Il peccato originale dell’euro. Perché la moneta unica non funziona

Con gli accordi di Bruxelles, per la prima volta i leader europei hanno si sono trovati d’accordo intorno a misure concrete e significative volti a porre fine alla crisi del debito della zona euro, rispetto ai vaghi progetti a cui eravamo abituati. Si tratta di un passo importante, ma i timori per il futuro permangono.
Se per un attimo mettiamo da parte le questioni prettamente economiche per addentrarci in una riflessione meno convenzionale, ci farebbe comprendere il legame diretto tra le vicissitudini della moneta unica, all’apparenza materia di esclusivo dominio degli economisti, e i nuovi equilibri geopolitici sorti dopo il 1989.


Perché nacque l’euro

Oggi a dire che “L’euro non dovrebbe esistere” è la prima, lapidaria riga del rapporto “Fine dell’euro”, a firma del servizio studi di UBS. L’idea di fondo è che lo spazio di circolazione della moneta unica disegna un’area meno che omogenea per cultura e tradizione fiscale, struttura economica, vocazioni e dinamiche sociali – es., cosa hanno da spartire i ciprioti con gli olandesi?
Fino allo scoppio della crisi greca, i cittadini dei diciassette Paesi aderenti all’euro, come pure buona parte degli ambienti economici, non hanno mai riflettuto a fondo su cosa significhi spendere una moneta – caso unico al mondo – priva di uno Stato sovrano. Peggio ancora, che ha diciassette pseudosovrani. Ma il destino dell’euro come divisa senza un governo è scritto nel suo dna.
Come altre unioni monetare succedutesi nella storia, quella europea non è stata dettata da una necessità tecnica, bensì da logiche esclusivamente (geo)politiche. Essa è frutto della volontà dell’allora presidente francese, Francois Mitterand, di legare alla Francia – e, di riflesso, all’Europa – una Germania che, dopo la riunificazione e complice la fine della cortina di ferro, pareva avviata a restaurare una propria politica di potenza al centro del continente, in virtù di un indiscutibile primato economico espresso dalla supremazia del marco. Da qui l’idea, messa in piedi in fretta e furia, di una moneta unica a parole volta ad assicurare una maggiore integrazione all’interno del mercato unico, in realtà tesa ad imbrigliare la locomotiva tedesca, rendendola inoffensiva.

Prova della genesi franco-teutonica del progetto monetario europeo è la carta su cui esso fu scritto: il Trattato di Maastricht, nelle cui pagine notiamo come accanto ai principi illumistici si alternino passaggi di politica economica, direttamente mutuati dalla dalle teorie di Milton Friedman e dalla scuola monetarista di Chicago. Il cui fine ultimo è il controllo della stabilità dei prezzi attraverso l’azione della Banca Centrale, elevata a cane da guardia dell’inflazione. Idee che trovarono terreno fertile negli ambienti economici e finanziari tedeschi, ancora scottati della disastrosa esperienza di Weimar in cui l’inflazione arrivò a toccare livelli a sei cifre.
Oltre alla memoria storica, l’ossessione di Berlino per l’inflazione era dovuta alle pretese di rivalsa di una Bundesbank che un riforma monetaria l’aveva già conosciuta e accettata a denti stretti due anni prima di Maastricht. Quella che aveva portato alla blasfema parità tra il marco orientale e la Deutsche Mark dell’Ovest, attraverso cui la riunificazione monetaria anticipò di qualche mese quella politica. Anche in quel caso, l’unione monetaria fu il frutto di una convenienza politica a dispetto delle necessità tecniche. Mal digerito l’episodio, nella concezione di Maastricht la Banca Centrale tedesca si dimostrò più che mai decisa ad imporre alla nuova BCE la propria ferrea ortodossia monetaria.
L’euro fu dunque il frutto di un reticolo di compromessi, un progetto politico in veste monetaria. La cui fine o salvezza saranno la fine o salvezza di un’ambizione politica. Perché se l’euro fu, in un certo senso, creato contro la Germania, è anche vero che la sua nascita richiedeva il necessario benestare di questa. D’altra parte, ho già spiegato come tutta la costruzione europea, dalla Dichiarazione Schuman in poi, è frutto del desiderio di Parigi di ancorare a sé Berlino. Processo di cui la moneta unica rappresenta solo l’ultima stadio.
A Maastricht Berlino sacrificò sull’altare europeo i suoi gioielli più preziosi: il marco e la Bundesbank, simboli del suo riscatto morale, prima ancora che di una rinnovata primazia economica. In cambio strappò alla Francia l’adozione dei famigerati parametri tecnici, criteri che i vari Stati – compresi i meno virtuosi partner mediterranei – sono tenuti a rispettare per poter aspirare ad un posto nell’euroclub. In altre parole, l’integrazione europea sarebbe stata perfezionata applicando rigorosamente il modello economico della Germania.


