Il Libano non è ancora sull’orlo dell’abisso siriano

L’idea che la guerra  in Siria possa far sprofondare anche il Libano comincia a diffondersi sulla stampa. Ache le cancellerie di mezzo mondo condividono la stessa preoccupazione. Il timore è che la destabilizzazione del Paese dei cedri possa essere il passo decisivo verso l’internazionalizzazione della crisi siriana:

Lo scorso 13 luglio, il vice-segretario di Stato Usa William Burns, al termine di una serie di incontri con le maggiori autorità del Paese, aveva rilasciato una dichiarazione ufficiale nella quale si ribadiva “l’interesse degli Stati Uniti d’America a mantenere il Libano isolato dalla violenza in Siria”, pur invitando il Paese dei cedri a proteggere gli oppositori del regime siriano, oltreché i profughi e i disertori.

Il 31 luglio poi, il gen. Jean Kahwaji, comandante in capo delle forze armate libanesi, in occasione del 67° anniversario della loro fondazione, aveva affermato che “qualunque sia la situazione in Siria, le forze armate libanesi sono sempre pronte ad assolvere il proprio compito e ad assumersi le proprie responsabilità nazionali in conformità con le decisioni prese dal potere politico, allo scopo di limitare le ripercussioni della situazione siriana sul Libano, per proteggere le popolazioni delle aree di frontiera ed evitare l’estensione del conflitto all’interno del territorio libanese”.
A tale scopo, ha aggiunto il generale Kahwaji, “l’esercito impedirà che il Libano si trasformi in un campo di battaglia dove si affronterebbero le fazioni siriane o le potenze regionali”: le forze armate libanesi quindi, “non permetteranno che si crei una zona tampone senza controllo da parte dello Stato e agirà efficacemente secondo piani adattati alle condizioni sul terreno”.

In effetti la situazione sul campo a Tripoli non è rassicurante: ad oggi si contano dieci morti e oltre un centinaio di feriti. Anche la stampa libanese è allarmata. I tanti, ripetuti episodi di violenza tra le fazioni pro e contro Assad, uniti alla crisi economica e alla precaria situazione situazione politica interna, risvegliano antiche paure:

Un confronto anche questa volta dalle molteplici chiavi: da una parte i riflessi della vicina Siria sono sicuramente centrali, dall’altra le due comunità sono da anni anche divise sulla politica interna, la prima sostiene Hariri mentre la seconda è da sempre vicina agli Hezbollah. 
C’è poi anche chi afferma che la tensione a Tripoli sia creata ad arte per allentare il controllo dell’esercito dai confini con la Siria sulla direttrice verso Homs e Hama per lasciare campo libero all’Esercito Libero Siriano.

Torna così inevitabilmente alla mente quella teoria del “caos costruttivo”, somma di provocazioni e sedizioni finanziate e promosse da apparati di intelligence, centri studi e ong, che così bene ha funzionato in Ucraina, Serbia, e nelle cosiddette “primavere arabe”. Il Libano da anni ne è palestra. Basta ricordarsi l’uccisione di Rafik Hariri nel 2005 e delle manifestazioni antisiriane, i fatti di Nahar al bared, il campo profughi palestinese distrutto nel 2007 dall’esercito libanese per stanare l’organizzazione sunnita Fatah al islaam, vicina agli ambienti qaedisti e finanziata da quella Banca Mediterranee tanto vicina alla famiglia Hariri. Oppure a quello che accadde l’anno dopo a Beirut, nel 2007, dove gli scontri armati fra seguaci di Hariri e Gea Gea da una parte e Hezbollah dall’altra hanno rischiato di riportare indietro le lancette dell’orologio ai giorni della guerra civile.

Un esempio di questo “caos” indotto è offerto dall’ondata di sequestri di siriani in Libano in questi ultimi giorni, in risposta alla mancata liberazione dei libanesi rapiti in Siria dall’ESL. Momenti così i siriani non li vivevano dal 2005, quando, dopo l’assassinio dell’ex premier sunnita Rafiq Hariri, in tanti furono costretti a fuggire dal Libano perchè minacciati dalle fazioni che accusavano Damasco di essere la mente di quell’attentato. Le accuse rivolte dai giudici di Beirut al generale Ali Mamluk, alto responsabile della sicurezza siriana sospettato di aver organizzato organizzare attentati in Libano, sono un chiaro indice che che gli equilibri di potere tra i due vicini stanno cambiando.

Eppure non tutti pensano che i venti di guerra di Damasco incendieranno anche Beirut. In maggio Lorenzo Trombetta, corrispondente in Libano per l’Ansa e per varie testate, e fonte affidabile sulle vicende sirolibanesi, sosteneva che l’eventualità di una nuova guerra civile in Libano è da esludere. Pensiero ribadito in questo più recente articolo, dove esordisce:

Ci provano in tutti i modi da più di un anno ma finora non sono riusciti a far scoppiare in Libano nessuno scontro armato, su larga scala, a sfondo confessionale.

Finora no, dunque. Con l’augurio che non ci riescano nel prossimo futuro.

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