Tante storie per le Pussy Riot e tantissimo silenzio per gli altri artisti minacciati nel mondo

La condanna delle Pussy Riot ha provocato una mobilitazione globale, e non poteva essere diversamente. Per molti è un’ingiustizia, per qualcuno se la sono cercata. In ogni caso è evidente la natura compromissoria del verdetto: si al carcere, no ad una pena esemplare. Due anni sono pochi, a fronte dei sette paventati all’inizio.
In ogni caso, il loro soggiorno nelle carceri russe non sarà piacevole.
Nel mondo si grida alla violazione della libertà d’espressione. In realtà, l’analisi della vicenda richiede una riflessione molto più profonda.

Tutti per le Pussy Riot…

La stampa francese ha sferrato duri attacchi contro il regime di Putin.
Questo commento di Francois Sergent su Liberation spiega che il processo alle tre musiciste non è stato altro che una parodia della giustizia e della democrazia. La Russia non può considerarsi uno Stato di diritto e non ha nulla a che fare con le altre democrazie del G8, perché Putin, fin dalla sua elezione (truccata), ha più volte cercato di sopprimere ogni critica nei suoi confronti, in piazza, sulla stampa o sul web.
Dello stesso tenore Le Monde, secondo cui la condanna delle Pussy Riot è “degna dell’Inquisizione“. Consapevole della pressione internazionale, Putin voleva che la condanna non fosse troppo pesante. Ma voleva una condanna.
Per  Le Figaro la vicenda “ha fatto risorgere il passato sovietico della Russia“. Il quotidiano cita il caso di Joseph Brodsky, futuro Premio Nobel per la Letteratura, che nel 1964 fu condannato a cinque anni di lavori forzati per “parassitismo sociale”.

In Spagna, il sostegno alle tre musiciste è sintetizzato da questo titolo di El Pais: Todos somos Pussy Riot.

Interessanti i commenti dalla stampa russa.
Il Moscow Times riporta una dichiarazione di uno degli avvocati delle tre ragazze, Mark Feigin, secondo il quale “Il verdetto è stato … trasmesso dall’alto” ed è “un riflesso della situazione politica che esiste in Russia. L’illegalità è diventata normale“. Dello stesso avviso l’avvocato e leader dell’opposizione Alexei Navalny, “è del tutto evidente che il verdetto è stato firmato personalmente da Putin”. I leader dell’opposizione Sergei Udaltsov e Garry Kasparov sono stati arrestati poco dopo il loro arrivo al palazzo di giustizia, insieme ad altri 50 manifestanti.

Da leggere il commento di Ria Novosti, che con non poco pragmatismo afferma che il verdetto danneggerà l’immagine di Putin all’estero, ma non cambierà sostanzialmente la condotta dei Paesi occidentali nei confronti del Cremlino. Alla fine la realpolitik prevale sempre e la posizione del Cremlino non sarà influenzata dal discredito della sua leadership: “oggi il mondo ride di noi“, ammette Alexei Malashenko del Carnegie Moscow Center, “ma tra una settimana sarà tutto finito“.
Il caso conferma il cambiamento ideologico del Cremlino, il cui sostegno politico sembra fondarsi sulla religione anziché sull’opinione pubblica. Una strategia che potrà garantire stabilità al regime nel breve periodo, ma che alla lunga sarà avversata dalla maggior parte dei russi. Anche la chiesa ortodossa ha subito un danno d’immagine: se dopo l’era sovietica godeva del rispetto di tutto il popolo, oggi molti fedeli ritengono che essa dovrebbe restare fuori dalla politica.
Di conseguenza, anche all’interno del Paese il processo aumenterà il risentimento dell’opposizione verso il presidente, ma non dovrebbe innescare delle grandi manifestazioni. Una volta che le proteste di piazza saranno finite, recita il commento finale, alla gente non resterà che emigrare.

