Dietro il massacro dei minatori in Sudafrica

I fatti sono noti. Il 10 agosto i minatori del sito di Marikana (Sudafrica) della Lonmin Plc, terzo produttore mondiale di platino, arrestano la produzione in segno di protesta per le loro misere condizioni salariali. Lo sciopero degenera in violenza quando due sindacati rivali si sono scontrati dapprima tra loro e poi contro la polizia. Fino al massacro dei 36 minatori da parte della polizia, ufficialmente per legittima (?) difesa (???).

Al di là delle dolorose considerazioni etiche, l’episodio di Marikana richiede un’analisi sotto molteplici aspetti.

1) La rivalità sindacale dietro gli scontri di Marikana

Innanzitutto, il razzismo con questa storia non c’entra nulla. Dietro le violenze si celano forti tensioni sindacali. Precisamente, gli incidenti sono il frutto della rivalità tra i sostenitori dell’Association of Mineworkers and Construction Union (AMCU) e quelli della National Union of Mineworkers (NUM), formazione vicina all’African National Congress, il partito al potere nel Paese. Quest’ultimo ha trent’anni d’età e 300.000 iscritti, mentre l’altro è stato costituito solo nel 1998 e conta 50.000 iscritti. Però l’AMCU è il più popolare presso i minatori perché percepito come più radicale rispetto al NUM.
Non è la prima volta che i minatori incrociano le braccia, né che le due fazioni si scontrano lasciando sul terreno morti e feriti (qui una cronologia recente). I retroscena di questa rivalità sono svelati dal Post, che prende le mosse da un’analisi della CNN per ricostruire il contesto in cui questa ostilità è progressivamente maturata:

La NUM è un sindacato nato negli anni dell’apartheid e ormai fa saldamente parte dell’establishment dell’African National Congress, il partito al potere dal 1994. Negli ultimi anni la NUM è diventata un sindacato piuttosto moderato, ha accettato modesti aumenti salariali e ha cominciato a partecipare attivamente alla gestione di alcune miniere. In particolare si oppone  alla nazionalizzazione delle miniere.

Questa sua politica conciliatrice con le società minerarie, secondo Justice Malala, un’analista sudafricano che scrive per il Guardian, ha causato una perdita di consensi della NUM. Nelle miniere della Lonmin (la multinazionale che gestisce la miniera di Marikana) gli iscritti alla NUM sono scesi dal 66% al 49%. Il fatto che pochi mesi fa il presidente della NUM si sia aumentato lo stipendio del 40 per cento non ha aiutato a migliorare l’immagine del sindacato.

Ad approfittare delle difficoltà della NUM è la AMCU, un sindacato molto più giovane e molto più radicale. L’AMCU ha una strategia molto aggressiva nei suoi scontri con la NUM. L’anno scorso, ad esempio, un comizio della NUM è stato accolto da una pioggia di mattoni lanciati dalla folla e uno dei leader NUM ha perso un occhio. Negli ultimi anni gli iscritti all’AMCU sono cresciuti molto: nelle miniere Lonmin il 19 per cento dei lavoratori fa parte dei suoi iscritti.

L’AMCU è riuscita a ottenere questi consensi con un programma che prevede forti richieste di aumenti salariali. A fronte stipendio medio di circa 5.400 rand (648 dollari) al mese, l’AMCU ha chiesto per i minatori un aumento dei più del 100%, cioè di passare a 12.500 rand (1.500 dollari) al mese, quasi il doppio dello stipendio medio sudafricano (circa 800 dollari al mese) e più alto di molti stipendi dei paesi industrializzati.

Per sostenere queste richiesta nell’ultimo mese l’AMCU ha iniziato una serie di scioperi illegali in varie miniere. Prima della strage di Marikana c’erano già stati vari incidenti che avevano causato una decina di morti. I manifestanti, in genere, non si limitavano a smettere di lavorare, ma occupavano le miniere e impedivano l’accesso agli altri operai. Come le foto hanno mostrato, quasi tutti i minatori durante queste manifestazione erano armati di lance e machete che almeno una volta sono stati utilizzati. Nel corso delle proteste prima della strage, infatti, due poliziotti sono stati uccisi a colpi di machete.

2) La crisi dell’industria del platino

I minatori in Sudafrica guadagnano in media 400 dollari al mese. Pochi in rapporto alle difficoltà del loro lavoro, per non parlare dei rischi.
Ma a pesare sulle già precarie condizioni dei lavoratori sono le incerte prospettive del settore. Al momento l’industria del platino non gode di ottima salute: il Financial Times spiega che, nel mese di luglio, Lonmin ha annunciato un taglio di spesa in conto capitale da 20 a 430 milioni di dollari per il 2012. La causa è il calo della domanda di platino, che ha raggiunto il più basso livello di prezzo in confronto all’oro dal 1980. Il rallentamento dell’industria automobilistica europea, che assorbe parte della produzione del metallo, ha generato un eccesso di offerta sul mercato, tirando giù i corsi.
La società prevede di incrementare la produzione annua a 950.000 once entro il 2015, ma già il suo obiettivo per il 2013 è stato rivisto allo stesso livello nel 2012 (750.000 once). Estrarre platino in Sudafrica  – in cui si trova l’80% delle riserve mondiali – è sempre più costoso. Pesa il costo del lavoro, così come quello dell’energia, aumentato del 25% in tre anni.

