Macché democrazia, gli scontri in Birmania minacciano gli interessi di India e Cina

Negli ultimi mesi in tanti hanno ingenuamente creduto che il Myanmar (ex Birmania) fosse finalmente avviato lungo un percorso di apertura e di (sia pur lenta) democratizzazione. L’avvicinamento diplomatico con Washington, l’elezione di Aung San Suu Kyi nel Parlamento nazionale e la sospensione delle sanzioni economiche da parte di Europa e Australia sono stati i segnali più tangibili dell’avvio di questo processo di riforma.
L’entusiasmo ha però distolto l’attenzione sui non pochi ostacoli disseminati lungo il cammino, sinteticamente illustrati da un articolo su Diplomat:

  1. l’ascesa politica di Aung San Su Kyi dopo anni di prigionia sta portando di fatto alla personalizzazione della politica birmana, dove si è passati dalla figura di un uomo forte, il generale Than Shwe, alla stretta relazione tra l’attuale presidente Thein Sein e la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di San Suu Kyi;

  2. Il Myanmar presenta un tessuto sociale variegato ed eterogeneo, composto da etnie molto diverse tra loro. La democratizzazione potrebbe favorire le spinte centrifughe tuttora in corso all’interno del Paese, col rischio che le periodiche violenze tra gruppi degenerino in una situazione di emergenze sistematica;

  3. In Myanmar cominciano ad affluire gli investitori stranieri, ma l Stato birmano, tradizionalmente povero a causa della dittatura socialista, non è abituato a gestire molti soldi. C’è la possibilità che i futuri denari in entrata finiscano per arricchire le gerarchie di potere anziché essere investiti per l’ammodernamento del Paese, favorendo il rafforzamento del regime invece del processo democratico.

Il secondo punto è al momento il più urgente. Domenica scorsa il regime ha dichiarato lo stato di emergenza in seguito ai ripetuti scontri tra buddhisti e islamici nello Stato del Rakhine, una lingua di costa al confine con il Bangladesh. Il presidente Thein Sein ritiene che si tratta di fatti gravi, al punto che la rivolta in corso potrebbe arrivare a minacciare lo stesso processo di democratizzazione, dando così ragione ai timore del Diplomat.
Tuttavia, ci sono alcune cose che Thein Sein evita di menzionare.

La capitale del Rakhine è Sittwe, 181.000 abitanti. Di fronte alla città, sotto i fondali, è situato un giacimento di gas naturale che il governo birmano intende sviluppare attraverso il progetto Shwe (“d’oro”, in birmano); un piano che fa gola a molti, a cominciare dal grande vicino del Myanmar: la Cina.
Nel dicembre 2005 Pechino ha concluso un accordo col regime birmano per l’acquisto di gas per i successivi trent’anni. Da allora Pechino e Napydaw hanno inaugurato grandi progetti nel settore dell’energia: attualmente, la cinese China National Petroleum Corporation (CNPC), in accordo con la Myanmar Oil and Gas Enterprise (MOGE) e le forze di sicurezza dello Stato del Myanmar, è impegnata nella costruzione di un oleodotto da 982 km dal porto di Kyaukpyu, non lontano da Sittwe, alla località cinese di Kunming, nella provincia dello Yunnan.  Il progetto dovrebbe essere ultimato entro il 2015. Allo stesso tempo, è la compagnia sta costruendo un gasdotto, in grado di erogare 12 miliardi m3 di gas naturale all’anno, dal campo di Shwe fino a Kunming. E’ inoltre in fase di realizzazione un sito di deposito di petrolio presso l’isola di Maday, futuro capolinea per le petroliere provenienti dal Medio Oriente  e dall’Africa orientale, principali fonti di approvvigionamento di Pechino. Infine, entro il 2015 sarà pronta anche una nuova ferrovia, sempre da Kyaukpyu a Kunming.
L’obiettivo di Pechino è garantirsi un posto al sole nell’oceano Indiano, bypassando lo Stretto della Malacca.

Ora è chiaro quanto la stabilità del Rakhine sia importante per il Myanmar – e di riflesso per la Cina. Peraltro, non si tratta dell’unica zona turbolenta all’interno del Paese. A Nord, le condutture si ricongiungono alla Cina attraverso lo Stato del Kachin, dove da oltre cinquant’anni il KIA (Kachin Indipendece Army) lo tta per l’indipendenza dell’area. Negli anni, per mantenere il controllo del territorio, l’esercito birmano ha lanciato diverse offensive nella zona, compiendo svariate atrocità contro la popolazione. Dopo 17 anni anni di relativa calma in seguito ad un cessate-il-fuoco, le violenze sono riprese a fine 2011, ma il governo birmano ha assicurato che, nonostante i combattimenti, il gasdotto si farà comunque.

Torniamo a Sittwe. Nel 2007 l’India ha annunciato l’intenzione di potenziare il porto cittadino allo scopo di farne uno sbocco naturale per gli Stati Nordorientali (le cosiddette Sette Sorelle). Per realizzare l’opera, il governo di Delhi ha messo sul tavolo 120 milioni di dollari. La costruzione rientra nel Kaladan Multi-modal Transit Transport Project, un progetto intrapreso dai governi indiano e birmano per migliorare la rete infrastrutturale dei trasporti tra i due Paesi, punto di partenza per future e proficue relazioni economiche. Non solo. Anni fa si era parlato perfino di un gasdotto da Shwe verso l’India. Come si vede, anche l’India nutre forti interessi nel Rakhine.

Sono questi interessi ciò che le violenze stanno mettendo in forse. Ma alla stampa è meglio parlare di “minaccia alla democrazia“. Altrimenti come farebbe il regime a giustificare lo stato di emergenza, presupposto formale per una probabile nuova ondata di repressioni?

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