Privatizzare la Luna: un “grande balzo per l’umanità” o un grandissimo affare per le compagnie?

Neil Armstrong è morto. Il mondo lo ricorderà per sempre come il primo uomo sulla Luna. Eugene Cernan, invece, è vivo e vegeto, ma nessuno si ricorda di lui. Eppure una menzione sui libri di storia lui la merita tutta: perché se Armstrong è stato il primo a mettere piede sul nostro satellite, Cernan è stato l’ultimo, nel lontano 14 dicembre 1972. Lui e il geologo Harrison Schmitt costituivano l’equipaggio dell’Apollo 17, l’ultima missione NASA diretta sulla superficie lunare.
Quando la capsula dell’Apollo 17 fece ritorno sulla Terra, il mondo stava cambiando. L’opinione pubblica non era più entusiasta all’idea di vedere alcuni uomini passeggiare sulla Luna, soprattutto al pensiero dell’enorme quantità di denaro pubblico impiegato per mandarceli. Denaro che in quegli anni serviva sempre di più per finanziare la guerra in Vietnam. Inoltre, i rapporti internazionali – in particolare la contrapposizione tra USA e URSS, da cui era nata l’avventura lunare -, avevano imboccato una nuova direzione, per cui la corsa allo spazio non rappresentava più un banco di prova nell’eterna competizione tra le due superpotenze. Fu così che Cernan divenne l’ultimo uomo ad essere sbarcato sulla Luna. Un titolo che, a quanto pare, potrebbe conservare ancora a lungo. O forse no.

Il 14 gennaio 2004 George W. Bush annuncia che “l’America tornerà sulla Luna non prima del 2015 e non più tardi del 2020“. Non soltanto perché oggi l’opinione pubblica manifesta un rinnovato interesse per l’avventura lunare, né tanto meno per mettere a tacere i cospirazionisti, secondo i quali, sul nostro satellite, non ci siamo mai veramente andati. Il proclama di Bush, più che motivazioni scientifiche o propagandistiche, ha delle ragioni molto più concrete.
Inizialmente, attraverso l’ambizioso programma Constellation, la NASA intende inviare un equipaggio sul satellite per studiare la possibilità di crearvi una base. Tuttavia, la storia prende un altro corso. Le finanze USA vanno a scatafascio, prosciugate dalle guerre mediorientali e sempre meno sostenute dalle entrate fiscali, ridotte dai draconiani tagli delle aliquote decisi da Bush. Dunque, soldi per Constellation non ce ne sono più. La pietra tombale sul programma l’ha messa Obama, che per esigenze di bilancio non ha lasciato alla NASA che pochi spiccioli.
Chi ha soldi e intelligenze per mandare l’uomo sulla Luna è l’India, che si propone di organizzare una missione entro il 2020. Che Delhi abbia intenzioni serie è testimoniato da Aditya, sonda che nel novembre 2008 atterrò sul suolo lunare per prelevarne campioni da esaminare.

Uno degli obiettivi della missione di Aditya era la ricerca di Elio-3, un isotopo molto raro sulla Terra, ma molto utile per le operazioni di fusione nucleare. Nelle rocce e nel suolo del nostro satellite, grazie all’azione dei venti solari, di questo gas se ne sono accumulate tonnellate. Si tratta di un aspetto da non sottovalutare. Secondo Harrison Schmitt (proprio lui, il penultimo uomo a mettere piede sulla Luna, la cui ricerca è consultabile qui), 25 tonnellate di Elio-3 basterebbero a soddisfare i consumi energetici degli Stati Uniti per un anno. Capito ora perché l’India ci teneva tanto a studiarne la presenza? Mentre noi qui sulla Terra stiamo ancora a battagliare sul nucleare, il nostro satellite potrebbe contenere un autentico scrigno di energia. Anche la Russia punta molto sull’elio-3: nel 2006 la RKK Energiya, compagnia moscovita nel settore spaziale, annunciò di voler impiantare una base permanente sulla Luna entro il 2015, sebbene attualmente l’era spaziale russa non stia vivendo un grande momento di forma.
Tuttavia, l’estrazione e il trasporto del gas sulla Terra sarebbero tutt’altro che semplici, visto che per liberare 70 tonnellate di He3 bisognerebbe riscaldare fino a 800 gradi qualcosa come un milione di tonnellate di suolo lunare. Ma i profeti dell’elio-3 si dicono ottimisti. C’è solo un punto poco chiaro: chi estrarrebbe il prezioso Elio-3? Forse, anzi, probabilmente, gli stessi soggetti che prelevano gas e petrolio qui sulla Terra. Le cosiddette Big Oil.

