Il comune denominatore tra la strage di Denver e gli F-35 che il governo deve comprare per forza

Come era prevedibile, la strage di Denver ha riaperto la questione – per la verità mai chiusa – del controllo sulle armi negli Stati Uniti (qui un grafico del Post che ne illustra la diffusione).
Come argomenta il Fatto quotidiano, anche stavolta non cambierà nulla:

Eppure, nonostante le condoglianze di rito, i 12 morti di Aurora non cambieranno  il modo in cui gli americani comprano, usano, controllano le loro armi. Se ne devono essere resi conto immediatamente anche i gruppi che da anni chiedono legislazioni più restrittive in materia. 

Barack Obama, come i suoi predecessori, non ha avuto nessuna intenzione di alienarsi una fetta di voto così importante, né ha ritenuto politicamente interessante fare una battaglia su una questione che, in America, non sembra interessare molti. Un sondaggio della Gallup del 2010, mostrava che in 20 anni il sostegno a misure più severe su acquisto e porto d’armi è calato del 34%. Secondo Dan Gross della Brady Campaign “Obama fa un semplice calcolo politico”. In realtà, a parte lo sdegno, l’emozione, il terrore a ogni massacro di innocenti, il gun control non sembra raccogliere consensi particolari nella società americana. Senato, Camera, i vari Stati non agiscono o agiscono poco proprio perché nell’elettorato non esiste una vera richiesta di inasprire la regolamentazione nei confronti di fabbricanti e venditori di armi. In più, la strategia dei gruppi anti-armi è stata, in questi anni, poco incisiva.

Il commento più cinico, ma in fondo realistico, lo ha fatto al Washington Post Matt Bennett, fondatore di Third Way, un think-tank della Capitale: “Non è successo niente quando hanno sparato in testa a un deputato (allusione all’attacco contro la deputata democratica Gabrielle Giffords). Non succederà niente nemmeno ora, con una dozzina di ragazzini ammazzati in un cinema. E’ la terribile verità, ma è la verità”.

Negli anni, decine di deputati e senatori hanno beneficiato dei contributi dei produttori di armi per le loro campagne elettorali. E se in novembre vincerà Romney, sarà anche peggio.
Questo è ciò che il candidato repubblicano diceva in aprile:

”Abbiamo bisogno di un presidente che sostenga i diritti dei cacciatori e di chi cerca di proteggere la propria casa e la propria famiglia. Il presidente non lo fa. Io lo faro”’. Il riferimento di Romney e’ alla legge che consente l’uso delle armi per legittima difesa sulla quale si e’ aperto il dibattito dopo la morte del teenager nero Trayvon Martin.

…E questo ciò che ha detto ieri:

Credo fermamente nel Secondo emendamento e non ritengo che nuove leggi possano fare la differenza in questo genere di tragedia

A sorpresa (o forse no?), dopo la carneficina di una settimana fa in Colorado le armi registrano un boom di vendite.

Le lobby delle armi sono interessate a massimizzare i profitti a scapito degli stessi cittadini. L’ascesa del loro strapotere è raccontata in questo lungo articolo sul New Yorker. Nel nome della sicurezza personale, del Secondo Emendamento della Costituzione e della difesa della privacy, a partire dagli anni Sessanta si è foraggiato un sistema di diffusione delle armi che non ha eguali nel mondo. Oggi 90 persone su 100 negli Stati Uniti possiedono un’arma. In molti Stati ( cd. “shall issue States”), come il Colorado, per avere un’arma è sufficiente rispetta tutti i requisiti richiesti dalla legislazione, a fronte dei quali il richiedente non può vedersi rifiutata la domanda, a prescindere da ogni altra valutazione sul soggetto. Il regista Michael Moore nel 2003 con il documentario “Bowling a Columbine” focalizzò l’attenzione sul possesso e la diffusione delle armi negli Stati Uniti.

Cosa c’entrano i cacciabombardieri

Appreso quanto potere ha la lobby sulla politica americana, facciamo un salto al di qua dell’oceano e concentriamoci su una delle più accese polemiche di casa nostra negli ultimi tempi: i cacciabombardieri F-35. Accostare l’acquisto degli aerei alla proliferazione delle armi negli USA è un esercizio tutt’altro che azzardato. Perché dietro le due cose c’è sempre la stessa mano.
Gli F-35, dunque. La gente non li vuole, come testimoniano le campagne promosse via web per chiedere al governo di rinunciare all’investimento. L’argomento è che non si capisce come possa un esecutivo chiedere sacrifici al PAese, da un lato, e poi spendere una cifra iperbolica (c’è chi dice 13, chi 15, chi addirittura 20 miliardi di euro) per una flotta aerea sproporzionata rispetto alle nostre esigenze di difesa.
Al contrario, il ministro Di Paola ne difende l’acquisto, adducendo due diversi ordini di argomentazioni:

Di Paola difende la missione delle Forze armate che devono disporre di armamento per permettere all’Italia, come Paese della Nato, di essere corresponsabile delle risposte che la comunità internazionale dà alle crisi. “Una missione che il Parlamento ha approvato”, ha detto Di Paola, che ha ricordato come l’acquisto dei cacciabombardieri Joint strike fighter (F-35) sia già stato ridotto dai previsti 131 a 90.
“I nostri aerei vanno rinnovati e nel programma degli Joint strike fighter, in cui siamo entrati nel 1997, abbiamo investito risorse significative. A Cameri c’è un polo di assemblaggio e manutenzione che non ha eguali se non negli Usa, dove i Jsf vengono prodotti. Se oggi dovessimo chiudere tutto, butteremmo via enormi investimenti, metteremmo a rischio 10 mila posti di lavoro e ammazzeremmo il futuro tecnologico di Finmeccanica“, ha spiegato il ministro della Difesa.

Per mesi abbiamo creduto che la ragione dell’acquisto degli aerei fosse “la velleità di alcuni Generali di spacciare l’Italia per media potenza militare industriale“, come Massimo Paolicelli della Rete per il Disarmo aveva affermato in gennaio. Sarebbe la prima delle due messe sul tavolo da Di Paola. In realtà, la necessità dell’Italia di partecipare comunque al programma JSF si fonda su una motivazione molto più concreta. Ossia la seconda.
Vediamo perché questo affare rappresenta una questione di economia nazionale.

L’azienda statunitense capocommessa del progetto F-35/JSF è la statunitense Lockheed-Martin, la prima industria bellica al mondo per dimensioni e giro d’affari. In gennaio il vicepresidente della compagnia era venuto personalmente a Roma per persuadere il nostro governo a sciogliere ogni riserva sull’acquisto degli aerei:

La comparsa ieri a Roma del vice-presidente del programma F-35/JSF Tom Burbage in rappresentanza della Lockheed Martin, l’azienda statunitense capocommessa del progetto di cacciabombardiere, è emblematica della spasmodica necessità dell’azienda di incassare l’OK dell’Italia all’acquisto di 131 aerei. Al di là del’Atlantico Lochkeed Martin è infatti sotto il fuoco di fila del Pentagono che ha predisposto un dossier impietoso sull’andamento dei lavori ed ha voluto rivedere tutte le modalità contrattuali, mentre la Casa Bianca che ha deciso di tagliare il budget militare dei prossimi 10 anni. Non per nulla i corpi militari statunitensi stanno aspettando ad ordinare i propri caccia F-35 cercando di far comprare dagli alleati i primi esemplari problematici.

Unico numero citato, quello delle aziende italiane coinvolte nella produzione: “oltre 20” sembra siano state le testuali parole. Peccato che la cifra non coincida con quanto dichiarato in sede parlamentare ufficiale dal Ministro-Ammiraglio Di Paola, che alla Camera in una risposta ad un’interrogazione ha parlato di 40 aziende italiane partecipanti a vario titolo nella filiera produttiva. Ennesima dimostrazione di poca chiarezza e trasparenza, probabilmente dettata da ritorni in realtà molto bassi e perciò imbarazzanti.

I tagli alla Difesa decisi dall’amministrazione Obama incideranno non poco sul bilancio del settore bellico, con evidenti ricadute sul piano delle statistiche sulla produzione industriale USA nonché su quello occupazionale. Favorire la vendita degli F-35 all’estero aiuterebbe a tenere in piedi un importante comparto del made in USA. A questo punto appare chiaro come gli interessi dell’economia americana arrivino a coincidere con quelli della lobby delle armi.

Cosa accadrebbe se l’Italia non acquistasse più gli aerei? Ufficialmente nulla, dato che non sono previste penali. Dunque, dal punto di vista tecnico la rinuncia non presenta difficoltà. Diversa è la questione dal punto di vista della diplomazia economica. Se rinunciamo all’acquisto, allo stesso modo il governo americano potrebbe cancellare alcune importanti commesse con Finmeccanica (che, ad esempio, fornisce agli Stati Uniti gli elicotteri in dotazione alla Casa Bianca), o più in generale, potrebbe boicottare le importazioni made in Italy. O ancora più in generale, l’Italia – a prescindere da chi ne è al timone – si metterebbe contro gli Stati Uniti, cosa che ha fatto solo due volte nel corso di tutta la sua storia repubblicana. Italy is taken for granted, dicevano a Washington senza neppure chiederci il nostro assenso per decisioni che ci riguardavano.

In conclusione, la querelle degli F-35 c’entra poco con la presunta volontà di fare dell’Italia una potenza militare di media grandezza. In gioco non ci sono le guerre del futuro, ma la ripresa economica (che non c’è) nel presente. Non si tratta di bombardare Paesi lontani, ma di salvaguardare i volumi del nostro export verso un cliente importante. Per questo il governo tiene duro, nonostante la comprensibile indignazione popolare.
E ed è sempre per questo che, nonostante le stragi e l’austerity, il mercato delle armi non conosce crisi.