Benvenuti nel mondo zeropolare

Nella settimana del G20 in Messico, vale la pena domandarsi domandarsi se sarà  davvero questa l’architettura geopolitica del nuovo millennio.
Il periodo della Guerra Fredda era conosciuto anche come “era bipolare”, per la presenza di due superpotenze: Stati Uniti e URSS. La Caduto del Muro, e l’eutanasia di Mosca lasciarono campo libero agli USA come unica potenza egemone, inaugurando “l’era unipolare”. L’11 settembre ha abbattuto tali certezze, aprendo la strada alle Tigri asiatiche e ad altre potenze dell’ex Terzo Mondo.

Si va dunque verso un mondo multipolare? Dal punto di vista economico, probabilmente si; ma sotto l’aspetto politico, vari segnali lasciano presagire tutt’altro scenario.
Lo scorso anno Ian Bremmer, direttore dell’Eurasia group, notava che per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, nessun paese o gruppo di Paesi ha l’influenza politica ed economica a guidare un programma internazionale. Gli Stati Uniti continueranno ad essere l’unica superpotenza globale poiché mancano pronte alternative alla loro leadership, ma con un ruolo ridimensionato rispetto ai fasti dell’era unipolare. Non  degli Stati Uniti. LEuropa rimane un’incompiuta, lacerata dalle opposizioni interne e impegnata in un difficile – e forse vano – tentativo di salvare la sua moneta unica. Il Giappone stenta a riprendersi dal suo decennio perduto, mentre Cina e India sono concentrate quasi esclusivamente sulla gestione del proprio sviluppo interno per accettare di assumersi una responsabilità globale. Analogo discorso per Brasile e Sudafrica, mentre la Russia, come spesso accade, fa storia a sé. Brennan fa riferimento a questa nuova era come ad un G-Zero: crisi economica, economie emergenti ed evoluzioni politiche portando gli Stati a ripensare il proprio posto nel mondo al di fuori di ogni logica strategica precostituita. La conseguenza è un mondo zeropolare, dove ogni nazione pensa a sé stessa ed è estranea a qualsivoglia alleanza di tipo regionale o politica.
Secondo il Post Internazionale:

In un sistema di governance globale incerta, dove crisi economica e potenze emergenti stanno alimentando un clima di confusione in termini di leadership, studiosi, think-tank ed economisti cercano di indicare quali saranno le future nazioni cardine del sistema mondiale.
Sono nate così negli anni molteplici sigle raggruppanti Paesi dalla forte crescita economica e influenza internazionale. Nel 2001 Jim O’Neill, della banca Goldman Sachs, dava il via a questa pratica coniando il celebre termine BRIC (Brasile, Russia, India e Cina).
A questo quartetto si aggiunse in seguito il Sudafrica, da cui deriva un terzo dell’intero Pil africano, dando vita ai BRICS.

Ma i BRICS sono tutto fuorché un insieme di entità omogenee. Anzi, i cinque Paesi non potrebbero essere più diversi. La retorica terzomondista ha permesso loro di contrapporre la propria voce a quella dell’Occidente, ma dai propositi espressi nei loro periodici incontri non è mai emerso granché di sostanziale:

Il quarto summit dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), tenutosi il 29 marzo a Nuova Delhi, si è chiuso con un comunicato lunghissimo – quasi il doppio diquello dell’anno scorso – e pieno di no. No all’inondazione di liquidità con cui i paesi sviluppati stanno affrontando la crisi economica, creando problemi nel mondo in via di sviluppo. No alla lentezza con cui procede la riforma delle quote di voto del Fondo monetario internazionale, che una volta a regime darà maggior potere soprattutto alla Cina. No a iniziative di parte al Wto – i paesi Ocse vorrebbero insistere sulla liberalizzazione dei servizi e del commercio, non sullo sviluppo.

I temi di politica internazionale discussi chiamano in causa l’Occidente, in particolare gli Usa e Israele; colpisce in questo senso il paragrafo dedicato a una questione marginale per i Brics come il conflitto israelo-palestinese, e l’invito a interrompere la costruzione di colonie israeliane in Cisgiordania. Si ribadisce l’opposizione alla guerra in Iran, anche se non viene menzionato espressamente il piano brasiliano-turco per risolvere la questione nucleare pacificamente. Sulla Siria, sostegno all’inviato speciale di Onu e Lega Araba Annan, e appello alle due parti (Assad e ribelli) a iniziare un dialogo politico. Menzionato anche l’Afghanistan.

Le cinque potenze si dimostrano una coalizione solo quando c’è da fare opposizione a qualcosa, senza riuscire a passare alla fase successiva, quella propositiva. Il mancato raggiungimento di un accordo per la creazione di una Banca per lo Sviluppo, da contrapporre alla tradizionale Banca Mondiale made in USA, o di un candidato comune alla guida del FMI nello scorso anno.
Senza contare la competizione tra i due maggiori attori del gruppo BRICS, Cina e India, legata soprattutto all’accaparramento di fonti di energia, perseguito anche tramite sontuosi programmi di investimento in Africa.

In ogni caso, l’ascesa  di entità (ri)emergenti non sarebbe stata possibile senza il contemporaneo declino dell’Occidente dopo predominio storico lungo cinque secoli.
Il caso dell’America è paradigmatico. Concetti come “unilateralismo” o “esportare la democrazia” mal si adattano agli USA di oggi, che non hanno la forza, il consenso e la credibilità per esercitare la propria forza come accadeva fino a pochi anni fa. E, soprattutto, non hanno i soldi. Le guerre in Iraq e Afghanistan hanno dissanguato le casse di Washington. Per finanziare le costose campagne mediorientali, in triste associazione con i tagli fiscali in prossimità delle scadenze elettorali, G. W. Bush aveva fatto ricorso non alla ricchezza bensì al debito pubblico, in larga parte sottoscritto da Pechino.
In generale, la riduzione delle spese militari in conseguenza della crisi e le sconfortanti esperienze mediorientali con tanto di imprimatur delle Nazioni Unite da un lato, la difficoltà dei governi democraticamente eletti di conciliare il consenso interno con la necessità di fronteggiare i problemi globali, hanno finito per paralizzare la politica estera dell’Occidente, ridimensionando il suo ruolo sulla scena mondiale. A cui fa da contraltare l’inarrestabile ascesa di quello che una volta chiamavamo Secondo e Terzo mondo. Ma ad un Ponente in declino non sembra sostituirsi nessun altro gruppo di leaders mondiali capaci di imporre l’agenda globale.
Ecco perché il mondo sta diventando zeropolare.

Come dopo la Seconda guerra mondiale, Conclude Bremmer, bisognerà attendere l’arrivo di una nuova catastrofe perché si pongano le basi di un nuovo ordine mondiale. La crisi finanziaria esplosa nel 2008 – e mai conclusa – rappresenta un ottimo banco di prova.