Oltre all’Elio-3, si stima che la Luna sia ricca di altri minerali utili, come l’alluminio, il calcio, il ferro, il magnesio, il titanio e, forse, anche l’oro. Resta da stabilire, però, se l’estrazione di queste risorse sia economicamente sensata. E qualcuno pensa che lo sia.
Nell’ottobre 2011 Naveen Jain, un miliardario americano cofondatore della società Moon Express, rilasciò una controversa intervista a FoxNews in cui dichiarava che i suoi accordi con la NASA gli consentivano di aprire attività minerarie sulla Luna. I fatti sono questi: nel 2010 la NASA vara il progetto ILDD (Innovative Lunar Demonstration Data), che  consente all’agenzia spaziale di ottenere dati tecnici provenienti da lander lunari sviluppati da aziende private. Secondo Jain, nell’ambito del progetto Ildd la Moon Express avrebbe anche il permesso per iniziare attività estrattive sulla Luna. La NASA non ha confermato questa affermazione, ma non l’ha nemmeno smentita. In ogni caso, nei piani della Moon Express le operazioni di estrazione dovrebbero iniziare entro un paio d’anni.
L’opportunità che una compagnia privata intraprenda attività lucrative nell’ambito di un programma di ricerca rappresenta la prima di due questioni fondamentali questioni giuridiche. L’altra è di carattere generale: a chi appartiene la Luna?

Lo status giuridico dello spazio esterno è definito da cinque trattati e da altrettanti principi internazionali, elaborati sotto la supervisione delle Nazioni Unite (si veda qui). In base ad essi, lo spazio – e dunque anche la Luna – sono patrimonio collettivo dell’umanità. Ci sarebbe poi un Trattato sulla Luna del 1979, che tra le altre cose prevede una serie di divieti: tra gli altri, all’uso militare del corpo celeste, all’alterazione dell’ambiente, alla rivendicazione di sovranità o di diritti di proprietà. Inoltre, l’accordo prevede che le attività di produzione ed estrazione di risorse siano condotte sulla base di un regime internazionale. Il Trattato è stato ratificato da 13 Stati, ma non da Stati Uniti, Russia, Cina, India, Giappone ed ESA: ossia proprio i soggetti coinvolti in attività lunari di rilievo.
Ad oggi nessuno Stato rivendica diritti sulla Luna. Ma in mancanza dell’adesione e della ratifica al Trattato dei Paesi che contano, il regime giuridico del nostro satellite rimane ambiguo. In un certo senso, se la Luna è di tutti, allora è di nessuno, ma se è di nessuno, allora è del primo che se la prende. Ecco perché la Moon Express ha tanta fretta di seguire le orme di Armstrong e Cernan. Per quanto sembri fantascienza, la realtà è che difficilmente i governi potranno impedire al signor Jain o a qualunque altro speculatore di estrarre minerali dal suolo lunare. E c’è da credere che non lo faranno: non dimentichiamoci che le multinazionali sono le prime sostenitrici delle campagne elettorali dei politici, e non solo negli USA. La mano morbida avuta verso le banche dopo la crisi finanziaria da esse generata e verso la BP dopo il disastro nel Golfo del Messico sono la prova dell’incapacità politica degli esecutivi di chiedere conto alle big companies delle loro colpe.
Oltre ai profitti per le grandi multinazionali, elio-3 e minerali garantirebbero energia e materie prime alla nostra Terra, soprattutto alle sempre più fameliche economie emergenti. Pertanto è facile supporre che una privatizzazione del nostro satellite, in definitiva, faccia comodo a tutti.
In un futuro prossimo il “piccolo passo” di Armstrong potrebbe rivelarsi, più che un “grande balzo per l’umanità”, un grandissimo affare per le compagnie.