Obama, dai principi di pace agli omicidi segreti

Prima di diventare l’attuale presidente degli Stati Uniti, Barack Obama era noto come un uomo di solidi principi. Professore di diritto, era stato l’unico senatore ad avere votato contro l’invasione americana dell’Iraq, e subito dopo l’elezione alla Casa Bianca si era impegnato a riannodare i legami col mondo islamico dopo gli sciagurati anni di Bush. Molti erano convinti che la sua presenza potesse imprimere slancio al processo di pace tra Israele e i palestinesi. Aspettative che gli erano valse il Premio Nobel per la Pace nel 2009, nonostante il suo mandato fosse agli inizi.
A distanza di tre anni, molti di coloro che lo avevano votato sono ora sconcertati e confusi.

Obama crede nella pace, ma non è un pacifista. E’ sempre stato consapevole che  le belle parole da sole non sarebbero bastate ad estirpare il cancro del terrorismo. La sua idea politica è la perfetta applicazione del si vis pace, para bellum. Come scrivevo in ottobre:

Obama, nel suo discorso alla consegna del Nobel, riconosceva che: “Il male esiste, la promozione dei diritti umani non può essere solo un’esortazione. Ci saranno momenti in cui le nazioni, da sole o di concerto, troveranno l’uso della forza non solo necessario ma moralmente giustificato. Difficile immaginare una guerra più giusta [della Seconda Guerra Mondiale, nda]. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare le armate di Hitler. I negoziati non possono convincere i capi di al-Qa’ida a deporre le armi. Dovremo pensare in modo diverso alle nozioni di guerra giusta e pace giusta”, ammettendo così che i valori di pace e giustizia non possono realizzarsi senza una sana dose di pragmatismo.
Forse è per questo che l’America non era mai stata impegnata su così tanti fronti come da quando è guidata da Obama: due guerre in corso in Iraq e Afghanistan, a cui si aggiungono altre guerre fantasma(con i droni) in Pakistan, YemenSomaliaMessico e, ultimamente, Uganda. Eppure questo atteggiamento, discutibile su un piano ideale, si è rivelato più fruttuoso di quello viceversa (fin troppo) concreto di Bush: ques’ultimo ha sperperato miliardi di dollari nelle campagne mediorientali, gonfiando ildebito Usa e abdicando di fatto dal ruolo di unica superpotenza che l’ex governatore del Texas aveva ereditato da Clinton, con l’aggravante di quasi 5.000 soldati caduti 225.000 morti totali. Obama, invece, ha saputo togliere di mezzo tre nemici come Bin Laden, al-Awlaki e Gheddafi senza perdite umane.

L’aggressività mostrata nella lotta contro al-Qa’ida ha contrariato quanti credevano che la tortura e le guerre ombra fossero un ricordo del passato. Le azioni promosse o supervisionate da Obama sono spesso rimaste imperscrutabili, coperte dal silenzio e senza alcun avallo di quelle organizzazioni internazionali di cui lo stesso presidente aveva sempre esaltato il ruolo.
Interessante questo articolo di Linkiesta, dove si spiega che nessun presidente ha fatto ricorso all’omicidio segreto quanto Obama:

Partiamo da Guantanamo. Un recente studio del Pentagono sostiene che il carcere, situato all’interno della base militare americana in territorio cubano, è costato agli Stati Uniti 52 miliardi di dollari tra il 2002 (quando fu creato da Bush) e il 2009. Oggi, solo per la gestione, vengono spesi 180 milioni di dollari all’anno. Ci sono 1.850 soldati per badare a 171 prigionieri, ciascuno dei quali costa 800 mila dollari all’anno.