Sulla stessa linea si trova anche la BBC. La vicenda non inciderà troppo sul regime: “la protesta è durata meno di un minuto, il processo appena una quindicina di giorni e il verdetto richiesto tre ore per essere pronunciato”.
In ogni caso, essa è espressione della situazione politica della Russia di oggi: un potere top-down, dove il vertice amministra la base e dove c’è troppa commistione tra Stato e Chiesa. Dove i giudici non sempre sono indipendenti.

…Pochi per Assange…

A centinaia di chilometri di più in qua, mentre tutti indignati per la condanna delle tre ragazze russe, per Julian Assange si fa carta straccia del diritto internazionale:

La ridicola, ridicolissima vicenda delle Pussy Riot è un buon intrattenimento estivo per mezza popolazione del pianeta. Sotto l’ombrellone, ci si indigna per le “cantanti ant-Putin” senza neppure sapere di cosa si sta parlando. In due parole, si tratta di tre tizie autonominatesi“Rivolta della passerina” che mostrano le chiappe canterellando contro il governo.
Esattamente come fa Sara Tommasi.
L’ultima volta è successo in una chiesa, e il prete ha chiamato le guardie, come sarebbe accaduto in ogni Paese del mondo. Immaginatevi la Tommasi che si scopre il didietro nel Duomo di Milano: finirebbe arrestata, ma nessuna delle anime belle si sognerebbe di scrivere che la colpa è di Mario Monti dittatore.
O forse sì, se a qualche governo straniero facesse comodo far passare Sara Tommasi per una povera vittima della perversa e illiberale dittatura italiana. Magari avremmo appelli mondiali per liberare la povera Sara, che ha mostrato il culo in chiesa ma lo ha fatto solo per sensibilizzare l’opinione pubblica contro l’efferata dittatura. Monti crocifisso sul New York Times per Sara Tommasi. Neanche ai tempi del Berlusca, una roba simile.
Intanto, però, Julian Assange è chiuso in un’ambasciata e i Paesi democratici fanno carta straccia del diritto internazionale pur di metterlo in gattabuia. Anche lui protestava contro qualcosa, ma lo faceva in modo assai più raffinato che mostrando il culo e cantando canzoncine da varietà: lo faceva informando il mondo con dati, fatti e documenti.
E’ accusato di stupro dal suo democraticissimo Paese, la Svezia, nonché accusato di spionaggio dagli States che se ne fregano dell’asilo politico concesso dall’Ecuador e lo vogliono processare a ogni costo. Un’ “accusa sproporzionata”, quella verso le Pussy Riot. Invece, quella verso Assange?
Provate ora ad immaginare se Putin si fosse spinto a tanto, con le sue Sara Tommasi locali. E provate ad immaginare che forse vi siete bevuti l’ennesima pagliacciata dell’indignazione-spettacolo, inflittaci dai professionisti ben remunerati dell’indignazione globale.

Ci si lamenta della magistratura non indipendente di Mosca, mentre Londra minaccia di invadere l’ambasciata di uno Stato estero. In altre parole, come nella migliore tradizione della stampa occidentale si sono fatti due pesi e due misure:

Peccato, potrebbe riflettere qualcuno, che lo stesso spirito di “democrazia”, la stessa indignazione e la stessa difesa del diritto alla libertà di espressione non si sia visto anche per il “caso Assange”, abbandonato dalla comunità internazionale nonostante l’Ecuador abbia ritenuto il fondatore di WikiLeaks avente diritto di asilo politico. La Gran Bretagna ha “minacciato” addirittura di invadere l’ambasciata dell’Ecuador a Londra1 , dove Julian Assange si è rifugiato da circa 2 mesi, pur di “mettere le mani addosso” al fondatore di WikiLeaks per andare ad estradarlo in Svezia dove non è incriminato di nessun reato, ma deve solo essere interrogato per difendersi da un’accusa di “sexcrime” stile orwelliana.

