Troppe tasse generano meno entrate

L’ultimo Rapporto sulle Entrate tributarie della Ragioneria e del Dipartimento delle Finanze evidenzia come queste siano in crescita, ma non abbastanza. Se nei primi quattro mesi del 2012 si registra un incremento del gettito dell’1,3% sullo stesso periodo del 2011, a quota 117.030 milioni di euro, il Rapporto rileva nel contempo il mancato raggiungimento degli obiettivi fissati dall’ultimo Documento di economia e finanza: nel primo quadrimestre mancano 3.477 milioni di euro rispetto alle previsoni. Allo scostamento contribuisce in particolare il crollo congiunturale dell’Iva (-2,9 miliardi o -9,6%).

E’ evidente che il governo ha fatto male i conti. La caduta libera dell’Iva non è solo colpa della crisi (che ha depresso i consumi) o dell’evasione (che pure c’è). Se la gente non spende più è perché la sua capacità di spesa è ridotta all’osso, anche a causa della pressione fiscale. Non dimentichiamo che c’è ancora l’Imu all’orizzonte, che probabilmente ha indotto i contribuenti a mettere da parte quanto più possibile per far fronte alle rate – e dunque a consumare meno.

Corollario della vicenda è che a questo punto l’aumento dell’Iva in ottobre sarà inevitabile. Penalizzando i consumi ancora di più. Senza ricordare la curva di Laffer (il successo che ebbe era dovuto alla volontà di Reagan di tagliare le tasse ai ricchi), il paradosso della fiscalità è che troppe tasse uguale meno entrate.
E tra tutte le tasse, le più odiose e dannose sono quelle sui carburanti. Odiose perché, ad esempio, nel 2012 siamo ancora costretti a finanziare la guerra in Abissinia voluta da Mussolini nel 1935 (lo Stato incassa ancora 11 milioni di euro l’anno da quella accisa). E dannose perché, come ho scritto in gennaio, l’aumento del prelievo fiscale sulla benzina non incrementa affatto le entrate dello Stato; al contrario:

La verità è che dall’aumento della benzina lo Stato non ci guadagna affatto, anzi.
Nel breve periodo il guadagno c’è. Questo perché la domanda di carburanti è di fatto inelastica: se il sig. Rossi ha bisogno di 100 litri al mese per andare al lavoro, portare i figli a scuola, andare a trovare gli anziani genitori, ecc. lui acquisterà 100 litri in ogni caso, a prescindere dal fatto che il prezzo sia 1,3 €/L come un anno fa o 1,8 come oggi. Per questo l’aumento delle accise (e di riflesso del gettito Iva) comportano un guadagno sicuro nel breve periodo. Ma potendo contare su un modesto stipendio di 1000 euro per far fronte ai rincari dovrà rinunciare al telefonino nuovo o a portare la famiglia a cena fuori.

per continuare a comprare i suoi 100 litri di carburante al mese, il sig. Rossi spende ora 50 euro in più al mese rispetto ad un anno fa: 180 euro del suo reddito rispetto ai 130 iniziali. Di conseguenza rimangono 820 euro da consumare in altri beni, mentre prima erano 870. In altre parole, quei 50 euro al mese in più che lui spende per fare il pieno rispetto ad un anno fa sono 50 euro sottratti al consumo di altri beni. 50 euro in meno che significano una perdita non solo per il commerciante al dettaglio in termini di mancate vendite, ma anche per tutta la filiera produttiva e distributiva in termini di minor fatturato. Quindi di minore PIL per l’intera economia.
Stesso discorso per le accise sul gasolio, ma con un aggravante: in Italia l’86% del trasporto delle merci avviene su gomma, per cui ogni aumento del costo di trasporto si ripercuote direttamente sui prezzi al dettaglio.
Certo, come ragionamento è piuttosto semplificato, ma è sufficiente a rendere l’idea. Basta un rapido calcolo empirico per rendersi conto che, aumentando la benzina, l’incremento delle entrate statali nell’immediato viene annullato dal minore gettito complessivo dell’Iva nel medio-lungo periodo.
Pertanto dagli aumenti non ci guadagna nessuno: né i cittadini, né lo Stato. La congettura più accise = più soldi è solo un mito. In concreto, ogni nuova accisa non è altro che una misura depressiva.

Da allora la benzina è arrivata a sfiorare i due euro. E col terremoto in Emilia è ulteriormente aumentata di 2 cent per finanziare l’emergenza, finendo invece per penalizzare oltremisura le zone già disastrate dalla natura.

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