In Siria tante domande restano senza risposta

I drammatici fatti che hanno scosso Damasco la scorsa settimana (qui una ricostruzione) testimoniano che la crisi in Siria ha ormai attraversato il punto di non ritorno. Potrebbe essere già l’inizio della fine.
Forse è tardi per porre la domanda: come siamo arrivati ​​qui?  A rispondere ci penseranno gli storici, quando tutto sarà finito. Già, ma quando? In ogni caso, il tempo per le soluzioni diplomatiche alla crisi siriana è probabilmente finito. Lotta per il potere sarà decisa dalle armi, non dalla diplomazia.

L’America ha molte colpe in questo. Lasciamo da parte la questione se gli Stati Uniti stiano già intervenendo segretamente in Siria o meno – benché sia ormai accertato che la CIA rifornisce il FSA di armi e munizioni, oltre al fatto che lo stesso FSA potrebbe essere una produzione made in USA. Il vero problema dell’amministrazione Obama è che mai, dall’inizio della crisi 17 mesi fa, ha davvero cercare una soluzione politica.
Tornando indietro di un anno e mezzo, mentre la primavera araba rovesciava dittatori filoamericani in Egitto e Tunisia, il Dipartimento di Stato era frustrato dal fatto che la Siria, almeno inizialmente,  appariva abbastanza stabile. Quando poi le proteste a Homs e Deraa sono degenerate nei massacri che conosciamo, Obama ha creduto di potersi sbarazzare agevolmente anche di Assad, indebolendo così Hezbollah in Libano e togliendo di mezzo l’ultimo alleato mediorientale dell’Iran. Fin dal principio, dunque, gli Stati Uniti hanno premuto per il cambio di regime, analogamente a quanto sarebbe poi accaduto nello Yemen (tuttora nel caos), senza neppure avanzare una qualunque proposta di transizione democratica.  Il problema è che la Siria non è lo Yemen, dove l’America mantiene tuttora un’influenza notevole e dove non ci sono Russia e Cina a fare bastian contrario.

Gli Stati Uniti – e non solo – non abbandonano mai la loro doppia morale.  Ad esempio, gli attentati suicidi sono tragedie orribili, come quello di Burgas. Ma talvolta non sono poi così male, almeno dal punto di vista di Washington e Londra. Dopo la strage di Damasco, il Segretario alla Difesa Leon Panetta ha detto con malcelata gioia che la Siria sta “perdendo il controllo”. Gli ha fatto eco il ministro degli Affari esteri britannico William Hague con le sue lacrime di coccodrillo. Ma la ciliegina sulla torta è questa conferenza stampa di Patrick Ventrell, portavoce del Dipartimento di Stato USA, all’indomani dell’attacco terroristico che ha decimato parte dell’entourage di Assad: per quanto i giornalisti insistessero nel chiedergli se l’attentato fosse stato una “cosa buona” o una “cosa brutta”, il funzionario non è riuscito ad offrire una risposta degna di tal nome.

Torniamo alla Siria. Il ministro degli Esteri siriano Jihad Makdissi, se da un lato ha ammesso che la Siria dispone di armi chimiche, dall’altro ha insistito sul fatto che tali armi non convenzionali sono sotto stretta sicurezza e che in ogni caso sarebbero usate solo in caso di aggressione straniera e mai contro la popolazione civile. Ma se il FSA è davvero un esercito creato, equipaggiata e sostenuta dalle potenze straniere (USA, Arabia Saudita e Qatar), il governo siriano potrebbe considerare anch’esso una forza straniera e dunque usare tali armi? E dall’altra parte, prima o poi gli USA non potrebbero accusare la Siria di averle usate comunque, guadagnandosi così il pretesto per vincere la resistenza russa in sede ONU?

