la Mongolia tra ricchezza virtuale e problemi reali

Nella settimana della Conferenza di Ginevra sulla Siria, dell’escalation di tensioni tra Ankara e Damasco e dell’insediamento di Mohammed Morsi alla guida dell’Egitto e dell’inaspettatamente proficuo vertice di Bruxelles, la stampa internazionale si è mala pena accorta che giovedì 28, in Mongolia, si sono tenute le elezioni parlamentari (per chi fosse interessato ai risultati, consiglio il blog Mongolia Today).
Con tutto quello di cui c’è da scrivere, ha senso occuparsi proprio di questo? Si. Perché la Mongolia rappresenta un caso esemplare della distanza che corre tra ricchezza teorica e ricchezza effettiva di una popolazione.

La Mongolia conta quasi 3 milioni di abitanti, che vivono in un territorio nelle cui viscere si trova qualcosa come 3.000 miliardi di dollari in oro, rame e carbone, uranio e minerali vari (per approfondire consiglio questo sito). Risorse, che se ben amministrate, trasformerebbero Ulan Bator, fino a vent’anni fa satellite di Mosca, in un nuovo Qatar. O al contrario, se mal gestite, in una nuova Nigeria.
A giudicare dal risentimento popolare dovuto al crescente divario tra ricchi (pochi) e poveri (tutti gli altri), i mongoli sembrano incamminati lungo la seconda strada. Oggi un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Eppure, Gucci, Prada e Burberry, fra i marchi di lusso, non soffrono certo la mancanza di clienti presso i loro negozi recentemente aperti.
Non è un caso che entrambi i principali partiti politici – Partito popolare della Mongolia e il Partito Democratico – in campagna elettorale, oltre alla retorica nazionalista hanno promesso di investire le rendite minerarie in favore dei propri cittadini. I quali finora non hanno visto alcun vantaggio dal boom minerario, nonostante l’economia nazionale abbia registrato una crescita del 17,3% nel 2011. In compenso, il Paese paga gli alti costi ambientali e sociali dovuti alle estrazioni. Un esempio? Oyu Tolgoi, complesso minerario che potrebbe contribuire ad un terzo del PIL del Paese, ma che l’Huffington Post ha definito “uno dei 10 bei posti che le trivellazioni potrebbero distruggere“.
Già alla fine del 2010 Peacereporter descriveva uno scenario tutt’altro che roseo:

Dello sviluppo minerario beneficiano soprattutto imprese straniere. L’esempio forse più eclatante è la canadese Ivanohe Mines che ha in appalto l’enorme giacimento di rame e oro di Oyu Tolgoi, nel deserto del Gobi. Pochi giorni fa, il gigante ha collocato sulla borsa di Toronto nuove azioni che serviranno a finanziare l’ulteriore ampliamento della miniera mongola.  Le installazioni si potenziano, le materie prime pompano il motore delle economie manifatturiere in crescita, gli investitori confidano in un buon ritorno economico e i proventi tornano inCanada e non solo, dato che a Oyu Tolgoi Ivanohe Mines è partecipata anche dall’anglo-australiana Rio Tinto. Questo è uno schema classico.
Che cosa ne resta alla popolazione mongola? Briciole. Gli ex nomadi sono spossessati dei pascoli dalle grandi compagnie minerarie straniere e integrati a fatica nel tessuto urbano di una capitale, Ulan Bator, dove ormai risiede oltre la metà degli abitanti di tutto il Paese: circa un milione e mezzo su un totale di tre scarsi. Vendono tutto il loro bestiame e ci provano magari con una piccola attività commerciale, ma spesso finisce male. Non esiste una struttura industriale che possa dare lavoro a tutti, quindi molti tornano da dove erano venuti, ma in veste diversa: da pastori nomadi a minatori. A volte da salariati nei grandi giacimenti,a volte da abusivi nelle miniere d’oro abbandonate dalle grandi compagnie, perché non più redditizie. Ecco dunque i cercatori d’oro Ninja con il loro catino sulle spalle.
Il problema sociale si salda quindi con quelloambientale, perché chi scava per sopravvivere non si cura certo di immetterecianuro e mercurio – necessari per separare l’oro dalle rocce – nel ciclo naturale.
In parallelo alla disgregazione socialecresce l’alcolismo. Tra i titoli quotati alla borsa di Ulan Bator, la lunga lista di imprese minerarie o delle costruzioni è interrotta proprio dai produttori di alcolici, come laApu e la  Spirit Bal Buram. Il cerchio si chiude.
Per capodanno, il presidente Elbegdorj ha però promesso di brindare con un bicchiere di latte, niente vodka. Ha invitato tutti i cittadini mongoli a fare lo stesso.
Ecco come funziona l’economia del Paese che possiede la borsa più performante del 2010; che promette nuove ricchezze agli investitori di tutto il mondo nell’anno che verrà.

