G20, Deutschland uber alles. E tutti contro Berlino.

I fatti salienti del G20 di Los Cabros sono essenzialmente due. Innanzitutto, per la prima volta i leader mondiali non hanno ostentato il solito buonismo di facciata con tanto di sorrisi e  “foto di famiglia”, dove contrasti e i litigi trovano spazio, con discrezione, dietro le quinte e non emergono nel comunicato finale, già scritto prima che la riunione abbia inizio. Stavolta, al contrario, confronti  e polemiche sono affiorati alla luce del sole.
In secondo luogo, i leader extraeuropei, concentrandosi sulla crisi dell’euro come la più grande minaccia per la rirpesa globale, hanno apertamente esortato i loro omologhi europei ad agire rapidamente per risolvere i problemi di casa propria, presupposto necessario per il rilancio dell’economia. Per tutta risposta, Barroso ha dichiarato che l’Europa non doveva ricevere lezioni da nessuno, tanto meno da Paesi non democratici. Ma l’Europa è una costruzione meno democratica di quanto sembri. E al giorno d’oggi le ragioni che ne erano alla base si sono rivelate insufficienti per legittimare ulteriori passi (leggi: sacrifici?) nel tortuoso processo di unificazione politica.

Stimolare la crescita, garantire la stabilità finanziaria e sostenere il progetto di  un’unione fiscale europea sono la ricetta. Il punto è vedere se e come queste parole potranno mai tradursi in azioni efficaci. Se gli ultimi due anni rappresentano un indizio, la risposta non può che essere negativa.
Secondo l’ultimo editoriale di Presseurop:

Da oltre due anni i famosi summit dell’ultimo momento per salvare l’euro e la Grecia non hanno trovato un rimedio alla crisi. La Grecia è ancora fortemente indebitata e gravata da uno stato decadente e da una classe politica che si aggrappa alle proprie abitudini. Spagna e Italia paiono più che mai vicine a scivolare nella spirale infernale dell’indebitamento.
Ne consegue che i bailout non funzionano. Sarebbe ora di trovare soluzioni a lungo termine. Lo si sente ripetere un po’ ovunque, in Europa, e di questo si parlerà al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno.

Il risultato delle politiche di austerità, condicio sine qua non per la concessione dei piani di salvataggio, sono stati una recessione più profonda, maggiori disordini sociali e sconvolgimenti politici nelle economie più deboli del Vecchio Continente. Il tutto condito da un generale senso di sfiducia verso l’integrazione europea, fino a vent’anni fa sbandierata come la nuova l’Eldorado. Di fatto, la risposta alla crisi greca sono state ulteriori crisi in Irlanda, Portogallo e Spagna. Cipro sarà la prossima, in attesa che i dardi della speculazione puntino nuovamente sul bersaglio più grosso – l’Italia. Il tutto per la mancanza di soluzioni di lungo periodo – meglio ancora, per la scarsa volontà politica di elaborarle.

In tale contesto, i leader mondiali hanno cercato di premere su Angela Merkel affinché fornisca un sostegno più forte e (soprattutto) più flessibile alle economie in difficoltà – ad esempio, accettando di rinegoziare col nuovo governo greco i termini del salvataggio di Atene, oppure aprendo la strada agli Eurobond. Ma la cancelliera, come sempre, si è mostrata irremovibile.
La posizione tedesca non è del tutto irrazionale. Negli ultimi anni, Berlino ha navigato in acque tutt’altro che sicure. All’inizio degli anni Duemila il debito pubblico è schizzato dal 60% al 70%, la disoccupazione giovanile al 20% e la crescita media è rimasta inchiodata a percentuali da prefisso. Una situazione precaria coronata con lo sforamento del patto di stabilità nel 2003. per rimettersi in carreggiata, il governo Schroeder fu costretto a sottoporre il Paese ad una cura da cavallo. Le riforme promosse dall’allora cancelliere sono sì costate la rielezione a quest’ultimo, ma hanno permesso alla locomotiva tedesca uno spettacolare recupero di competitività.
Mentre Berlino inaugurava la stagione delle riforme, le economie mediterranee aderenti alla moneta unica languivano in uno stato d’abulia, confidando sulle proprietà salvifiche dell’integrazione monetaria. Non c’è da stupirsi che ora i tedeschi lamentino di dover mettere mano al portafoglio per rimediare all’altrui inerzia.
Secondo Berlino, la crisi dell’eurozona è una questione di responsabilità. In tal senso gli appelli alla solidarietà europea sono visti con diffidenza perché mascherano pretese di assegni in bianco, che i tedeschi ovviamente non sono disposti a concedere – alla luce dello sconfortante precedente della Transuferunion nei Lander dell’ex DDR, che ha sì portato benessere ma non sono bastati ad innescare lo sviluppo economico sperato.

In realtà, i problemi della Germania con l’Europa partono da più lontano. A parte la paura di perdere un welfare e un modello sociale avanzato al quale i suoi cittadini si erano abituati dalla fine della Seconda guerra mondiale, ad essere in discussione è  lo stesso ruolo di Berlino all’interno del Vecchio continente. Prima che scoppiasse la crisi, la dialettica tra Berlino e Bruxelles ammetteva senza riserve che le soluzioni tedesche sono le migliori per tutti. Ora, per salvare l’Europa, i tedeschi non solo dovranno tirare fuori più soldi dalle loro tasche, ma dovranno anche ripensare la propria politica estera. Ora che all’Europa sembrano non crederci più, se non come mercato di sbocco per le proprie merci.
A prima vista anche Angela Merkel sembra essere consapevole della necessità di una nuova Europa. Così la cancelliera ha annunciato la presentazione di un piano di lavoro per far avanzare il processo di unificazione politica del continente. Maggiore integrazione per maggiori aiuti, è il messaggio. Ma la mancanza di unità potrebbe essere una scusa per ritardare le misure necessarie per garantire che gli aiuti siano messi a disposizione in condizioni praticabili.
La verità è che nel quadro politico europeo, la Germania vive una paradossale condizione: è troppo debole per esercitare una leadership sul continente, ma abbastanza forte per turbarne l’equilibrio. Se il peccato originale dell’euro è quello di essere una moneta senza sovrano, alla quale cioè non corrisponde nessuno Stato, la creazione dei famosi eurobond sarebbe lo sbocco più logico verso l’integrazione richiesta – a parole – dalla Merkel.
Ed ora che l’asse Merkozy non c’è più, la Francia, un tempo il migliore alleato della Germania, di colpo sembra diventato  il primo avversario.
Conclude l’editoriale di Presseurop, citato all’inizio:

Due progetti antitetici si fronteggiano: il presidente François Hollande, sostenuto ora da una maggioranza assoluta in Parlamento, vuole una politica di crescita da affiancare all’austerity in vigore in Europa, in previsione di una maggiore integrazione economica e politica. La cancelliera tedesca Angela Merkel, invece, vuole dar vita a un’unione economica e politica per aumentare il controllo sulle politiche di bilancio dei paesi Ue, in previsione di misure per la crescita e per un’eventuale rateizzazione del debito. Insomma, la rottura rispetto a “Merkozy” è netta e si ignora per il momento se Hollande – che ha trovato in Mario Monti un alleato – riuscirà a modificare l’equilibrio dei poteri nel quale finora Merkel ha sempre prevalso.