Nessun colpo di Stato in Paraguay

Un capo di Stato democraticamente eletto di sinistra, destituito da una maggioranza parlamentare di destra e gli scontri di piazza a fare da contorno. Siamo in Paraguay, dove la repentina cacciata del presidente Fernando Lugo  ha fatto gridare all’ennesimo colpo di Stato alla sudamericana.
In realtà non si tratta di un golpe: la procedura di impeachment, con cui  il Senato ha “licenziato” Lugo, è prevista dall’articolo 225 della Costituzione paraguayana e l’ormai ex capo di Stato ha accettato le decisioni del Congresso, sia pur contrariato. Senza restare con le mani in mano, Lugo ha convocato un suo “governo ombra”, ha fatto ricorso alla Corte Suprema di Giustizia (che però lo ha respinto) e ha annunciato un giro di comizi. Ma le possibilità che ritorni al potere sono pressoché nulle.
Si è trattato di una sfiducia affrettata, ma regolare. “Il vescovo dei poveri”, da sempre appoggiato da gruppi di contadini, è stato accusato in più occasioni di aver fomentato la lotta di classe e l’occupazione terriera. Su Limesonline si legge che Lugo è stato messo sotto processo e condannato in meno di 48 ore dal parlamento paraguayano per 5 episodi, ma è attraverso questo passaggio che possiamo cogliere le dinamiche interne che hanno condotto alla sua ancorché affrettata sfiducia:

Il mandato dell’ormai ex presidente sarebbe terminato ad aprile 2013; in base alla Costituzione vigente non avrebbe potuto ricandidarsi, anche se non era stato escluso di promuovere un emendamento che permettesse la rielezione. Colorados e liberali hanno preferito estrometterlo ora, sfruttando gli ampi poteri discrezionali concessi dalla Carta al parlamento, per evitare che fosse lui a gestire il paese e le risorse del governo nei mesi precedenti alle nuove elezioni. Più che essere una minaccia alla democrazia, gli eventi del Paraguay invitano a pensare alla scollatura tra diritto e realtà. La Costituzione del paese sudamericano nei fatti dà al ramo legislativo la possibilità di far cadere il capo di Stato per motivi politici: è stato sostenuto che si tratta di un antidoto allo strapotere presidenziale, di cui Asunción non conserva un buon ricordo, dopo la dittatura di Stroessner. Vero, ma non sorprende che tale prerogativa sia stata usata per la prima volta contro un presidente “scomodo” come Lugo.

Il giornalista paraguayano Odino Hurdengbauer, citato da E-mensile, aggiunge un significativo dettaglio:

Forse potrebbero esserci anche delle manovre economiche dietro quella che sembra esclusivamente una scelta politica. Infatti da un po’ di tempo risultano nebulosi i contratti con la Monsanto per l’impianto di semi geneticamente modificati”.

In conseguenza della destituzione di Lugo, quasi tutti i governi latinoamericani hanno condannato la destituzione di Lugo, decidendo di escludere il Paraguay sia dal Mercosur – al cui prossimo vertice  la partecipazione di Asuncion è stata bandita – sia dall’Unasur. In particolare, sempre Limesonline nota che:

tra i presidenti che più hanno protestato contro il “golpe” ci sono il venezuelano Hugo Chávez e il peruviano Ollanta Humala, entrambi assurti alla popolarità per aver guidato colpi di Stato militari poi falliti, e il boliviano Evo Morales e l’ecuadoriano Rafael Correa, entrambi arrivati al potere in seguito a moti di piazza in cui presidenti legittimamente eletti sono stati estromessi dal potere. Accanto a loro c’è la presidentessa argentina Cristina Kirchner, la cui legittimazione politica è anch’essa collegata a un moto di piazza che costrinse alle dimissioni un capo di Stato legittimamente eletto, e Dilma Rousseff, il cui Brasile rimosse il presidente Collor de Mello con un voto del Congresso, in modo molto simile a quello con cui è stato costretto alle dimissioni Lugo. Peraltro Marco Aurélio García, consigliere della diplomazia brasiliana e esperto di politica internazionale per il Partito dei lavoratori (Pt), ha consigliato di “lasciar decantare” la situazione.

Il sostituto di Lugo, Federico Franco, primo presidente liberale dopo 72 anni, per  ingraziarsi le simpatie della gente in rivolta ha promesso la Luna: dal completamento della riforma agraria a un piano di industrializzazione. E di fronte al possibile boicottaggio economico dei vicini, ha minacciato di tagliare a Brasile e Argentina le risorse energetiche delle dighe di Itaipú e Yacyretá. Intanto, ai primi tagli ha già provveduto il Venezuela, che oltre a ritirare il proprio ambasciatore ha interrotto le forniture di petrolio ad Asuncion. Le cui prospettive di crescite sono tutt’altro che rosse, posto che nel 2011 gli investimenti diretti esteri in America Latina sono cresciuti del 31% ma l’unico Paese in controtendenza, Caraibi esclusi, è stato proprio il Paraguay.
Lasciando l’economia per tornare ai temi della politica, è da notare come non è la prima volta che in Paraguay non si riesce a portare una legislatura a termine. Il processo di impeachment, infatti, ha fatto dimettere in totale tre mandatari nella storia recente della nazione. Una storia fatta di sei decadi di governo da parte di un solo partito (il Colorado), di cui tre e mezzo in regime di dittatura, prima della epocale elezione di Lugo nel 2008.
In definitiva, la deposizione dell’ex vescovo dalla carica di presidente, più che uno schiaffo alla democrazia, è un invito a riflettere sulle differenze tra costituzione formale e costituzione sostanziale. Senza dimenticare i mille altri problemi del Paraguay, centrale del contrabbando (di uomini, droghe, soldi, armi) e santuario dormiente del terrorismo e dell’estremismo islamico.

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