Pochi mesi dopo, sempre Peacereporter aggiungeva un altro inquietante dettaglio:

La più grande discarica nucleare del mondo. Così potrebbe diventare laMongolia, se andasse in porto un patto segreto tra il governo di Ulan Bator, Stati Uniti e Giappone, rivelato dal quotidiano di Tokyo Mainichi Shimbun.

Ed ecco la Mongolia, cioè il Paese con la minore densità demografica al mondo dopo la Groenlandia – 1,7 abitanti per chilometro quadrato – nonché un’economia a caccia di investimenti e tecnologia. È proprio il suo spazio a essere in vendita: in cambio di tecnologie nucleari – rivela il Mainichi Shimbun – il ministero degli Esteri e del Commercio (significativa fusione di funzioni) inizia a settembre 2010 le trattative con il dipartimento dell’Energia Usa e il ministero dell’Economia giapponese per concedere come discarica nucleare l’ex base militare sovietica di Bayantal, circa 200 chilometri a sud-est di Ulan Bator. 

Ed ecco che il lato oscuro del miracolo mongolo è servito.
Il primo nodo da sciogliere nella nuova legislatura sarà la ridiscussione della legge sugli investimenti esteri, che rappresentano il 62% del PIL, per decidere se le restrizioni ora imposte possono essere rimosse. Al momento è necessaria l’approvazione sia del governo che del parlamento per dare il via ad investimenti superiori ai 75 milioni di dollari o che possono permettere il controllo del 49% di imprese considerate strategiche (minerario, industria, telecomunicazioni), sull’analogo esempio dello Zimbabwe. Mossa da interpretare in funzione anticinese dopo che la Chalco – la maggiore compagnia carbonifera di Pechino – aveva dimostrato interesse per un giacimento nel deserto del Gobi, a sud del Paese. Benché l’attuale disegno di legge appaia molto annacquato rispetto al testo originario, il provvedimento permetterà di mantenere la metà dei proventi generati dalle estrazioni all’interno del Paese. Ma è anche un segnale di come il Paese inizi a sentirsi a disagio con gli investimenti stranieri. La corsa ai giacimenti ha determinato un massiccio afflusso di capitali che ora il governo non sa ancora come impiegare.
La redistribuzione di una parte dei profitti alla popolazione farebbe della Mongolia uno Stato rentier sul modello dei Paesi mediorientali, dove la rendita (energetica) sostituisce il reddito (reale): invece di avviare un processo di sviluppo, si preferisce mantenere la gente a spese del bilancio pubblico. I moti della (cosiddetta) Primavera araba hanno messo questo sistema, mettendone a nudo l’intrinseca fragilità.
In conclusione, che prezzo deve essere disposta a pagare una comunità in nome dello sviluppo del proprio Paese? E’ una domanda controversa. Le miniere provocano un effetto altamente negativo sull’ambiente e le forme di vita delle comunità del posto, e laddove le istituzioni democratiche non sono ancora radicate e non hanno potere o semplicemente in cui domina la corruzione – nella classifica di Transparency International la Mongolia si colloca 120esima su 183 nazioni – i danni possono moltiplicarsi rapidamente.

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