Le due Guerre Fredde in Siria

La Russia ha ripetutamente affermato che qualsiasi attacco alla Siria sarà considerato come un attacco alla sua sicurezza nazionale. Medvedev, con molta enfasi, si è spinto più in là: se gli Stati Uniti non rispetteranno la sovranità della Siria, la susseguente escalation di tensioni potrebbe condurre il mondo nel baratro di una guerra nucleare (si veda anche qui). Esagerato, certo, ma rende l’idea di come il Cremlino non tolleri alcuna interferenza nell’evoluzione della crisi siriana.
Queste sono le ragioni del sostegno russo alla Siria:

Con l’eventuale fine di Assad, Mosca perderebbe un grosso cliente nella vendita di armi, oltre ad un avamposto strategico – l’ultimo, probabilmente – nella regione. Inoltre, anche i russi hanno capito che per l’Occidente Damasco è una tappa obbligata sulla strada che porta a Teheran. Se i regimi in questione fossero rovesciati, Mosca vedrebbe i confini dell’ex Primo mondo spingersi fin dentro quello che considera il proprio spazio vitale. Inaccettabile come prospettiva. Di conseguenza ha sempre ribadito con fermezza la propria volontà di bloccare qualsiasi tentativo di intervenire in Siria con il benestare delle Nazioni Unite.

E queste sono le motivazioni per cui gli Stati Uniti auspicano un cambio di regime – quelle vere, scevra di ogni retorica pro-democrazia ma al contrario fondata su un preciso calcolo strategico:

Non potendo impegnarsi direttamente, gli USA ricorrono al vecchio strumento della proxy war, che consiste nell’offrire materiale (ossia armi) e finanziario al nemico del proprio nemico. Perciò i media concentrano la propria attenzione sul Free Syria Army, ufficialmente formato da dissidenti dell’esercito regolare ma in realtà creato e formato con l’appoggio dell’Occidente (non a caso si parla di “Brigate Feltman”). Benché sia stato dato molto risalto alla diserzione di un generale con cinquanta uomini al seguito, le forze armate di Damasco sono ancora intatte e disciplinate. Non vanno poi dimenticati i ribelli libici, di fede sunnita e dunque schierati contro Assad, come ad Hizbullah in Libano.
Dall’altra parte c’è l’Iran, fiero sostenitore di Assad e del primato sciita, la cui partecipazione diretta è dichiarata dallo stesso Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato USA. Alcune settimane fa il governatore della provincia irachena di al-Anbar, Qasim Al-Fahdawi ha detto di averele prove del coinvolgimento dell’Esercito di Mahdi di Moqtada al-Sadr negli scontri. Anche l’opposizione siriane sostiene che 100 autobus trasportanti almeno 4.500 uomini armati di al-Sadr avrebbero attraversato il confine siriano, diretti verso Deir al-Zour. Si segnala che pochi giorni fa la Turchia ha denunciato il sequestro di un cargo contenente armi diretto in Siria, di sospetta provenienza iraniana  (accusa smentita da Teheran).

La ragione per cui l’America segue da vicino gli eventi in Siria è perché spera che, una volta caduta Damasco, la prossima ad implodere possa essere  Teheran
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Armi e navi verso la Siria

Le più chiare avvisaglie dell’escalation in corso sono rappresentate dalla progressiva militarizzazione intorno al Paese. BBC riporta che la Russia ha inviato una sette navi da guerra guidate da un cacciatorpediniere anti-sommergibile in direzione della sua base siriana di Tartus. Secondo fonti citate dall’agenzia stampa Interfax, le navi trasportano un contingente di militari in missione di addestramento, oltre che cibo e carburante per la base. Ufficialmente. Di fatto, Mosca vuole far capire a Stati Uniti Occidente – e alla Lega Araba – che intende difendere i propri interessi nella regione. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno inviando un terzo gruppo di portaerei nella regione del Golfo Persico.
Mosse giunte a meno di un mese dalla vendita di elicotteri d’assalto russi al regime siriano. Affare che a Mosca difendono in ragione del fatto che gli americani, dietro le quinte, stanno inviando armi e munizioni ai ribelli siriani – fatto noto da mesi, confermato dal New York Times in giugno così come dal velato monito di Kofi Annan pochi giorni fa. A proposito di ribelli, qui avevo spiegato cos’è davvero il Free Syrian Army e chi c’è dietro:

Il DamasPost rivela la vera storia dietro la formazione di questo gruppo. Lo scorso 20 Febbraio 2011 l’Assistente del Segretario di Stato Usa Jeffrey Feltman è stato a Beirut, accompagnato da un funzionario del Mossad di nome Amit Azogi (ex generale dell’esercito israeliano e ora trafficante d’armi), un ufficiale dell’intelligence giordana di nome Ali Gerbag e alcuni libanesi appartenenti al Movimento 14 marzo. Presente anche il Presidente del Partito di Liberazione Islamico in Turchia, Yilmaz Chelk. L’obiettivo dell’incontro era quello di formare gruppi di miliziani armati per lottare contro il regime siriano. Non a caso, il quotidiano parla dell’Esercito Libero come delle “Brigate Feltman”.
Non solo. Un servizio recentemente trasmesso dalla BBC mostra due interessanti dettagli. I miliziani sono basati nel nord del Libano, in una zona dove prosperano gli estremisti salafiti e wahabiti. Inoltre, va notato che essi imbracciano fucili M-16, gli stessi in dotazione all’esercito americano e che i siriani non hanno mai utilizzato [dopo quella svista, i ribelli sono sempre apparsi in video imbracciando dei più consueti AK-47 Kalashnikov]

Una nuova Guerra Fredda all’orizzonte?

Lo scenario che emerge dal caos siriano induce a pensare che il mondo abbia fatto un salto indietro di trent’anni, all’epoca della Guerra Fredda. Allora i russi invadevano l’Afghanistan e gli americani finanziavano i ribelli che li combattevano – chi fossero questi ribelli e quali intenzioni avessero, l’America lo avrebbe scoperto un martedì 11 settembre di vent’anni dopo.
In realtà la Guerra Fredda è solo un eco del passato. Il Grande Gioco della Siria è molto più complicato.
Quasi sempre i media dimenticano di considerare l‘Iran e la Lega Araba (quest’ultima retta dalla premiata ditta Qatar-Arabia Saudita). Tali parti sono portatrici di interessi contrapposti, che – a prima vista – ricalcano quelli, rispettivamente, di Russia e Stati Uniti.

Il ruolo dell’Iran

L’Iran è il principale alleato di Damasco (con la quale mantiene un ferreo patto di mutua difesa), dunque sta con Mosca; sauditi e qatarioti premono affinché in Siria possa essere instaurata una democrazia, e appoggiano la posizione USA.
Dell’Iran abbiamo già detto: è il vero obiettivo della strategia americana in Siria:

Ciò che tutt’ora non ci dicono, ma che é facilmente desumibile da questa cartina preparata dagli amici di nocensura.com, é che le basi americane in medio-oriente sono davvero tante e, guardacaso, tutte intorno all’Iran. Mettere le mani sul territorio siriano, ponendo fine al governo antiamericano di Assad, permetterebbe di completare l’opera di accerchiamento all’Iran.

Inoltre, come scrivevo in un post di febbraio, citato più sopra:

Mosca ha rivelato che la bozza del CdS conteneva una clausola che autorizzava l’intervento militare. Un articolo su Pravda fornisce un’eccellente spiegazione del triangolo di rapporti tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele. Quest’altro su al-Akhbar va oltre e spiega perché Occidente e Lega Araba spingono per un intervento militare: garantirsi un avamposto nella prospettiva di un prossimo attacco all’Iran, in una catena di eventi che porterebbe a ridisegnare la mappa della regione mediorientale.

Il mancato invito di Teheran all’ultima Conferenza degli Amici della Siria a Ginevra (giudicato un errore dai russi), nonostante l’apertura del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e di Kofi Annan, parla per sé. Non si chiede al tacchino di imbandire il pranzo di Natale.

Le trame di Qatar e Arabia Saudita

Dall’altra parte c’è la Lega Araba. Quale sia il suo scopo, lo spiegavo in un altro post citato più sopra:

[…] porre fine al dominio sciita per riportare al potere la maggioranza sunnita, in modo che in un futuro appuntamento elettorale il popolo possa consegnare la nascitura “democrazia” siriana nelle mani della Fratellanza Musulmana, sulla falsariga di quanto sta già avvenendo in Tunisia ed Egitto.
Non stiamo assistendo ai negoziati arabo-occidentali per la liberazione della Siria, ma ai tentativi sottotraccia del Qatar di trasformare il Paese in una nuova Libia. E a Washington fingono di non saperlo, troppo indaffarati a chiudere i conti con Teheran senza sporcarsi le mani.
L’unità di intenti dimostrata da americani e qatarini si rivela dunque un pericoloso passo a due in cui i primi credono di guidare i secondi e in realtà sono questi ad usare quelli. Ciò che Washington non riesce a capire è che l’apparente convergenza di interessi con Doha nasconde in realtà due obiettivi opposti e, in definitiva, inconciliabili.
Difficile immaginare cosa verrà fuori da questo ambiguo sodalizio. Non dimentichiamoci che al-Qa’ida, oggi incubo dell’Occidente, non è altro che il figlio illegittimo di quel matrimonio tra USA e Pakistan celebrato trent’anni fa in funzione antisovietica.

