizzare scontri interreligiosi, per sfollare le minoranze e appropriarsi dei loro terreni.
LA MANO DELLA MAFIA. Anche dietro l’incarcerazione di Rimsha ci sarebbe la caccia agli appalti per lo sviluppo edilizio dello slum dove vive la comunità cristiana della ragazzina: un suolo che la mafia sarebbe decisa ad accaparrarsi ad ogni costo.
In Pakistan, i casi di persecuzioni di cristiani e avversari politici per presunta blasfemia del Corano si sprecano, anche se i giudici, per questo reato, non hanno mai applicato la pena capitale.
Solo nel 2011, secondo un rapporto dell’ong Asian Human Rights Commission, le persone processate per oltraggio a Profeta sarebbero almeno 161.
«Nel 95% dei casi», ha raccontato sotto anonimato un avvocato musulmano all’agenzia vaticana Fides, le accuse sarebbero «false».
LINCIATI DALLE FOLLE. Non si hanno dati precisi sulla percentuale di non musulmani incriminati ma, secondo fonti d’informazione vicine alla chiesa evangelica, si stimano essere intorno al 50%. Nel Paese, le minoranze religiose costituiscono circa il 3% della popolazione totale e sono proprio i cristiani, insieme con gli indù, a essere i bersagli più presi di mira.
Anche in caso di assoluzione piena dei tribunali, spesso l’onta della blasfemia perseguita gli accusati anche fuori dall’aula.
Non di raro, i cittadini scampati alla gogna di Stato vengono uccisi in attentati o linciati dalle folle di musulmani inferociti, decisi a portare a compimento la propria giustizia in nome di una legge voluta dagli uomini per proteggere i propri interessi. Nel nome strumentale di Dio.

Sulla situazione dei crisitani in Pakistan, si veda infine il dossier su Asia News.

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