Julian Assange non vuole andare in Svezia (ma vuole essere interrogato) perché ha il serio timore (e le prove) che da lì sarebbe a sua volta estradato negli Stati Uniti, dove non rischierebbe una sentenza di due anni ma la pena di morte. Ma evidentemente, Julian Assange non è abbastanza mainstream per essere difeso, e soprattutto ha colpito il nemico sbagliato.

Information Clearing House cerca di comparare le due vicende: Pussy Riot vs, a ciascuno il suo eroe, è il titolo. La conclusione, forse ideologica ma non del tutto campata in aria, è che la mobilitazione mediatica per le ragazze punk non è altro che l’ennesima espressione della rivalità con la Russia. Come dire che se le tre ragazze fossero state condannate in Mongolia o nella Nuova Guinea non ce ne fregherebbe poi così tanto.

…Nessuno per gli altri

Se il confronto tra il fondatore di Wikileaks e le tre ragazzotte russe può sembrare inopportuno, improprio o addirittura populista, state tranquilli, ce ne sono centinaia ben più calzanti.
Consiglio la lettura di questo commento di Mark Levine su al-Jazeera: la storia delle Pussy Riot ha acceso la passione di artisti americani ed europei, da Sting a Madonna, che ne hanno chiesto pubblicamente la loro libertà. Nulla di strano fin qui. Ma quegli stessi cantanti europei e statunitensi restano in silenzio di fronte ai drammi quotidianamente subiti dai loro colleghi musicisti e artisti di quei Paesi in cui la libertà di espressione è minacciata molto di più che nella Russia di Putin. Artisti che rischiano la vita, e non solo due anni di prigione, per la loro attività pubblica di denuncia contro le dittature, il terrorismo, le ingiustizie di ogni genere. E che per questo la vita la perdono.
Come Abdi Jeylani Malaq Marshale, comico somalo ucciso lo scorso 1° agosto ucciso perché faceva la parodia degli islamisti.
Come il blogger etiope Eskinder Nega, condannato a 18 anni di reclusione per aver “osato” denunciare l’oppressione e l’ineguaglianza nel suo Paese.
Come Ghazala Javed, giovane cantante pakistana uccisa dai taliban lo scorso giugno dopo essere stata “scomunicata” dagli stessi.
Come Sergio Vega e gli altri sette musicisti uccisi in Messico negli ultimi tre anni. Lo stesso Paese dove, dal 2000 ad oggi, sono stati assassinati anche 81 giornalisti.
Nessuno è sceso per strada per ricordali. Nessuno ha sventolato cartelli o cantato cori davanti alle ambasciate straniere. Nessuno ha organizzato manifestazioni pittoresche o dibattiti pubblici. Forse perché nessuna telecamera era lì ad inquadrarli in una gabbia di vetro. E’ estate, c’è il sole, fa caldo… il porno di Sara Tommasi e la farfalla di Belen tirano molto di più di qualche litro di sangue versato. Al massimo la gente si indigna per i beagle.

Solo per Anna Politkovskaja l’indignazione globale ha veramente battuto un colpo. Al punto che dopo il suo assassinio fu proposto che ciascuno Stato intitolasse la strada in cui sorge la propria ambasciata russa, affinché la diplomazia del Cremlino fosse obbligata a riportare in ogni luogo il nome della giornalista uccisa sulla propria corrispondenza ufficiale. Ovviamente la realpolitik ebbe la meglio anche in quell’occasione e non se ne fece nulla. Ma per la prima volta il mondo aprì gli occhi sul trattamento che la libertà di pensiero e di espressione riceve in certe parti del mondo. Anna Politkovskaja, russa come le Pussy Riot. Vittima di Putin, come le Pussy Riot. Vittima sul serio, però. Vittima per aver denunciato le malefatte di un regime, così come tanti altri giornalisti, artisti, cantanti, poeti. Tutti colpevoli del più esecrabile dei crimini per un regime: aver cercato di dare un significato alla parola libertà.
Altro che un pò di cagnara durante una messa.

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