Teopolitica degli Stati Uniti

Per comprendere gli sviluppi della campagna presidenziale negli Stati Uniti non possiamo sottovalutare la rilevanza del fattore religioso nella realtà sociale e culturale dell’America di oggi.

La presenza più significativa nella convention repubblicana di Tampa, che ha ufficialmente investito Mitt Romney come sfidante di Obama nella corsa alla Casa Bianca, è stata quella del cattolico Timothy Dolan, cardinale di New York e presidenza della Conferenza episcopale degli USA.
Il cardinale è la voce della Chiesa cattolica in America. E il voto cattolico è una grossa posta in gioco in vista delle presidenziali di novembre, ragion per cui Romney lo sta inseguendo in tutti i modi – anche i più discutibili. Come spiega Federico Rampini su Repubblica:

è proprio il credo ultra-conservatore di Romney, oltre alla designazione di un candidato vicepresidente cattolico come Paul Ryan, ad avere suggellato la Santa alleanza con le gerarchie cattoliche.
Se non era scontato che la Chiesa romana simpatizzasse con un mormone, tantomeno lo è per i suoi fedeli. Nel 2008 i cattolici Usa votarono a maggioranza per Barack Obama, con uno scarto di 9 punti percentuali. Anche Obama ha un vice cattolico, Joe Biden. Tra Biden e Ryan c’è un fossato valoriale. Il vicepresidente in carica è il fautore di un cattolicesimo sociale, mette l’accento sulla lotta contro le ingiustizie. Ryan è un integralista noto per le sue crociate contro l’aborto. 
È su questi temi che il cardinal Dolan si schiera senza esitazioni. Due scontri recenti con la Casa Bianca sono cruciali. Quando Obama sciolse gli indugi sul diritto dei gay al matrimonio, i vertici della Chiesa cattolica lo condannarono. L’altro conflitto è esploso con la richiesta dell’Amministrazione federale che i dipendenti delle istituzioni cattoliche (come le scuole private) abbiano un’assicurazione sanitaria “normale”, inclusiva dei rimborsi per eventuali interruzioni di gravidanza. “Un attentato alla libertà religiosa in America”, fu definita questa richiesta dalla Conferenza episcopale.
I cattolici sono in minoranza, l’America è prevalentemente protestante. Ma sono una minoranza corposa: un quarto dell’elettorato, con forti concentrazioni nelle comunità di origine italiana, irlandese, polacca, nonché nei più recenti flussi di immigrazione dai paesi ispanici. Dal 1972 il candidato presidenziale che ha conquistato il voto dei cattolici ha anche vinto la corsa alla Casa Bianca.
L’elettorato cattolico è uno specchio fedele della nazione, anche se al suo interno è attraversato da divisioni spesso su base etnica. I cattolici “bianchi” tendono a votare repubblicano, tra i latinos c’è una tradizionale preferenza democratica

Negli USA il fattore R – religion–  è un terreno delicato, dove bisogna muoversi con attenzione. Obama lo sa bene: nel 2008 una delle ragioni del suo successo dapprima nella selezione dei candidati democratici in vista delle primarie e poi nel confronto diretto con John McCain è stata la capacità di spezzare il fronte dei cristiani conservatori, negli anni di Bush pressoché interamente schierato a favore del campo repubblicano, per portare dalla sua parte almeno una quota di quel “voto di Dio” che altrimenti avrebbe premiato il suo avversario o si sarebbe astenuto dalla scelta elettorale.
E per conquistare tali consensi, Obama,  diversamente da John Kerry quattro anni prima, si è speso in un aperto confronto con tutte le principali confessioni di cui gli americani si professano adepti. (per una mappa delle “fede” negli USA si veda qui). L’allora senatore dell’Illinois ha cercato il dialogo con i pastori di alcune delle cd. megachurches “non denominazionali” – affrancate cioè dalle denominazioni storiche del protestantesimo americano e in prevalenza di orientamento fondamentalista – ai quali aveva cercato di spiegare come alla base del suo impegno per la riforma e l’ampliamento del welfare state ci fosse proprio la sua fede religiosa. Ovviamente, nessun cenno ai temi dell’aborto e della ricerca sulle cellule staminali.

