Obamacare, le contraddizioni della riforma

In settimana la Corte Suprema americana ha confermato la legittimità della riforma sanitaria voluta da Obama, nella parte in cui prevede l’obbligo per i lavoratori di avere un’assicurazione per coprire le proprie spese mediche. Era una delle battaglie più importanti dell’amministrazione e una decisione fondamentale in vista delle elezioni di novembre, grazie alla quale si estende la possibilità di una copertura sanitaria a milioni di cittadini che finora erano privi.

In concreto,  la nuova legge costringe le società assicurative a concedere le loro polizze anche ai soggetti che prima venivano rifiutati. Inoltre garantisce sgravi fiscali e sussidi per permettere l’acquisto anche alle persone che godono di redditi medio-bassi, rendendo tale copertura accessibile  al 94% dei cittadini non anziani che prima non potevano permettersi i costi di una polizza. In base alle nuove norme, ogni cittadino americano avrà l’obbligo di contrarre un’assicurazione sanitaria entro il 2014, anno in cui il Patient Protection and Affordable Care Act dovrebbe entrare definitivamente in vigore. In mancanza di una polizza, è prevista una multa di 750 dollari oppure – se la cifra dovesse risultare maggiore – del 2% dei redditi entro il 2016 (695 dollari e il 2,5%, con l’emendamento).
“È una vittoria per tutto il popolo americano”, ha commentato il presidente in carica. Tuttavia, ci sono alcuni punti controversi che vale la pena approfondire.

Innanzitutto, la suddetta “riforma” è tale solo sulla carta, poiché strutturalmente l’attuale sistema sanitario non cambierà di una virgola. La rivoluzione voluta da Obama non introduce niente di lontanamente simile a una sanità di tipo europeo, ma amplia il numero dei cittadini beneficiari di una copertura attraverso sgravi e contributi per la sottoscrizione di polizze private.
Già due anni fa Limes notava:

La riforma di Obama tenta di aggredire questo problema [quello dei 45 milioni di americani che non hanno i soldi per curarsi, n.d.a.], imponendo un obbligo individuale di assicurazione sanitaria: chi non se la può permettere e non rientra in Medicare o Medicaid, riceverà un aiuto dallo Stato per l’acquisto di una polizza privata. E qui affiora il primo scoglio della riforma, tagliente come un rasoio: essendo Medicaid (a differenza di Medicare) cofinanziato da Washington e dai singoli Stati federati, i suoi criteri di selezione variano da Stato a Stato. 

Questo problema poteva essere aggirato con l’agognata public option, antico sogno dei democratici: in pratica, dando allo Stato la possibilità di competere direttamente con le assicurazioni, offrendo copertura senza vincoli di età e reddito. L’opzione avrebbe scardinato il monopolio delle compagnie private; pertanto, non stupisce che essa si sia infranta contro l’opposizione compatta della potente lobby assicurativa e dei repubblicani, pronti a denunciare la svolta “socialista” dell’amministrazione. 
Il naufragio dell’opzione pubblica ha impedito, a sua volta, di incidere sull’altro grande problema della sanità americana: i costi. Conti alla mano, il sistema sanitario statunitense è tra i meno efficienti quanto a rapporto costi-benefici. L’America spende ogni anno quasi il 16% del proprio pil per i programmi sanitari pubblici, contro una media Ocse del 9%. Ciò nonostante, sinora un numero di persone pari agli abitanti della Spagna non ha goduto di copertura alcuna. Ora la moltitudine dei non assicurati verrà ridotta, ma a che prezzo?  

Le varie stime convergono su una cifra vicina ai mille miliardi di dollari in 10 anni. Questi, verosimilmente, saranno presi a debito, dato lo stato precario delle finanze pubbliche e la scarsa praticabilità dei ventilati risparmi di cassa. Se l’ipotesi si rivelasse esatta, il deficit delle partite correnti si attesterebbe, da qui al 2020, sui 700 miliardi di dollari l’anno e, alla fine del decennio, il debito pubblico Usa sfiorerebbe i 20 mila miliardi di dollari (pari al 140% del pil). Non tutti imputabili alla riforma, ovviamente, ma nemmeno completamente estranei ad essa. 

Il costo complessivo è il punctum dolens della rivoluzione targata Obama. Quello che più ha fatto storcere il naso agli elettori cd. indipendenti – ossia quelli che non si definiscono né democratici, né repubblicani -, da sempre attenti alle dinamiche del bilancio pubblico, in base all’assunto secondo cui più spese per lo Stato vuol dire più tasse per i cittadini.
Non hanno tutti i torti. A parte la bontà delle intenzioni, la questione dei costi rappresenta un aspetto tutt’altro che secondario. Qualunque statista sa bene che è meglio non procedere ad una riforma quando il bilancio pubblico è in deficit. Inoltre, la nuova legge riproduce una situazione simile a quella italiana negli anni Settanta e Ottanta, quando gli allora governi hanno costruito lo Stato sociale più velocemente di quanto abbiano messo insieme le risorse per sostenerlo.  I Paesi scandinavi hanno costruito lo Stato sociale con calma; noi in fretta. All’epoca, la maggioranza democristiana era sotto pressione – perché scuole e fabbriche erano occupate – e doveva agire; oggi Obama deve rimediare agli otto anni di errori sotto l’amministrazione Bush e in più ha le elezioni a breve, e doveva agire. Da qui le inevitabili controindicazioni.

C’è poi un dettaglio, sfuggito ai più, ma sulla cui base la Corte Suprema ha fondato il suo si:

A divided Supreme Court largely upheld the Obama administration’s health-care law, saying the law’s penalty for those who ignore a mandate to carry health insurance counted as a tax and was justified by Congress’s constitutional taxing power.

Dunque il massimo organo giudiziario americano ha ritenuto la legge conforme alla Costituzione in quanto espressione della potestà impositiva dei pubblici poteri. D’altra parte, se l’assicurazione è obbligatoria, la Corte Suprema considera l’esborso necessario all’acquisto alla pari di un’imposta.
Questo in totale contraddizione con gli annunci di Obama, il quale nel 2009 ripeteva che la riforma sanitaria, dal punto di vista dei cittadini, non si sarebbe tradotta in una nuova tassa (qui e qui.)

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