SCO, il condominio russo-cinese nel cuore dell’Asia

Il dodicesimo vertice della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha avuto luogo la settimana a Pechino. Il risultato più evidente  è stata l’ammissione dell’Afghanistan come Paese osservatore e della Turchia come partner di dialogo.
Limesonline fa un ottima sintesi di tutte le altre decisioni:

La Federazioe Russa e la Repubblica Popolare Cinese, potenze egemoni di questo gruppo, hanno sfruttato l’incontro per proporre – partendo dall’analisi dei temi regionali – una visione del mondo alternativa a quella dell’Occidente.
Alla fine del vertice è stato infatti dichiarato che:

  • Nessuno Stato della Sco dovrà entrare in un’alleanza mirata contro un altro membro dell’organizzazione – ossia i vari “stan” devono tenersi alla larga dalla Nato.
  • L’implementazione unilaterale di un sistema missilistico di difesa da parte di un paese o di un gruppo di paesi minaccia la sicurezza e la stabilità strategica – ossia la Sco si oppone allo scudo missilistico della Nato in Europa Orientale [carta].
  • Eventuali crisi regionali vanno risolte tramite la consultazione tra paesi dell’area e successivamente tra questi e gli organismi internazionali.
  • La Sco sostiene l’Afghanistan nel suo tentativo di diventare “indipendente, neutrale e pacifico” e gli conferisce lo status di osservatore. Kabul diversifica il proprio portafoglio di potenze cui chiedere soldi e si prepara al futuro post-Nato. Difficile che dopo il ritiro delle truppe dell’Alleanza Atlantica (2014) la Sco insista ancora la neutralità afghana: l’obiettivo russo-cinese è sottrarre il paese asiatico all’influenza Usa.
  • La situazione in Nord Africa e Asia Occidentale – quella che in Occidente chiamiamo “primavera araba” – desta preoccupazione. La Sco si richiama ai principi della carta dell’Onu e del diritto internazionale che prescrivono il rispetto delle scelte indipendenti di ogni paese. A scanso di equivoci, dal comunicato: “Gli Stati membri si oppongono a interventi armati o operazioni di regime change indotto e non approvano le sanzioni unilaterali”.
  • Ogni tipo di violenza in Siria deve finire – non solo quella governativa, quindi. Con il dialogo politico (che per Mosca dovrebbe coinvolgere anche l’Iran) si può raggiungere una soluzione che giovi al popolo siriano e a tutta la comunità internazionale. La presunta apertura della Russia a un futuro senza Assad “se è quello che vogliono i siriani” è pura apparenza.
  • Qualsiasi tentativo di risolvere il dossier iraniano con la forza è “inaccettabile”. La Sco plaude ai negoziati tra il 5+1 e l’Iran e si augura che quest’ultimo svolga un ruolo importante per mantenere la pace e la prosperità internazionale. Russia e Cina non vogliono che Teheran si doti dell’atomica – minaccerebbe la stabilità regionale e il territorio russo – né che Israele e/o gli Usa intervengano militarmente, danneggiando un regime amico e uno dei maggiori fornitori di petrolio di Pechino.
  • Aumenterà la cooperazione economica tra gli Stati membri. In attesa della nascita di una Banca dello sviluppo della Sco, la Cina ha garantito allo scopo prestiti per 10 miliardi di dollari. Mosca rimane il maggior partner commerciale dei paesi centroasiatici.
  • C’è bisogno di una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che tenga conto dei molteplici interessi e raggiunga il più vasto consenso possibile – ma non c’è fretta.
  • La Turchia diviene il terzo “partner di dialogo” della Sco, dopo Bielorussia e Sri Lanka. La Shanghai Cooperation Organization allarga il proprio raggio d’azione mentre Ankara, come Kabul, amplia il proprio portafoglio di interlocutori. Sarà interessante vedere come evolverà questa relazione, dato che la Turchia, membro della Nato, è coinvolta attivamente nello scudo missilistico contestato dalla Russia.
  • Nessuna accelerazione sull’ammissione di India e Pakistan: i due paesi sono candidati, come la Mongolia e l’Iran, che però a cause delle sanzioni Onu cui è sottoposto non può al momento – secondo lo statuto della Sco – aspirare alla membership. L’ingresso di due rivali strategici e potenze nucleari come New Delhi (la più grande democrazia del mondo, che finirebbe in un club di autarchi) e Islamabad altererebbe l’equilibrio di potenza dell’organizzazione.

