Per il Sud Sudan non è un buon compleanno

Il 9 luglio dello scorso anno il Sud Sudan ha proclamato la propria indipendenza dal Nord dopo quasi mezzo secolo insanguinato da due guerre civili.  Il neonato Paese era pieno di euforia, e la speranza per un futuro migliore animava ogni angolo della capitale Juba.  Un anno dopo, quell’emozione sembra più sbiadita delle fotografie che la conservano. Il governo guidato da Salva Kiir e Niek Machar, ex alti gradi dell’Esercito Sudanese di Liberazione Popolare, non è riuscito a soddisfare le aspettative di una popolazione stremata dalle violenze e dalla povertà diffusa. In una nazione dove poco più di un quarto degli adulti è in grado di leggere e l’aspettativa di vita è inferiore a 50 anni e dove mancano persino i servizi di base, la secessione dal Nord non finora ha portato i benefici agognati.
Certo, la costruzione di uno Stato non è mai impresa facile, e questo è tanto più vero nella situazione del Sud Sudan, i cui problemi di oggi sono il frutto dei decenni di oppressione del regime sudanese.
Un anno fa scrivevo:

Il malgoverno di Khartoum, che negli anni ha incamerato le ricche rendite petrolifere senza mai provvedere alla crescita della regione, ha lasciato una pesante eredità di sottosviluppo al nuovo Stato. Il Sud Sudan è tra i Paesi più poveri del mondo, con una rete infrastrutturale ridotta all’osso e un tasso di analfabetismo altissimo. Senza contare l’elevato numero di sfollati (5 milioni, secondo il Displacement Monitoring Center) a causa del ventennale conflitto. L’economia è incapace di stare in piedi da sola e di fatto dipende interamente dal petrolio, i cui introiti rappresentano il 98% delle entrate statali.
Khartoum sa di poter far leva sulla precarietà della situazione. Compromettere le possibilità di sviluppo di Juba tramite esose richieste sul transito, ai limiti dell’estorsione, rappresenta il modo più efficace per mantenere il controllo su un territorio che il Nord considera ancora di propria appartenenza.

Il presidente Kiir, cattolico praticante, ex ribelle con la reputazione di conciliatore (smentita con l’occupazione di Heglig), sa bene – anche grazie alla Cina, che non smette mai di ricordarglielo – che un buon rapporto con il Sudan è la migliore garanzia per la pace nel suo Paese. Tuttavia, durante il suo primo anno di vita (qui una cronologia), il più giovane Stato del mondo ha consumato più energie per respingere le offensive militari dell’ex madrepatria che per avviare un processo di sviluppo al proprio interno. Il gesto più eclatante è stato l’arresto della produzione petrolifera a causa del contenzioso sulle tariffe di transito con Khartoum. Ma in un Paese dove il petrolio rappresenta pressoché l’unica fonte di guadagno, la mossa non poteva non comportare pesanti effetti collaterali, primo fra tutti il brusco aumento dei prezzi.
A pesare su una situazione già precaria c’è il fenomeno della corruzione dei funzionari statali. Un mese fa il presidente Kiir ha apertamente accusato 75 di loro della sparizione di 4 miliardi di dollari dalle casse pubbliche. Episodi come questo alimentano il timore che il Sud Sudan diventi una nuova Nigeria, dove un’élite beneficia delle rendite petrolifere mentre i due terzi della gente vivono meno di un dollaro al giorno.
Infine, la separazione dal Nord non ha fermato le violenze non solo ai confini, ma neppure all’interno del Paese.

Se il Sud Sudan piange, al di là della barricata il Sudan non ride:

L’indipendenza del Sud ha privato Khartoum dell’80% delle sue rendite petrolifere, aprendo un buco di bilancio da 2,4 miliardi di dollari. Per risanare le esangui casse dello Stato, il regime di Bashir ha approvato un duro piano di austerity fatto di maggiori tasse e tagli ai sussidi.

E le proteste continuano ancora adesso.

A ben vedere, i due vicini di casa – nati da quella che una volta era la più grande nazione africana -, rappresentano due facce della stessa medaglia: il problema del Nord è che, con la secessione di Juba, ha perso l’80% della sua produzione di petrolio; quello del Su, invece, è che ha solo il petrolio. I necessari riaggiustamenti a far sì che le due economie tornino a camminare con le proprie gambe richiederanno tempo e fatica.
E fintantoché l’oleodotto LAPSSET – che consentirà di esportare petrolio dal porto kenyota di Lamu, direttamente sull’Oceano Indiano, senza passare più dal territorio sudanese – non sarà realizzato, il cordone ombelicale che lega Juba a Khartoum non potrà ancora dirsi reciso.
Kiir dice di voler trasformare il Sud Sudan “da una terra di conflitti ad una terra promessa“. Finire le ostilità con il Nord sarebbe già metà dell’opera.

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