Si aggrava la crisi alimentare nel Sahel

Map - Sahel food crisis

Grafico del Guardian sulla crisi alimentare nel Sahel (giugno 2012)

Martedì 7 agosto Patrick McCormick, portavoce dellUNICEF, ha dichiarato che la prossima settimana toccheremo il  “picco di ricoveri di bambini affetti da malnutrizione acuta grave nei centri in tutto il Sahel“.
In Niger, descritto da McCormick come il Paese più colpito, circa 161.000 bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione, secondo un sondaggio effettuato all’inizio di luglio. In Ciad, l’agenzia ha visto raddoppiato il carico di lavoro mensile rispetto al 2010, con 630 bambini sotto i cinque ammessi ai centri di trattamento. E di questo passo non è affatto sicuro che le strutture siano in grado di provvedere – finanziariamente e non solo – alle cure di cui i bambini hanno bisogno.

Deutsche Welle spiega come anche gli allevamenti sono duramente colpiti dalla carestia. Per assicurare un sostentamento agli allevatori, l’ong tedesca Welthungerhilfe acquista i capi di bestiame più deboli – quelli che altrimenti finirebbero in pentola nei villaggi locali – ad un prezzo molto inferiore a quello di mercato. L’intento è quello di impedire lo spopolamento delle aree secche, fenomeno che peggiorerebbe le conseguenze della crisi in corso. Se la gente migrasse altrove, la maggior parte delle (poche) coltivazioni rimaste sarebbe abbandonata. Inoltre, i campi profughi si affollerebbero, fino a rendere le attività di cooperazione quasi insostenibili – anche qui, finanziariamente e non solo.

I fenomeni migratori sono già ben visibili in Mali (qui la testimonianza dei pastori locali), dove alla carestia si aggiunge il dramma dell’occupazione islamista dell’Azawad. Migliaia di famiglie del Nord si sono riversate nella capitale Bamako, a Mopti e in altre città del Sud, per un totale di 70.000 nuovi ingressi nelle ultime settimane. Il Paese è sempre più pressato sul fronte politico, militare ed economico. E le voci di un possibile intervento armato per riportare l’ordine del Nord non fanno che incoraggiare ulteriori spostamenti.
Chi non migra nel Sud, lascia il Paese per rifugiarsi in Mauritania, Niger e negli altri Stati vicini. I quali, già alle prese con altri problemi al loro interno, hanno sempre più difficoltà ad accogliere nuovi rifugiati. 

Come ha sottolineato McCormick, ad aggravare la crisi – oltre alla siccità e al conflitto armato nel Nord del Mali – sta contribuendo un altro fenomeno che richiama alla memoria le bibliche piaghe d’Egitto: le locuste.
Secondo il Manifesto:

Il luogo d’origine del flagello è localizzato nelle aree meridionali dell’Algeria e della Libia (dalle parti di Ghat); una volta adulte le locuste migrano grazie ai venti verso il nord del Niger (Arlit, Agadez, montagne Air, pianure Tamesna e altipiani Djada), ed eventualmente verso il nord del Mali (Kidal e Gao), verso il nord-ovest del Ciad (Borkou, Ennedi, Tibesti) e verso la Mauritania. Possono anche spostarsi nella parte meridionale di quei paesi, viaggiando a una velocità tra 100 e 200 chilometri al giorno… Solo i venti contrari arrestano queste legioni mortali impedendo loro di arrivare ancora più a sud. 
La presenza delle locuste era già segnalata in Libia e in Algeria dopo le inusuali piogge di ottobre e novembre 2011, che le avevano aiutate a crescere in fretta. Adesso sono arrivate nel nord del Niger e del Sahel, nelle zone dove si sono verificate piogge precoci e dove dunque c’è già vegetazione sufficiente ai loro bisogni e alla loro riproduzione. Sciami di giovani e voracissime locuste possono azzerare la stagione della semina che si apre in Sahel. Se le (pur auspicabili) piogge continuano e le locuste non sono fermate, potrebbero avere una seconda generazione nei prossimi mesi; in ogni generazione il loro numero si moltiplica per sedici. E procederebbero verso sud, verso aree ben più coltivate
Nel nord del Niger sono già segnalati danni alle palme da datteri e a piccole aree coltivate.

Come mai nessuno provvede? Perché non c’è più nessuno a farlo. Negli anni scorsi era il regime di Gheddafi a provvedere alla disinfestazione, impiegando vaste schiere di immigrati dall’Africa subsahariana – ora scomparsi dalla società libica. Caduto il dittatore, la disinfestazione si è arrestata:

Oltre alle precoci piogge e al conflitto in Mali, qual è il fattore che ha tanto aiutato le locuste? Secondo la Fao «i recenti avvenimenti in Libia», cioè la guerra lanciata dalla Nato e la perdurante instabilità. Perché in anni normali, Algeria e Libia sarebbero state capaci di controllare le popolazioni di locuste sui loro territori, impedendo loro di muoversi verso Sud. In particolare la Libia destinava squadre di tecnici formati, macchine e parecchio denaro al monitoraggio e al trattamento. Mandava anche squadre e denaro ad altri paesi africani a questo scopo, precisa il funzionario della Fao. Adesso è tutto smantellato, nessuno se ne occupa, le squadre anti-locuste e i loro mezzi sono spariti da qualche parte.

Un altro effetto collaterale della guerra voluta da Sarkozy e di cui l’unica vincitrice è stata al-Qa’ida. Oltre, ovviamente, alle locuste.

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