3) Le difficoltà dell’economia sudafricana

Secondo il Wall Street Journal, che cita la Banca Centrale Sudafricana,  nel Paese di Mandela il tasso di disoccupazione sfiora il 25%. La metà dei giovani sotto i 34 anni è senza lavoro. Per assorbire una tale mole di forza lavoro, l’economia di Pretoria dovrebbe crescere ad un tasso del 7% annuo. Invece le previsioni per il 2012 parlano di un incremento solo del 2,7%. Notevole per gli standard europei è molto, ma insufficiente per la situazione del Paese.
Nel primo decennio di democrazia, il PL è cresciuto in media del 2,9% annuo, ma tale aumento è stato di fatto annullato da quello demografico (+2% all’anno). Inutile aggiungere che la maggior parte dei disoccupati ha la pelle scura.
Ufficialmente la povertà è diminuita: si è passati dal 52,5% della popolazione nel 1995 al 47% di dieci anni dopo. Purtroppo  la disuguaglianza è aumentata: l’indice di Gini è salito dallo 0,63 del 2000 allo 0,69 del 2005. Il 10% più ricco della popolazione detiene il 51% della ricchezza nazionale, mentre il 10% più povero solo lo 0,2%. Il divario abissale tra i due gruppi è testimoniato dal rapporto medio tra i rispettivi redditi: 255 a 1.
La presa d’atto che a 15 anni dalla fine dell’apartheid la maggioranza nera è ancora sostanzialmente esclusa dalla vita economica del Paese ha indotto il governo a lanciare il Black Economic Empowerment, una strategia mirante a far sì che la composizione etnica della forza lavoro in tutte le istituzioni, private e pubbliche, rifletta l’assetto demografico della popolazione sudafricana. E dunque, ad aumentare la partecipazione della popolazione nera nell’economia. Tuttavia, mentre nel settore pubblico la composizione della forza lavoro si avvia pian piano a rispecchiare quella società sudafricana, nel settore privato i bianchi predominano ancora su neri e donne.

4) Cosa (non) è cambiato dalla fine dell’apartheid

In Sudafrica Primo e Terzo Mondo convivono l’uno a fianco all’altro. La verità è che se dal 1994 il primato politico è appannaggio dei neri, quello economico è ancora saldamente in mano ai bianchi, cui tuttora appartengono i tre quarti della terra coltivabile e molte altre leve della ricchezza del Paese. Oltre al predominio in campo scientifico e artistico-letterario.
La disoccupazione è solo la punta dell’iceberg. Se mettiamo al confronto il PIL (primo di tutta l’Africa) con l’indice di sviluppo umano (ISU), scopriamo che il Sudafrica è il secondo Paese più ineguale al mondo, dopo la Namibia. In base all’ISU, Pretoria si piazza al 129° posto in una classifica di 182 Paesi: diciannove posti sotto Gaza e la Cisgiordania.
La fine dell’apartheid non ha risolto il problema della povertà, anzi. Dal 1994 al 2007 l’aspettativa media di vita è crollata da 66 a 50,5 anni.  Nel 2006 il 34,1% dei sudafricani viveva con meno di 2 dollari al giorno, nel 2009 era il 42,9%. Un sudafricano su cinque è alla fame. A tutto questo va aggiunto l’AIDS, in parte proliferato grazie al negazionismo dell’x presidente Thabo Mbeki, secondo il quale la malattia era un’invenzione della CIA (molti “indignados” e complottisti delle nostre lande lo consideravano un eroe per questo, perché sfidava lo strapotere delle case farmaceutiche). Il risultato è che oggi nel Paese ci sono quasi 6 milioni di sieropositivi, con una media di mille decessi al giorno. Manco a dirlo, quasi tutti neri.
Conclusa l’euforia post apartheid, il Sudafrica del disincanto scopre che la razza continua in buona misura a determinare la condizione sociale dei suoi cittadini. Pertanto, seppure il razzismo non c’entra nulla con i fatti di Marikana, l’amara verità è che nel Sudafrica di oggi  il dibattito pubblico continui a ruotare intorno al colore della pelle, nonostante si tratti di uno dei Paesi più liberi d’Africa.
Se lo storico accordo tra Mandela e de Klerk aveva cancellato la forma politica della segregazione razziale, le sue radici psicologiche e le determinanti sociali sono rimaste intatte, nascoste dalla svolta democratica del 1994 come una velenosa polvere rimossa sotto il tappeto.