…E perché non ha funzionato

Che la politica deflazionistica sostenuta da Berlino sia del tutto incompatibile con le economie dell’Europa meridionale, meno efficienti sul piano fiscale e storicamente avvezze alle svalutazioni competitive, non è mai stato un mistero. I tedeschi questo punto lo avevano ben chiaro – da qui le loro resistenze all’ingresso dei loro cugini mediterranei -, ma come detto all’inizio, l’euro è stato un progetto politico, non economico, e non c’è da stupirsi che nella scelta dei Paesi da includere nell’area valutaria il rigore teutonico abbia dovuto cedere il passo alle logiche di opportunità e convenienza. In base alle quali era impossibile escludere l’Italia, in quanto membro fondatore della CEE, così come pure la Grecia, il cui ingresso nella moneta unica era stato sostenuto dagli Stati Uniti – e, di conseguenza, dal Regno Unito – in quanto sede di importanti basi militari USA, indispensabili in un momento di rinnovato interesse americano per il quadrante mediorientale.
La successiva partecipazione all’esperimento delle economie dell’Est fu anch’essa il frutto di un calcolo politico formulato al di là dell’Atlantico, stavolta in funzione anti-Mosca. Qui l’euro è stato – e tuttora è – lo strumento strategico per tenere i russi alla larga dall’ex giardino di casa.


Perché l’Eurozona è in crisi

La crisi greca ha dimostrato quanto un’area valutaria così improvvisata fosse velleitaria. Perché se la bancarotta di fatto di Atene è innanzitutto il risultato di come i greci (non) gestiscono le proprie finanze, essa è il risultato degli effetti distorsivi indotti da un’unione monetaria caratterizzata da forti squilibri sul piano della competitività.
Il regime di crescita della Germania ruota intorno alle esportazioni di propri prodotti dalla qualità riconosciuta e dai costi unitari imbattibili, favorite anche – e questo è il punto nodale – dalla debole concorrenza all’interno del mercato unico. Se il mercato comune consentiva alle merci tedesche di avere uno sbocco assicurato sugli scaffali del Vecchio continente (i dazi doganali per scoraggiarne l’acquisto non sono consentiti), l’euro e l’allargamento ad Est hanno assicurato a Berlino l’ulteriore vantaggio di appaltare alcuni fasi produttive nei Paesi della Mitteleuropa per poi reimportare a basso costo le componenti ivi prodotte. In queste condizioni, le esportazioni tedesche hanno messo le ali.
In Grecia, invece, a livelli salariali relativamente contenuti non corrisponde una qualità delle merci tale da poter competere con il superiore livello qualitativo del made in GermanyL’assenza di competitività dei prodotti greci sul mercato europeo ha indotto i governi succedutisi all’ombra dell’Acropoli ad impiegare le finanze pubbliche per sostenere la domanda di prodotti nazionali, che altrimenti non sarebbe stata sufficiente a mantenere in piedi l’industria ellenica – e dunque, l’occupazione, con risvolti sociali e politici facili da immaginare. Ecco perché la Grecia si è indebitata.
Ancora. Data la stretta relazione che esiste tra il saldo della bilancia delle partite correnti (ossia il controvalore degli scambi commerciali da e verso un Paese) e il saldo della bilancia dei movimenti di capitale, l’avanzo commerciale di Berlino è cresciuto di pari passo con gli investimenti finanziari tedeschi verso la periferia dell’Eurozona. D’altra parte, la caduta dei tassi d’interesse in Grecia, Spagna, Portogallo – e Italia -, artificiosamente allineati a quelli della più virtuosa Germania in virtù dell’unione monetaria, hanno indotto i residenti ad espandere il volume dei crediti bancari con cui finanziare sia le spese correnti (come in Grecia) che gli investimenti immobiliari (come in Spagna).
Se oggi i due terzi del debito greco sono in mano a investitori stranieri è perché per anni questi ultimi hanno approfittato delle opportunità che offerte dai titoli ellenici. Sia le banche che i fondi pensione franco-tedeschi volevano titoli con un rendimento elevato, ma senza rischio di cambio e senza rischio emittente. Ossia, volevano un rendimento superiore a quello promesso dai propri titoli nazionali. Così hanno acquistato massivamente quello greco, che pagava un rendimento superiore senza rischi valutari (perché Atene è nell’euro) e senza rischi legati alla solvibilità (allora sembrava così).