In seguito alla sua elezione, le cerimonie di insediamento del neopresidente videro la presenza di un variegato quadro di personalità religiose. A cominciare dal vescovo episcopaliano Gene Robinson, invitato da Obama per una cerimonia che precedeva il giuramento e noto per essersi pubblicamente dichiarato omosessuale. Poi fu la volta del reverendo Rick Warren, di fronte al quale Obama giurò sulla Bibbia di Abramo Lincoln. Costui è un pastore californiano fondamentalista a capo di una megachurch dove ogni domenica si raccolgono non meno di 20.000 fedeli; i suoi rapporti con la politica USA e con Obama in particolare sono riassunti qui, dove spiccano le critiche al presidente per la sua apertura ai matrimoni gay. Infine il reverendo Joseph Lowery, progressista e noto sostenitore del movimento per i diritti civili.
Aderente alla United Church of Christ e sincero ammiratore di Reinhold Niebuhr, Obama ha saputo sfruttare il marketing religioso al servizio della propria immagine. Ma nel corso del suo mandato il fattore R si è anche rivelato un boomerang, se pensiamo che gran parte dell’opinione pubblica USA è costituita dalla consistente area degli evangelicals, che negli ultimi anni si è fortemente schierata dalla parte di Israele. Un convincimento dettato sia da ragioni teologiche (Israele è la patria dei profeti) che profetiche (l’esistenza di Israele prelude al ritorno del Messia e quindi all’instaurazione del suo regno eterno). Per le frange radicali di questi movimenti del cosiddetto “sionismo cristiano“, Obama non sta facendo abbastanza per la difesa di Gerusalemme, la cui sopravvivenza è – a loro dire – messa in forse dal programma nucleare iraniano, e non pochi di loro gli hanno già voltato le spalle in favore del più bellicoso Romney. Pertanto Obama sa bene che, per il futuro del suo legame con gli evangelicals – e di riflesso, per restare alla Casa Bianca -, la tenuta dei rapporti con Israele in questi due mesi che precedono il voto rappresenta un test di fondamentale importanza.

Dall’altra parte della barricata, Romney è stato “penalizzato” dal fatto di essere mormone. Ossia un adepto della quarta confessione religiosa degli Stati Uniti, nonché la più ricca. Ma anche una delle più controverse e criticate negli USA. In America la chiesa mormone sta crescendo rapidamente. Anzi, è quella che cresce più rapidamente, contribuendo ad alimentare la diffidenza nei suoi confronti. Secondo Panorama:

Stando ai sondaggi Gallup, il 22 per cento di repubblicani e democratici non è pronto a mandare alla Casa Bianca un adepto della Chiesa di Gesù Cristo e dei Santi degli ultimi giorni (appena il 5 per cento prova disagio all’idea di un presidente nero). Per capire il paradosso di un ex vescovo mormone nello Studio Ovale, bisogna riandare a John Kennedy, che da cattolico sconfisse l’eccezione religiosa e il tabù di dover essere Wasp (white anglo-saxon protestant, bianco anglosassone protestante). Se infatti Jfk è stato il primo presidente non protestante e Barack Obama il primo non bianco, Romney potrebbe essere il primo degli oltre 13 milioni di fedeli con epicentro mondiale a Salt Lake City, nello Utah: l’etnia religiosa più enigmatica e controversa degli States, percepita come aliena per ragioni storiche, teologiche, culturali.
Evangelici e protestanti negano ai mormoni la patente di cristiani. Molti contestano lasegregazione della donna, il ritardo col quale il tempio ha aperto i battenti ai neri (solo nel 1978), con cui tuttora non li spalanca ai consanguinei non mormoni dello sposo o della sposa (è successo ai genitori di Ann, moglie di Romney), e l’ostracismo verso i gay che ha spinto a clamorosi suicidi sul sagrato dei templi. Molti ricordano la poligamia, che oggi è motivo di scomunica a Salt Lake City, ma fu praticata ufficialmente fino al 1890.
Adesso il proselitismo avviene attraverso le chat del sito Mormon.org, dove abili missionari come Zayne, 20 anni, dal Montana, e Benjamin, 19, dallo Utah, non si sbilanciano: “La missione della nostra chiesa è quella di insegnare il Verbo di Dio, non di eleggere politici. Romney è un mormone, ma le decisioni sono solo sue. Noi immaginiamo che farebbe tutto ciò che ritenesse meglio per il paese”. Ma davanti a ulteriori domande su omosessualità, battesimi post mortem e ruolo della donna, si scollegano rapidamente.
Uno studio di Robert M. Bowman (Institute for religious research) passa ai raggi X il mormonismo di Romney. Il candidato non ne parla e difende il suo silenzio col divieto costituzionale dei test religiosi per chi concorre a incarichi pubblici. Resta sul vago di una religiosità che coincide con quella dell’America profonda, costruita per ispirazione divina da coloni in fuga verso la libertà, anche religiosa: il mito della formazione nazionale affonda le radici nel contrasto fra l’Europa secolarizzata e l’America resa grande dalla fede. God bless America.

