Meles Zenawi, dittatore spietato ma gradito all’Occidente

Da due mesi non dava notizie di sé. Un lungo silenzio interrotto lo scorso 21 agosto con questo annuncio: Meles Zenawi (qui la biografia), da 21 anni primo ministro e uomo forte dell’Etiopia, è morto presso l’ospedale St. Luc di Bruxelles in seguito a un lungo ricovero.
The Post Internazionale lo ricorda così:

Meles è rimasto al potere per 21 anni diventando un personaggio capace di ottenere miliardi di dollari in aiuti dai governi occidentali e allo stesso tempo ricevere numerose condanne da gruppi di monitoraggio dei diritti umani per le sue politiche oppressive nei confronti di stampa e gruppi di opposizione.

Ampiamente ammirato per avere portato sviluppo economico e allo stesso tempo mantenuto stabilità e sicurezza in un paese distrutto da divisioni interne. In patria, ha soppresso il dissenso e controllato capillarmente le attività politiche ed economiche con precisione autocratica. Nel 2005, la Bbc riportò che 193 oppositori vennero uccisi in seguito a proteste contro la rielezione di Meles.


Un diplomatico occidentale vicino a Meles ha dichiarato recentemente che in Etiopia “vige una dittatura che tiene il popolo al limite della povertà ma è riuscita ad affascinare gente del calibro di Tony Blair e Bill Clinton”.

In altre parole, pochi governanti hanno manifestato tante contraddizioni come lui. Zenawi è stato uno dei leader più lodati del Continente Nero (anche se non da gruppi sostenitori dei diritti umani) per la sua mentalità oritnetata allo sviluppo regionale. C’è chi lo ergeva a simbolo del “Rinascimento Africano” accanto a Nelson Mandela. La sua disponibilità a collaborare con gli Stati Uniti contro il terrorismo – che ha trovato la sua punta massima nell’offensiva contro le Corti Islamiche in Somalia nel 2006, sponsorizzata da Washington – lo aveva reso un alleato indispensabile in una regione turbolenta come il corno d’Africa. Il New York Times si interroga su come cambierà la strategia degli USA in quell’angolo di mondo ora che questo alleato non c’è più.
Celebrato dall’Occidente, Zenawi era allo stesso tempo un grande estimatore della Cina, come da lui stesso riconosciuto in un lungo discorso nel vertice dell’Unione Africana lo scorso gennaio.

Sul piano economico, tra il 2000 e il 2008 l’Etiopia ha registrato una crescita annuale media dell’8,8%: praticamente ai a livelli cinesi. Comunque la più alta in Africa tra le economie non legate all’esportazione di petrolio. Zenawi ha anche promosso l’apertura di cliniche in 1500 villaggi e il miglioramento della rete stradale del Paese. Con 4 miliardi di dollari di aiuti esteri all’anno (di cui un quinto solo dagli Satti Uniti) poteva permettersi questo ed altro. Da rimarcare i suoi accordi di collaborazione con Gibuti e Somaliland per assicurare all’Etiopia lo scalo nei porti dei rispettivi Paesi, a vent’anni dalla perdita di ogni sbocco sul mare in seguito all’indipendenza dell’Eritrea.
Allo stesso tempo, il suo governo è stato caratterizzato da un cinico divide et impera con cui ha escluso molti dei principali gruppi etnici del Paese dalla vita politica ed economica, negando gli aiuti umanitari a quelli ritenuti infedeli e “sovversivi”. Il miracolo economico non è stato a beneficio di tutti. La malnutrizione è ancora diffusa, e più volte il governo è stato accusato di corruzione e cattiva gestione degli aiuti esteri. Attualmente l’Etiopia è al 174° posto  secondo l’Indice di Sviluppo Umano, in una classifica di 187. Il suo programma di sviluppo mostra qualche luce e molte ombre, come i faraonici progetti per la costruzione di dighe e la svendita delle terre alle aziende estere nonostante le carenze alimentari sofferte dal Paese. Per quanto riguarda le libertà civili, va ricordato il progetto di legge (Charities and Societies Proclamation) con cui il governo si è riservato il diritto di regolare e sopprimere arbitrariamente tutte le organizzazioni civili, interne ed estere. Da segnalare infine lo scarso contrasto alla tratta degli esseri umani.

Anche Voice of America sottolinea l’impegno di Zenawi nel mantenere il Paese forte e rilevante nel panorama africano, il suo spirito di collaborazione verso gli Stati Uniti e l’impulso impartito alla crescita economica, ma allo stesso tempo rimprovera al defunto premier l’incapacità di promuovere tra le libertà e i diritti civili così come aveva fatto con lo sviluppo commerciale. E VoA lo sa bene: Zenawi ne aveva oscurato il segnale perché non gradiva le sue trasmissioni.

L’ambiguo equilibrio tra apertura all’estero e chiusura all’interno è sintetizzato da questo articolo del CPJ a firma di Mohamed Keita: Zenawi aveva la capacità di comprendere ciò che noi stranieri volevamo sentirci dire. In un certo senso, parlava la nostra lingua. Esprimendosi in inglese accanto ai potenti, si mostrava pacato, conciliante e disposto al dialogo con tutti. Lotta alla povertà e lotta al terrorismo erano il succo dei suoi discorsi. Per il mondo, Zenawi ostentava l’immagine di un intellettuale che ha sostenuto lo sviluppo e combattuto le politiche contro il cambiamento climatico. Ma sul versante interno, in una lingua che nessuno in Occidente sa comprendere, il suo tono era molto diverso. Con gli altri etiopi era maleducato, arrogante, minaccioso. Ha proseguito la censura del regime di Mengistu, coprendo perfino le notizie su carestie e siccità. Ha spietatamente represso ogni dissenso. Eskinder Nega è solo l’ultimo nome aggiunto nella lunga lista degli attivisti condannati. In uno dei suoi ultimi discorsi, Zenawi si è scagliato contro le critiche – reali o immaginarie – dei giornalisti indipendenti, accusati di essere “terroristi”.

Al momento, il posto di primo ministro è temporaneamente occupato dal suo vice Hailemariam Desalegnpiombato da un giorno all’altro sotto la luce dei riflettori. Hailemariam era stato nominato vice primo ministro e ministro degli esteri nel settembre 2010, subito dopo la quarta vittoria elettorale del Fronte Rivoluzionario Democratico dei Popoli. Poche settimane dopo il voto, il congresso del partito lo aveva promosso come vice presidente. Nonostante la sua rapida ascesa, è semisconosciuto all’estero. Il congresso del partito si riunirà alla fine di settembre e deciderà se rimarrà in carica fino alle elezioni per il 2015. Al momento, non tutti sono convinti che sotto il suo interregno l’Etiopia manterrà l’attuale stabilità.
Sul futuro politico del Paese, si veda questa lunga ed incisiva analisi sul Time.
Zenawi è stato l’antitesi della massima del presidente Obama, secondo cui “l’Africa non ha bisogno di uomini forti, ha bisogno di istituzioni forti“. In quanto uomo forte, la sua scomparsa lascia un vuoto di potere in un’istituzione debole. E lascerà l’Occidente senza un prezioso alleato. L’ennesimo perso da un anno e mezzo a questa parte, dopo Ben Alì, Mubarak ,Gheddafi e Saleh spazzati via dall’uragano della Primavera Araba. L’ennesimo dittatore “buono”, che reprimeva la sua gente ma piaceva ai nostri potenti.

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