I veti della Russia sono il maggiore ostacolo alla realizzazione di questo programma.
In dicembre il Qatar aveva fatto un tentativo – senza successo – per indurre Mosca a più miti consigli. Come? Attraverso l’argomentazione a Doha più congeniale, ossia la corruzione:

Pochi giorni fa è scoppiato [nei primi di dicembre, appunto] un caso diplomatico tra Russia e Qatar dopo la notizia che l’ambasciatore russo a Doha aveva subito un “incidente” all’aeroporto della capitale qatariota. Il ministero degli Esteri russo Lavrov ha preteso le scuse formali dello Stato arabo, oltre alla punizione degli agenti di sicurezza coinvolti nel fatto.
L’agenzia di stampa russa RT riferisce che l’ambasciatore ed altri funzionari dell’ambasciata sono stati picchiati dalla polizia doganale. La ragione del gesto è spiegata da un anonimo diplomatico russo, il quale rivela che questo incidente “è un insulto a causa della posizione russa sulla Siria”.
Il quotidiano libanese Al-Nahar racconta un retroscenala Russia avrebbe respinto un’offerta di milioni di dollari per revocare il proprio appoggio ad Assad passando sul fronte antiregime. La reazione di Mosca è stata un rifiuto, accompagnato dalla conferma del proprio sostegno a Damasco. La Siria è l’avamposto russo sul Mediterraneo poiché le flotte di Mosca sono attraccate ai porti di Tartus e Latakia. Difficile che i russi rinuncino alla profondità strategica garantita da Assad.
Visto l’accaduto, Mosca ha ufficialmente degradato le proprie relazioni con Doha.

Quanto ai sauditi, quest’articolo tradotto da Medarabnews spiega che a Ryadh, il regime di Assad è dipinto come una dittatura atea, l’ultimo Stato guidato da una minoranza eretica che opprime i musulmani sunniti, mentre viene sostenuto dai russi. La crisi siriana diventa così un’occasione per regolare vecchi conti in sospeso:

Sconfiggere la Russia nel mondo arabo fu una priorità per l’Arabia Saudita, ancor prima di diventare un vero e proprio impegno in Afghanistan negli anni ‘80. L’attuale crisi siriana è forse l’ultima possibilità di compromettere definitivamente la già erosa sfera di influenza russa nella regione. I sauditi forse pensano che sconfiggere la Russia questa volta in Siria potrebbe dare nuovo vigore alla loro vecchia mitologia di sconfiggere l’ateismo nel mondo e sostenere i musulmani sunniti a livello globale. Mentre la Russia è cambiata negli ultimi vent’anni, il regime saudita è ancora molto dipendente dall’esigenza di proporsi come difensore dell’Islam sunnita. Simili pretese sono sufficienti a preoccupare i russi nel loro cortile di casa.

Fuochi incrociati

Ricostruiti tutti gli interessi in gioco, possiamo trarre una conclusione: la crisi siriana non è un nuovo capitolo della Guerra Fredda – non di quella “classica”, almeno.
In Siria sono in corso due confronti a distanza: USA-Iran, da un lato; monarchie arabe-Russia, dall’altro. I discorsi sull’imperialismo americano, sull’esportazione della democrazia e affini, a cui siamo abituati, mal si adattano alla complessità del rebus di Damasco. E sullo sfondo del bisticcio Washington-Mosca si stagliano nuove figure, più influenti e più direttamente coinvolte sul campo di quanto non possano esserlo le due ex (uniche) superpotenze.
La verità è che il nuovo ordine mondiale gira sempre più intorno a nuovi perni: innanzitutto i BRICS, di cui Cina e Russia – e in futuro anche l’India? – sono la spina dorsale. Il loro peso è sufficiente a bloccare qualunque mossa di un Occidente che fatica ancora a riprendersi dalla crisi. E poi i Paesi arabi, forti del proprio ruolo strategico nell’approvvigionamento energetico mondiale, i quali non sono più disposti a recitare un ruolo subalterno nei dossier geopolitici che li riguardano.
Ai media nostrani rimane difficile spiegare che l’oligopolio della potenza condiviso tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia sono solo echi del passato. Un nuovo ordine mondiale si profila all’orizzonte. La crisi in Siria è solo l’inizio.