Intanto, secondo alcuni rapporti, Assad è già fuggito dalla capitale verso Latakia, sebbene i media di regime ne abbiano mostrato la figura nel corso di incontri ufficiali. Nel frattempo, a Damasco si è aspramente combattuto e, approfittando del fatto che il regime aveva richiamato le truppe dalle alture del Golan e di altre zone di confine per dare manforte a quelle nella capitale, i ribelli hanno occupato posizioni alle frontiere con Iraq e Turchia. Che l’obiettivo della battaglia di Damasco non fosse proprio quello? Difficile da dire. Questa ed altre domande restano senza risposta.
Ad esempio, se l’esercito regolare sia ancora intatto o meno, viste le continue defezioni – effettive o solo annunciate – degli ultimi tempi. Oppure chi sono davvero i ribelli del FSA, posto che nessuno al di fuori la Siria lo sa con certezza. Il Consiglio Nazionale Siriano e gli altri gruppi in cui l’opposizione ad Assad è frammentata hanno legami poco chiari con le forze sul campo. La Fratellanza musulmana siriana è un attore importante, sia dentro che fuori la Siria, ma non è l’unico. Negli anni Ottanta, prima e dopo la spietata repressione ad opera di Assad padre, ha ricevuto il sostegno segreto di Israele (tramite il famigerato Saad Haddad, un ufficiale dell’esercito libanese reclutato come una pedina di Israele nel sud del Libano) e degli USA, che la sostiene tuttora.

Ancora non sappiamo cosa è successo davvero a Damasco. Questo brillante articolo di Lucio Caracciolo, direttore di Limes (da leggere tutto) spiega:

Per quanto i ribelli islamisti se ne attribuiscano il merito, il colpo in uno dei più protetti palazzi del potere di Damasco è venuto da dentro. Quanto meno, con la partecipazione straordinaria di qualcuno che avesse accesso alla cerchia intima di Bashar. Senza il supporto di elementi interni alla cricca che da oltre quarant’anni tiene in pugno il paese, l’attacco al cuore del regime non sarebbe stato concepibile. Dopo le recenti defezioni di alti dignitari diplomatici e militari, la strage di ieri mina le fondamenta della dittatura siriana.

L’idea che l’attentato sia stato ordito – o abbia richiesto la collaborazione – della cerchia di Assad è tutt’altro che campata in aria, per quanto al momento non confermabile. La sera stessa della strage, sul sito arabo Syria Truth è comparso un controverso pezzo per spiegare la verità sui fatti di Damasco. O ciò che si dice è vero, e allora sarebbe clamoroso, o è falso, ma in ogni caso vale la pena parlarne.
L’idea di fondo è che l’attentato, benché abbia ricevuto ben due rivendicazioni, non sia stato opera dei ribelli bensì di servizi segreti occidentali. L’articolo spiega che l’esplosivo (una carica tra 40 e 50 kg) era stato introdotto nella sala dove si sarebbe svolta la riunione da un funzionario siriano colluso con l’intelligence e azionato da un controllo remoto situato all’interno dell’Ambasciata americana a Damasco, situata a 145 metri dal luogo della deflagrazione.
Difficile dire se questa versione sia degna di fede. Il pezzo va certamente preso con le molle: l’uso un pò troppo disinvolto delle “fonti esterne” (ma quali?) citate nell’articolo lascia più di un dubbio. Tuttavia, a distanza di pochi giorni è spuntato fuori questo riscontro. A cui si aggiungono le scontate accuse della Siria in tal senso, con tanto di promessa di ritorsioni, e dell‘Iran, che punta il dito contro il britannico MI6. Inoltre, un analista americano sostiene che la bomba “odora di Mossad. In ogni caso, tre indizi non fanno una prova.
Cosa è successo davvero a Damasco rimane un mistero. L’ennesima domanda senza risposta in quel teatro dell’assurdo che è la Siria.

One thought on “In Siria tante domande restano senza risposta

  1. Pingback: In Siria tante domande restano senza risposta - Politica - Tua Notizia

I commenti sono chiusi.