Cercate lavoro? In Qatar reclutano censori

La notizia l’ho trovata su 30secondi: un’autorità del Qatar cerca traduttori qualificati per lavoro di censura delle pubblicazioni, specialmente quelle via web.
Tre settimane dopo Limes spiega che il progetto è al momento congelato, aggiungendo come l’episodio sia sintomatico di quanto Doha tema il giornalismo online:

Indiscutibilmente l’emirato si sente più minacciato dai blogger e dai giornalisti on line che dai reporter di tv e carta stampata. Nel 2011 infatti l’unico arresto che ha colpito il campo dei media in Qatar è stato quello di un “netizen”, come lo definisce Giornalisti senza frontiere, o cyber citizen, una persona che partecipa attivamente alla vita di Internet. I disinteressati giornalisti di Aljazeera e quelli prudenti della stampa cartacea locale sono infatti ormai avvezzi all’autocensura, anche secondo quanto dice il rapporto 2011-2012 di Giornalisti senza frontiere: Doha è al 114° posto su 179 paesi in quanto a libertà di stampa, diverse posizioni dopo paesi quali la Liberia e il Chad.

L’emirato ha un controverso rapporto con la libertà di stampa. Giornali e tv locali si autocensurano. Tutti i mezzi di comunicazione (a cominciare dalla tv al-Jazeera) sono riconducibili al governo e nel Paese non arriva praticamente stampa straniera. L’emiro ha formalmente eliminato la censura nel 1995, ma lo scorso anno è uscito il progetto della nuova legge sulla (il)libertà dei media, nel quale – in maniera molto vaga – si prescrive che “la stampa non deve interferire nei rapporti fra il Qatar e altri Paesi“, il che rende censurabile persino la banale cronaca di un incontro tra l’emiro e un capo di Stato estero.

Al-Jazeera merita un approfondimento a parte (ne avevo già parlato qui). Il canale si occupa solo di politica estera e mai del Qatar, alimentando un curioso paradosso. Nella classifica di Freedom House il Qatar è al 146esimo posto su 196 Paesi per la libertà di stampa (più o meno in linea con quella di RsF, citata sopra), ma lo scorso anno l’emittente panaraba è stata assurta a baluardo del giornalismo indipendente, grazie alle dirette fiume da Piazza Tahrir e agli altri reportage dal Medio Oriente in ebollizione.
Perfino Hillary Clinton si è lanciata in elogi pubblici alla tv. Ciò non toglie che a Washington siano ben consapevoli che la tv costituisca uno strumento informale della politica estera dell’emirato, come testimoniato dalle mail dell’ambasciatore USA a Doha Joseph LeBaron pubblicate da Wikileaks.
Il paradosso è che sebbene al-Jazeera sia accusata nel mondo arabo – e non solo – di fare gli interessi del Qatar e degli Stati Uniti, come a prima vista confermato dalle lodi della Clinton, proprio gli USA non le permettono di trasmettere sul proprio territorio, nel quale il canale è visibile solo via web ma non via satellite o cavo. Alla base del boicottaggio ci sarebbe il fatto che le principali corporation che controllano i cavi americani sono anche proprietarie o in stretta relazione con potenziali competitor di al-Jazeera, i quali avrebbero tutto l’interesse a vedere escluso un pericoloso concorrente nella corsa all’audience. Per chiedere la fine di questo embargo, il network ha lanciato una campagna sul proprio sito.
La copertura della primavera araba, dunque, oltre alle motivazioni politiche (espansione dell’islamismo sunnita in Paesi fino allora governati da regimi laici), pare aver avuto anche una ragione più tecnica: quella di funzionare come strumento di marketing globale per ottenere la distribuzione nel ricco mercato a stelle e strisce. Ma l’operazione non è bastata. Anzi, dopo le fiammate iniziali si è dimostrata controproducente: su OsservatorioIraq si legge che la smaccata faziosità della linea editoriale jazeeriota sarebbe già costata al network la perdita di circa 13 milioni di telespettatori nel mondo.
Per recuperare consensi, il canale inglese dell’emittente ha recentemente trasmesso questo approfondimento sulle drammatiche condizioni dei lavoratori – principalmente provenienti dall’Asia meridionale – impegnati nelle opere di costruzione in Qatar in vista della Coppa del Mondo del 2022, denunciate in un report di 146 pagine pubblicato da Human Rights Watch. Discussione a cui il governo del Qatar si è rifiutato di partecipare.

In conclusione, il reclutamento di censori attraverso un innocente annuncio su un giornale (dunque alla luce del sole) è l’ennesima prova dei mille paradossi che l’informazione incontra nell’emirato.