…E perché è in crisi secondo Berlino

Riporto quanto ho scritto due settimane fa:

La posizione tedesca non è del tutto irrazionale. Negli ultimi anni, Berlino ha navigato in acque tutt’altro che sicure. All’inizio degli anni Duemila il debito pubblico è schizzato dal 60% al 70%, la disoccupazione giovanile al 20% e la crescita media è rimasta inchiodata a percentuali da prefisso. Una situazione precaria coronata con lo sforamento del patto di stabilità nel 2003. per rimettersi in carreggiata, il governo Schroeder fu costretto a sottoporre il Paese ad una cura da cavallo. Le riforme promosse dall’allora cancelliere sono sì costate la rielezione a quest’ultimo, ma hanno permesso alla locomotiva tedesca uno spettacolare recupero di competitività.
Mentre Berlino inaugurava la stagione delle riforme, le economie mediterranee aderenti alla moneta unica languivano in uno stato d’abulia, confidando sulle proprietà salvifiche dell’integrazione monetaria. Non c’è da stupirsi che ora i tedeschi lamentino di dover mettere mano al portafoglio per rimediare all’altrui inerzia.
Secondo Berlino, la crisi dell’eurozona è una questione di responsabilità. In tal senso gli appelli alla solidarietà europea sono visti con diffidenza perché mascherano pretese di assegni in bianco, che i tedeschi ovviamente non sono disposti a concedere – alla luce dello sconfortante precedente della Transuferunion nei Lander dell’ex DDR, che ha sì portato benessere ma non sono bastati ad innescare lo sviluppo economico sperato.
In realtà, i problemi della Germania con l’Europa partono da più lontano. A parte la paura di perdere un welfare e un modello sociale avanzato al quale i suoi cittadini si erano abituati dalla fine della Seconda guerra mondiale, ad essere in discussione è  lo stesso ruolo di Berlino all’interno del Vecchio continente. Prima che scoppiasse la crisi, la dialettica tra Berlino e Bruxelles ammetteva senza riserve che le soluzioni tedesche sono le migliori per tutti. Ora, per salvare l’Europa, i tedeschi non solo dovranno tirare fuori più soldi dalle loro tasche, ma dovranno anche ripensare la propria politica estera. Ora che all’Europa sembrano non crederci più, se non come mercato di sbocco per le proprie merci.