Carol Rosenberg, giornalista del Miami Herald, in un straordinario saggio pubblicato recentemente su Foreign Affairs (Why Obama Can’t Close Guantanamo), scrive che il destino dei detenuti di Guantanamo è degno di un romanzo di Kafka. Prima di essere eletto Obama promise che la sua stella polare sarebbe stata la legge internazionale. Poi ha cambiato idea. Greg Miller, in un’accurata inchiesta pubblicata il 13 dicembre dal Washington Post, ha rivelato che gli Stati Uniti possiedono una flotta di 775 droni telecomandati (Predator o Reaper) celati in una dozzina di basi segrete. E altre centinaia di esemplari sono in costruzione. Inoltre la Cia possiede un numero imprecisato di droni di tipo Stealth (invisibili ai radar) la cui esistenza non è mai stata ammessa dal governo. Uno di questi (un RQ-170) è caduto in territorio iraniano poche settimane fa in seguito a un malfunzionamento.
A cosa servono questi aerei? Per esempio a uccidere i terroristi elencati in una “kill list” riservata, di cui nessuno sa nulla e che il Congresso degli Stati Uniti non può discutere. È una guerra silenziosa e asettica che viene condotta dalla Cia e dal Joint Special Operations Command, senza clamore, nell’Asia meridionale e in Medio Oriente. Senza dover chiedere permessi all’Onu, inviare truppe, versare sangue americano.

Dopo tutto, Obama è anche un avvocato, un professionista abituato ad essere pragmatico. Più droni, meno truppe: ecco la ricetta contro al-Qa’ida. Benché non sempre vincente – come nello Yemen, che la politica aggressiva adottata dagli USA rischia di trasformare in un equivalente arabo del Waziristan.
Il New York Times ci racconta qualcosa in più sulla kill list:

Mr. Obama has placed himself at the helm of a top secret “nominations” process to designate terrorists for kill or capture, of which the capture part has become largely theoretical. He had vowed to align the fight against Al Qaeda with American values; the chart, introducing people whose deaths he might soon be asked to order, underscored just what a moral and legal conundrum this could be.

While he was adamant about narrowing the fight and improving relations with the Muslim world, he has followed the metastasizing enemy into new and dangerous lands. When he applies his lawyering skills to counterterrorism, it is usually to enable, not constrain, his ferocious campaign against Al Qaeda — even when it comes to killing an American cleric in Yemen, a decision that Mr. Obama told colleagues was “an easy one.”

Con la morte di Yahya al-Libi, numero due di al-Qa’ida in Afghanistan, un altro nome si aggiunge all’elenco dei nemici tolti di mezzo., ma è stata l’eliminazione di Anwar al-Awlaki a sollevare i maggiori dubbi sulla legittimità di queste operazioni: può il governo americano far assassinare un proprio cittadino senza processo e senza riguardo per le più elementari  garanzie costituzionali?
Tanto per cambiare, è sempre il New York Times a rivelare che lo stesso Obama era a conoscenza – anzi, ha accelerato – il programma di attacchi informatici contro l’Iran:

From his first months in office, President Obama secretly ordered increasingly sophisticated attacks on the computer systems that run Iran’s main nuclear enrichment facilities, significantly expanding America’s first sustained use of cyberweapons, according to participants in the program.
Mr. Obama decided to accelerate the attacks — begun in the Bush administration and code-named Olympic Games — even after an element of the program accidentally became public in the summer of 2010 because of a programming error that allowed it to escape Iran’s Natanz plant and sent it around the world on the Internet. Computer security experts who began studying the worm, which had been developed by the United States and Israel, gave it a name: Stuxnet.

Per completare il quadro, possiamo ricordare il silenzio sulla repressione in Bahrein, in stridente contrasto con la guerra in Libia e l’attivismo sulla questione Siria. Ma è realpolitik anche questa: rovesciare Assad in Siria significa infliggere un colpo al cuore al regime iraniano, mentre toccare gli equilibri nella penisola arabica può comportare lo sconvolgimento del mercato petrolifero globale. Dunque, due pesi e due misure.

Tutti elementi che non depongono a favore del presidente. Molti ricorderanno che il 9 giugno 2008 il deputato Dennis Kucinich ha introdotto 35 articoli di impeachment contro il presidente George W. Bush. Ebbene, oggi c’è chi nota come 27 di quei 35 articoli siano teoricamente applicabili alla figura di Obama, come a dire che in fondo, nella politica estera di marca USA, il tanto agognato cambiamento non c’è stato.
In fondo è proprio questo ciò che si rimprovera ad Obama: all’illusione dei principi si è sostituito il disinganno del lavoro sporco.
Rimane il fatto che, nel quadriennio obamiano, bin Laden e compagnia sono passati dalla lista dei ricercati a quella dei necrologi. Se era un lavoro sporco, qualcuno doveva pur farlo.