In marzo il blog USA 2012 ha spiegato come l’influenza del “fattore mormone” sul percorso di Romney nelle primarie repubblicane:

Romney riceve pochi voti dagli evangelici e da quelli che credono che la visione religiosa di un aspirante presidente sia “molto importante”. E questo gli ha causato alcune sconfitte o vittorie meno nette. Impedendogli di fatto di chiudere il discorso “nomination repubblicana”.
Nel Midwest e nel Sud, tra gli evangelici Santorum ha battuto Romney con numeri a due cifre, ancora peggio è andata tra chi pensa che il credo di un potenziale presidente sia “molto importante”. Romney è un uomo la cui religiosità è nota, e questo dovrebbe renderlo appetibile per questo gruppo di elettori. Invece no, Santorum ha vinto 52 a 21% in Ohio, 51 a 17% in Tennessee, 47 a 16% in Alabama. E anche in Illinois, dove Romney ha facilmente portato a casa la vittoria, ha perso pesantemente nei confronti di Santorum tra gli elettori che ritengono la sua fede una questione importante.
L’ostilità nei confronti di Romney e della sua religione spesso viene espressa esplicitamente, un leader evangelico di Dallas, il pastore Robert Jeffress, ha definito il mormonismo un “culto”, affermando anche che per questa ragione “Romney non potrà accedere al paradiso”. Nella gara delle sparate ha però vinto Scott Thomas, conservatore cattolico che appoggia Santorum, secondo cui: “l’Anticristo forse non è Obama, ma Romney”.

Pochi giorni fa la rivista Washington National Cathedral ha intervistato i due candidati alla Casa Bianca sulla loro fede religiosa e inparticolare sul loro rapporto con Dio. Panorama ne fa questa sintesi: Obama vede realizzato l’insegnamento divino nel Welfare State, Romney nella rinascita degli Stati Uniti come nazione guida del mondo:

criticato per essere un praticante timido (solo negli ultimi tempi ha intensificato la sua partecipazione alle funzioni domenicali), Obama risponde con una sua visione della fede che lo porta a trovare una diretta conseguenza tra delle sue decisioni politiche e le scritture del Vangelo.
Come quando afferma che la Fede gli dice che il suo destino è legato a quello di un bambino che non ha assistenza medica, a un genitore che ha perso il lavoro dopo che la sua fabbrica è sta chiusa, a una famiglia che sta oltrepassando verso il basso la soglia della povertà.
Nell’intervista alla rivista della National Cathedral, il presidente focalizza la sua attenzione sul pluralismo religioso degli Stati Uniti, considerato come diretta espressione della natura stessa di quel Paese, e indica nella Fede uno dei motori del progresso morale della nazione, dalla sfida per il suffragio universale a quella per i diritti civili delle minoranze.

Molto più profondo appare invece il rapporto tra Mitt Romney e la Chiesa del Cristo e dei Santi degli Ultimi Giorni e più in generale con la comunità mormone, di cui l’ex governatore appare un pilastro.Ne ha sempre parlato poco, ma è la biografia del candidato repubblicano a parlare per lui.
Missionario in Francia appena dopo la laurea, Romney officia e presenzia alle funzioni religiose, insegna ai giovani delle scuole mormoni, partecipa molto attivamente alla vita della sua Chiesa. Molto in sintonia con la moglie Ann, spesso – anche durante i tour elettorali – si apparta con lei per pregare.
Per lui, il raggiungimento di successi (anche in campo economico) terreni è una prova, la promessa della felicità nell’aldilà. Ma, soprattutto, Mitt Romney – come tutti i Mormoni – pensa che l’America sia la Nuova Gerusalemme, la Terra Promessa scelta da Dio per guidare le altre nazioni del globo. Ed è per questo che, secondo lui, gli Usa devono tornare ad avere un ruolo speciale nel Mondo.