Ecco spiegata la nuova equazione di potere all’interno dell’Europa. Più la Germania esporta, più i Paesi periferici si indebitano. Più la Germania investe all’estero, più il debito cresce. E una volta che il debito diventa insostenibile, Berlino offre il suo aiuto in cambio di precise garanzie – eterodizione dei conti pubblici e cessione degli asset strategici.  Se l’euro era nato per ancorare la Germania all’Europa, l’effetto concreto è stato quello di ancorare l’Europa alla Germania. Se questa ricostruzione è esatta, l’Eurozona ha tutta l’aria di un circolo vizioso.


L’incerto destino della moneta unica

Se la crisi dell’uro ha messo a nudo tutte le contraddizioni di un progetto perseguito per ragioni politiche a scapito delle variabili economiche, non si può dire che la reazione dei leader europei sia stata meno confusionaria.
Sulla deludente capacità di governance delle nostre leadership pesano fattori contingenti. In ogni Paese democratico che si rispetti, ad ogni classe dirigente corrisponde un’opinione pubblica a cui rendere conto, soprattutto in prossimità degli appuntamenti elettorali. E in un’Europa a 27 le elezioni sono un fatto tutt’altro che raro, pur limitandoci a considerare i Paesi maggiorenti. La Germania ha dovuto affrontare l’emergenza greca a poche settimane dalle elezioni nel Nord Reno-Vestfalia, il Land più popoloso del Paese, in cui le elezioni regionali equivalgono ad un’anticamera di quelle politiche. Da qui le esitazioni di Angela Merkel davanti ai problemi finanziari di Atene.
Il problema è che l’economia è un gioco a somma zero: per qualcuno che guadagna, deve esserci qualcun’altro che perde. Se la matematica non è un’opinione, nel quadro europeo ciò significa che ad una Germania virtuosa e competitiva devono corrispondere una periferia (Grecia, Spagna, Portogallo) pronta ad importare – e indebitarsi – con eccessiva disinvoltura. In mancanza di meccanismi perequativi che compensino tale squilibrio, il disastro è assicurato.
Certo, i tedeschi obiettano che la Germania potrebbe mantenere un sostanzioso attivo commerciale grazie alle esportazioni nei mercati emergenti: innanzitutto la Cina, di cui Berlino è sempre più partner privilegiato. Ma al momento Pechino è meta solo del 6% dell’export tedesco. Se poi aggiungiamo che gli altri Paesi BRICS hanno capacità d’importazione ancora limitate e che l’America importa soprattutto dalla Cina (in quanto principale creditore di Washington), non c’è da stupirsi come mai il 90% dell’interscambio tedesco avvenga con il resto d’Europa.
In queste condizioni, quanto può durare l’euro? Essendo nato (anche) per volontà di Berlino, la moneta unica esisterà fin quanto Berlino vorrà. Se nelle prime battute la Germania (cioè Angela Merkel) si è mostrata molto indecisa – e per questo gli speculatori non la ringrazieranno mai abbastanza -, almeno fino all’ultimo vertice di Bruxelles è sembrata agire in base ad un attento calcolo razionale. Quello di proseguire sulla strada del rigore come chiave per la concessione di aiuti, forte del fatto che, senza l’elemosina di Berlino, Atene e compagnia sarebbero già fallite da un pezzo. D’altra parte, Merkel sembra aver capito che salvare le banche tedesche in caso di default dell’euro costerebbe molto meno del rifinanziamento del debito dei PIIGS – dunque, Italia compresa. Più che un calcolo, è un azzardo, perché non tiene conto delle dolorosissime conseguenze sul piano sociale che l’Eurozona si troverebbe ad affrontare; senza contare che, in un’Europa di poveri e disoccupati, chi avrebbe più i soldi per comprare i prodotti tedeschi?
L’Europa ha bisogno di una Germania consapevole delle proprie responsabilità. Se il rigore non funziona, bisogna cercare un modello alternativo. In altre parole, mettersi intorno ad un tavolo per risolvere i difetti congeniti del Trattato di Maastricht. Churchill una volta osservò che gli Stati Uniti avrebbero fatto certamente la cosa giusta, dopo aver tentato tutto il resto. Se vivesse oggi, direbbe lo stesso dei tedeschi.

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