L’agenzia di stampa cinese Xinhua riporta che gli Stati membri hanno concluso 10 accordi, tra i quali sono compresi la Dichiarazione di costruzione di un’area con pace duratura e comune prosperità durature, il Piano Strategico di Sviluppo della SCO per il medio termine, e i Regolamenti sulle misure politiche e diplomatiche e del Meccanismo di risposta agli eventi che mettono a repentaglio la pace regionale, sicurezza e stabilità.
A parte questo, il ruolo geopolitico dello SCO è ancora da definire. Sebbene l’organizzazione sia nata con lo scopo di promuovere e coordinare iniziative comuni tra gli Stati membri in tema di sicurezza, è difficile dire cosa essa faccia effettivamente. Il gruppo è impegnato sul tema dell’Afghanistan e ha già svolto esercitazioni militari congiunte, ma come tengono a sottolineare i cinesi, si tratta di un partenariato, non di un’alleanza come la NATO.
Il presidente Hu Jintao, piuttosto attivo, ha sottolineato che la SCO sostiene “un nuovo concetto di sicurezza che consente ai suoi Stati membri di mantenere con fermezza i propri interessi, esplorare percorsi di sviluppo che sono adatti alle loro condizioni individuali e lottare contro l’interventismo“. Il messaggio all’Occidente è chiaro.
Il presidente cinese ha parlato anche di Afghanistan. Gli Stati membri vogliono tracciare una road map per il futuro futuro di Kabul post-NATO, al fine di scoongiurare il rischio di una nuova guerra civile che potrebbe far sentire la sua onda lunga nel cuore dell’Asia. Non dimentichiamo che anche Pechino deve fare i conti con una minoranza musulmana all’interno dei suoi confini, gli uiguri. Inoltre, la Cina cerca di stabilire un partenariato strategico con Kabul per salvaguardare i propri interessi economici nel Paese, inerenti la costruzione di infrastrutture e lo sfruttamento di risorse minerarie.

Molto si è scritto sulla tacita rivalità tra Cina e Russia, potenze dominanti del gruppo. Benché i due Paesi abbiano concluso 10 contratti commerciali e creato un fondo d’investimento bilaterale di 4 miliardi di dollari, le divergenze (e diffidenze) rimangono. Questo articolo sul South China Morning Post ricorda che la Russia ha cercato di accrescere l’influenza di altri raggruppamenti regionali come l’Unione Eurasiatica (e, vorrei aggiungere, la Collective Security Treaty Organization), che escludono la Cina e che avrebbe messo barriere commerciali tra l’ex repubbliche sovietiche e Pechino, di fatto svuotando la SCO di gran parte del proprio contenuto. Inoltre, Russia e Cina non hanno trovato un accordo per la creazione di una Banca di Sviluppo per l’organizzazione, considerata una delle priorità del gruppo.

Non è un mistero che gli Stati dell’Asia centrale sentano la pressione dei due giganti, in competizione sia sul fronte politico che economico, con la Russia che fornisce denaro e armi ed esercita influenza, e la Cina che promette aiuti e infrastrutture in cambio di risorse naturali, generi alimentari e accordi commerciali.
In ogni caso, al momento sia Mosca che Pechino hanno bisogno della SCO, che di fatto amministrano quasi fosse un duopolio (come Francia e Germania fanno con la UE) allo scopo di mantenere lo status quo e contrastare la crescita dell’influenza statunitense nella regione. Il ritiro dell’esercito americano dall’Afghanistan è previsto per la fine del 2014, ma è probabile che per le forze Usa si tratterà solo di un cambio di campo in vita di un nuovo riposizionamento in Asia centrale:

la corsa al cuore del continente vede impegnate le grandi potenze globali. Usa, Russia e Cina scaldano i motori. Delle tre, Washington sembra partire svantaggiata, sia per la logistica (non ha contiguità con l’area) che per le crescenti ristrettezze di mezzi; Mosca esercita un’influenza in quanto ex madrepatria e principale sovventore dei governi coinvolti; Pechino promette e promuove sviluppo attraverso progetti finanziati con valanghe di denaro.

Una cosa però è certa. Per l’America, l’atteso addio all’Afghanistan nel 2014 non si tradurrà nell’abbandono del cuore dell’Asia. Russia, Cina e crisi economica permettendo.

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