In Egitto è l’ora della resa dei conti, o dei compromessi

Il presidente egiziano Mohammed Morsi ha “pensionato” il potente ministro della Difesa Hussein Tantawi, insieme al Capo di Stato Maggiore  Sami Enan, rispettivamente sostituiti dal capo dell’intelligence militare Abdel Fatah El-Sissi e  Sedky Sobhy. Congedati anche il comandante dell’aviazione e quello della marina. Quest’ultimo, il generale Mohan Mameesh, è stato nominato presidente del Canale di Suez.

L’occasione per il via libera al repulisti è stato l’eccidio di 16 guardie di frontiera nel Sinai. Tre giorni dopo, il presidente aveva silurato (tra gli altri) il capo dei servizi segreti Muraf Muwafi – il quale ha ammesso di essere stato informato di un possibile attacco -, il governatore del Sinai settentrionale dove è avvenuto il massacro, Abdel Wahab Mabruk e il capo della polizia militare, Hamdi Badeen.
Stranamente, non sono stati toccati i vertici delle guardie di frontiera, ossia la branca militare più direttamente coinvolta nella tutela del Sinai. La selettività nelle rimozioni, unita alla mancata costituzione di una commissione d’inchiesta sull’incidente, alimenta le voci sulla lotta per il potere in corso al Cairo.
Per approfondire sull’influenza dei militari in Egitto, Al-Akhbar segnala una mappa (in arabo) indicante la distribuzione dei generali in tutto il Paese e con i dati salienti di ciascuno.

Con un altro decreto Morsi ha abolito la dichiarazione costituzionale dello scorso 17 giugno, ad opera dello SCAF capeggiato proprio da Tantawi, con la quale era stato privato di alcune prerogative prima del suo insediamento. Ora Morsi ha teoricamente gli stessi poteri che furono di Mubarak.
Inoltre il presidente ha nominato un nuovo vice: si tratta di un magistrato, Mahmoud Mekki, già vicepresidente della Corte di Cassazione. Un ex magistrato che in passato aveva denunciato le frodi elettorali di Mubarak, ma la cui designazione stride con la precedente promessa di nominare una donna e un cristiano copto come suoi vice, in ultima analisi perché Mekki non è né donna né copto.
Non è l’unica pecca in questo primo scorcio di mandato del neopresidente.

Tra i giovani attivisti di Piazza Tahrir serpeggia l’idea che Morsi non perseguirà i responsabili dei massacri di Piazza Tahrir, nei giorni caldi che precedettero la cacciata di Mubarak. Uno shock per molti egiziani, ma non per tutti – compreso lo SCAF. Forse, la vera chiave di lettura del rinnovamento dei vertici militari è proprio qui.
Secondo il Time, il generale Mohamed al-Assar, un membro del Consiglio, ha detto ad al-Jazeera che il licenziamento di Tantawi e Anan giunto al termine di una consultazione con Morsi. Alcuni analisti ipotizzano l’esistenza di un accordo al riguardo: il Paese ai Fratelli Musulmani in cambio di un salvacondotto a Tantawi, secondo Mamdouh Hamza, un importante uomo d’affari e avvocato pro democrazia. Perché se si fossa applicato ai generali lo stesso trattamento riservato a Mubarak, a quest’ora anche Tantawi sarebbe dietro le sbarre.
Le sostituzioni nel settore della sicurezza e poi in quello militare hanno uno scopo più ampio di una semplice “punizione” per i fatti del Sinai, dicono gli analisti. Sissi e Mekki sono uomini vicini alla Fratellanza Musulmana, e la loro nomina non è certamente casuale. La confraternita sta lentamente riordinando la scacchiera politica dell’Egitto, inserendo in ogni casella un proprio alleato.

Ai media americani (come VOA e CNN) il rimpasto di Morsi non dispiace. A prima vista perché l’Egitto, per la prima volta dall’indipendenza, conoscerà finalmente un equilibrio nel rapporto tra potere civile e potere militare. Un passo avanti verso una vera democrazia, dunque. Peccato che democrazia significhi innanzitutto libertà d’opinione, e sotto questo aspetto non si può ancora dire che ci sia granché differenza rispetto ai tempi di Mubarak.
Sotto stati messi sotto inchiesta con l’accusa di ostilità al presidente Morsi il presidente della tv indipendente egiziana Al Farain, Tawfiq Okasha, e il direttore del quotidiano Al DostourAfifi. Entrambi hanno ricevuto dalla magistratura un provvedimento di divieto di espatrio.
Okasha – da sempre oppositore dei Fratelli Musulmani – è accusato di incitazione alla violenza e all’uccisione del presidente attraverso la sua emittente, che pochi giorni fa ha ricevuto un ordine di sospensione delle trasmessioni per un mese. Afifi, anch’egli poco disponibile verso la confraternita, è accusato di incitazione al disturbo dell’ordine pubblico. Una settimana fa il suo giornale è stato sequestrato prima della distribuzione.

Morsi ha studiato negli Stati Uniti. Si tratta di una figura gradita all’establishment americano, così come la stessa Fratellanza Musulmana. Come ho già detto e ridettola Casa Bianca è consapevole che non vi è alternativa politica ai Fratelli Musulmani; la “resurrezione” del movimento è stata sostenuta dalla coppia USA-Israele attraverso i sauditi allo scopo di favorire l’ascesa di una forza (sunnita) da contrapporre all’Iran (sciita); i suoi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.
Per l’America Morsi è un amico, come testimoniato dai recenti colloqui con Hillary Clinton al Cairo. Ed è un amico anche per il Qatar, dal quale l’Egitto ha ricevuto un prestito da 2 miliardi di dollari per risollevare la sua esangue economia. Non è un amico dei sauditi, i quali non fanno nulla per nascondere la propria diffidenza verso il “nuovo” Egitto.
La stampa USA giustifica il colpo di mano del presidente, argomentando che l’eccessivo peso politico dello SCAF non avrebbe permesso la fioritura della democrazia. E gli americani si augurano proprio questo: che in Egitto ci sia una vera democrazia. Perché è stata la democrazia a portare i Fratelli al potere. Anzi, gli “amici”.