Asia Orientale, il Grande Gioco delle isole/1: l’arcipelago delle Senkaku

Le Isole Senkaku sono un arcipelago formato da cinque isole maggiori e tre scogli, con un’estensione totale di circa 7 km quadrati, a nordest di Taiwan e molto a sud rispetto al Giappone. Quando le navi della marina inglese le avvistarono nelle acque del Mare cinese orientale, le segnarono sulle mappe nautiche battezzandole Pinnacle Island (in inglese: punta), perché altro non sembrarono che punte di roccia emersa. Le isole sono infatti spoglie e disabitate.
Ufficialmente, l’arcipelago appartiene al Giappone, che amministra le isole dalla fine dell’Ottocento. Senkaku è infatti il nome che Tokyo le ha dato nel 1895, quando le ha occupate per la prima volta al termine della prima guerra sino-giapponese, per poi perderle durante la Seconda Guerra Mondiale in conseguenza dell’occupazione degli Stati Uniti e infine riprenderle nel 1971 per concessione di Washington. Ma da tempo le isole sono reclamate dalla Cina e da Taiwan. Le quali sostengono che fanno parte del territorio sinico da centinaia di anni e le chiamano, rispettivamente, Diaoyu e Tiaoyutai.

Periodicamente, la controversia sulla sovranità delle isole riemerge (qui la cronologia completa), aumentando la tensione diplomatica tra Tokyo e Pechino. L’ultima parentesi di questa disputa si è aperta in aprile, quando il governatore (nazionalista) della prefettura di Tokyo, Shintaro Ishihara, ha lanciato la proposta di acquistare le isole dal miliardario Kunioki Kurihara, a cui tre di queste isole appartengono e che le affitta allo Stato nipponico. La trattativa si è poi arenata, ma ha avuto l’effetto di riaprire vecchie ferite tra i Paesi contendenti, rinfiammando i sentimenti nazionalistici delle gioventù locali. Al punto che il 15 agosto la Kai Fung 2, una piccola imbarcazione partita da Hong Kong, ha portato un gruppo di 14 attivisti sulle isole contese con l’intento di piantarvi bandiere cinesi e contestare il possesso dell’arcipelago da parte del Giappone. Gli attivisti (7 dei quali sbarcati effettivamente sull’isola di Uotsuri) sono stati arrestati e rimpatriati, per essere poi accolti a Hong Kong da centinaia di sostenitori galvanizzati per l’impresa. Pochi giorni dopo l’azione cinese è stata emulata da un gruppo di attivisti giapponesi, sbarcati sulle Senkaku per ribadire l’appartenenza a Tokyo delle isole.
In teoria, l’episodio della Kai Fung 2 sarebbe ben poca cosa rispetto a quanto accaduto nel novembre 2010, quando un peschereccio cinese speronò due motovedette nipponiche creando un incidente diplomatico con tanto di cortei in entrambi i Paesi e dichiarazioni al vetriolo di politici e commentatori. Il capitano dell’imbarcazione fu arrestato e il premier cinese Wen Jiabao ne chiese la liberazione del capitano minacciando “ripercussioni” sui rapporti commerciali con Tokyo. Dopo circa un mese il capitano fu scarcerato, ma l’opinione pubblica nipponica accusò il proprio governo di essersi asciato “umiliare” per aver ceduto alle pressioni di Pechino.
Eppure l’incidente della Kai Fung 2 ha avuto un impatto parimenti forte all’interno dei due Paesi.

Com’è possibile che nel 2012 due potenze come Cina e Giappone possano ancora litigare per degli isolotti? Molti commentatori hanno notato che la contesa sulle isole ha cominciato a farsi più accesa quando si è ipotizzato che sotto quelle acque siano nascoste immense riserve di gas naturale. I primi studi risalgono agli Anni Settante, ma ad oggi non ci sono certezze sulla reale esistenza di tali giacimenti. Pertanto, diversamente dal caso delle isole Spratly, la questione energetica non basta da sola a giustificare le tensioni.
La spiegazione va cercata altrove.

L’ardore mostrato dai giovani attivisti di ambo le parti denota il grande peso che il sentimento nazionalista ha nella vicenda. A noi europei può sembrare esagerato, per non dire “folcloristico”, ma  in Asia al contrario questo aspetto è molto importante. In Estremo Oriente l’occupazione giapponese durante l’ultimo conflitto mondiale  è stata molto sofferta, e Paesi come Cina, Taiwan e Corea ancora oggi aspettano dal Giappone delle scuse ufficiali per i crimini commessi e che i giapponesi non hanno mai pubblicamente riconosciuto.
E le fiammate nazionalistiche non divampano mai a caso: lo scontro diplomatico tra Cina e Giappone arriva infatti in un periodo delicato per entrambi Paesi. Ad ottobre è fissato il congresso del Partito comunista cinese in cui si deciderà il successore del presidente Hu Jintao, proprio in una fase in cui il partito è costretto ad affrontare lo scandalo Bo Xilai, la fronda dei neomaoisti e nuove tensioni interne. In Giappone, il Partito democratico del primo ministro Nashihito Noda non gode di una maggioranza forte in parlamento, e l’opposizione ne chiede la caduta. Sia per Tokyo che per Pechino, spostare l’attenzione alle isole Senkaku, facendo leva sul sentimento nazionale, è un modo per riaffermare la propria forza e la solidità in chiave interna.

Il contesto regionale offre un altro interessante spunto. Secondo China Daily, nel 1971 gli USA restituirono le Senkaku al Giappone, anziché alla Cina, per evitare che i due Paesi potessero “avvicinarsi” troppo, mantenendo una sfera d’influenza nella regione. Esisterebbe anche un patto tra Tokyo e Washington, per cui l’America sarebbe autorizzata ad intervenire militarmente in caso di conflitto.
In seguito all’incidente del 2010, Wang Xiangsui, direttore del Centro per la strategia di sicurezza presso l’Università di Pechino di Aeronautica e Astronautica, dichiarò al New York Times che il Giappone vuole far accettare alla Cina il fatto che le Senkaku sono e resteranno giapponesi. In altre parole, l‘intento di Tokyo è il containment dell’espansione regionale di Pechino.
In effetti, le isole Senkaku costituirebbero per il Giappone un importante avamposto militare dal punto di vista strategico, soprattutto nel caso in cui la Cina decidesse (con le buone o le meno buone) di riprendere il controllo su Taiwan. Pechino si sta dotando di mezzi aeronavali sempre più notevoli, in grado di intervenire rapidamente nelle zone marittime asiatiche dove sono proiettati i suoi interessi economici. Uno scenario che preoccupa il governo di Taipei, il quale, oltre ad acquistare massicciamente armi dall’America, propone di sfruttare congiuntamente le risorse delle Senkaku, sia ittiche che energetiche,  per evitare che una probabile escalation di tensioni nella zona dia un pretesto alla Cina per rimettere le mani sull’isola di Formosa.

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