Il Sussidiario aggiunge:

Le rispettive risposte sono così ben calibrate da non offendere nessuno. Romney non è esplicito per quanto riguarda la sua posizione contraria all’aborto, e per una buona ragione: è stato infatti a favore dell’interruzione di gravidanza quando correva per la carica di governatore del Massachusetts e i sostenitori dell’aborto erano decisivi nel determinare chi sarebbe stato il vincitore. I suoi avversari oggi alimentano la sua reputazione di opportunista sui temi etici. Lo stesso Obama, costeggiando il tema esplosivo dei matrimoni omosessuali, ha dimostrato di avere cambiato la sua posizione.

Da questa ricostruzione emerge come, dai coloni puritani del Mayflower a Martin Luther King, dal teismo di Thomas Jefferson al fondamentalismo antidarwiniano, dal pacifismo etico di Woodrow Wilson al neofondamentalismo interventista di Ronald Reagan o di George W. Bush, il fattore R costituisce  un pilatro fondamentale della cultura americana, e dunque un tema centrale del dibattito pubblico.
Per quanto alcune indagini ritengano che l’influenza della religione nella vita sociale americana sia in declino (si veda il libro American Grace: How Religion Divides and Unites USdi Robert D. Putnam e David E. Campbell), resta il fatto che il 55% degli americani si dice regular churchgoes, ossia frequenta regolarmente una chiesa o un altro luogo di culto. E che gli Stati Uniti sono l’unico Paese al mondo dove un presidente non può parlare apertamente della teoria dell’evoluzione perché in un istante perderebbe milioni di voti, poiché in America sono tanti, tantissimi, i creazionisti. Il Paese dove uno Stato – lo Utah, feudo mormone – può bandire una serie televisiva che parla di una coppia omosessuale che desidera adottare un bambino, oppure dove (grazie a G. W. Bush) oltre due terzi dei corsi sull’astinenza sessuale sono fuorvianti su questioni come la contraccezione e l’ aborto; trattano gli stereotipi sui ragazzi e le ragazze come dati scientifici e contengono gravi errori – al prezzo di 900 milioni di dollari dal 2005 al 2010.
Il rapporto tra religione e politica negli USA è spiegato in questa analisi su WakeUpNews:

Per comprendere l’importanza della religione nella vita democratica degli statunitensi basta prendere in considerazione il fatto che molti presidenti hanno fatto della propria religione un punto di forza. L’esempio più recente è quello di George W. Bush, mentre Barack Obama è stato fortemente criticato per la sua scelta di non dichiarare la propria fede e per il mancato – e sempre presente – riferimento a Dio nel discorso dell’ultimo Ringraziamento. Il perché lo ha spiegato in un’intervista il professor Emilio Gentile, docente di Storia Contemporanea presso La Sapienza di Roma: «L’America è il primo paese ad essersi fondato sulla dichiarata separazione tra Stato e Chiesa senza che questa implicasse, allo stesso tempo, alcuna separazione tra religione e politica. La religione, in quanto componente fondamentale dell’identità americana fin dalle origini, ha sempre rappresentato un fattore onnipresente nella politica americana attraverso la sua massima espressione: il presidente della Repubblica. I presidenti americani sono sempre stati uomini di fede religiosa anche se non appartenenti a specifiche chiese o denominazioni; hanno sempre invocato l’aiuto di Dio, dell’essere supremo, sia pure definito in termini più teistici che riferibili a una particolare confessione religiosa. Bisogna tener conto che l’America si è sempre considerata nei duecento anni della sua esistenza una ‘democrazia di Dio’, cioè una democrazia le cui origini risalgono al riconoscimento che vi sono dei diritti naturali che il creatore ha dato agli esseri umani conferendo in modo specifico agli americani la missione di diffonderli».

E’ proprio il caso di dire che, a decidere chi sarà l’inquilino della Casa Bianca per i prossimi quattro anni, alla fine sarà anche il “voto di Dio“.