Cina, la “paranoia” di Tiananmen 23 anni dopo

A 23 anni di distanza, le autorità cinesi mostrano ancora grande imbarazzo sul tema di Tiananmen. Pechino si è sempre rifiutata di aprire una discussione su quanto accadde quel 4 giugno 1989: la manifestazione giovanile, la repressione, le vittime (ufficialmente 200, ma il dato reale è ignoto). Il risultato è che, a due decenni da allora, oggi soo pochi i cinesi under 30 ad avere una pur vaga cognizione degli eventi, ma internet e le nuove tecnologie hanno contribuito ad aprire una breccia in questo muro di silenzio.

CSMonitor spiega quanti sforzi faccia Pechino per imporre l’amnesia collettiva.
Nelle settimane precedenti alla ricorrenza i gestori di Weibo, ossia l’equivalente cinese di Twitter, hanno coscienziosamente censurato ogni termine che potesse avere attinenza con Piazza Tiananmen“tank”, “crush” ,“never forget”, “square”, oltre ovviamente a alla coppia di numeri “6.4”. Anche il terno “535” è stato oscurato, poiché per eludere la rigida sorveglianza dall’alto, molti utenti avevano furbescamente celato la data del 4 giugno sotto le mentite spoglie di un ideale “35 maggio“.
Anche il termine “candle” e la relativa immagine, simbolo con cui commemorare le vittime di Tiananmen,  sono stati censurati. In prossimità della fatidica data, i gestori hanno rilevato un’impennata di 200.000 messaggi riferenti al termine candela. Difficile che sfuggisse loro il messaggio tra le righe.

Per una straordinaria coincidenza, ieri lo Shanghai Composite Index, ossia l’indice della Borsa di Shanghai, ha registrato una flessione di 64.89 punti, componendo dunque la data del 4 giugno ’89 in un modo e in un luogo che nessuna censura avrebbe potuto occultare. Solo un caso? Forse no: pochi minuti dopo l’indice ha evidenziato un’altra bizzarra torsione, attestandosi a quota 2364.98 punti – ossia: 23° anniversario dal 4 giugno ’89, leggendo l’anno al contrario. Gli analisti ha rifiutato di commentare i numeri.

Singolare la presa di posizione delle autorità statunitensi, che hanno pubblicamente chiesto a quelle cinesi di liberare i dimostranti ancora in prigione a 23 anni di distanza. In una dichiarazione del Dipartimento di Stato di domenica, il viceportavoce Mark Toner ha detto che gli Stati Uniti hanno incoraggiato la Cina a fornire un resoconto completo di tutte le persone uccise, detenute o scomparse durante la violenta repressione delle manifestazioni. Ha inoltre chiesto di porre fine a ciò che lo stesso Toner ha descritto come la continua persecuzione dei partecipanti alle proteste e alle loro famiglie. Richiesta che ha contrariato il regime di Pechino.
Come spesso accade, gli slanci umanitari di marca USA nascondono altri fini. Sabato 2 giugno, appena un giorno prima della dichiarazione di Toner, il Segretario alla Difesa Leon Panetta aveva annunciato un nuovo piano per reindirizzare l’attenzione del militare degli Stati Uniti verso il Pacifico attraverso l’invio di un maggior numero di navi. Entro il 2020 le forze navali americane saranno dislocate tra Pacifico e Atlantico secondo una proporzione di 60-40, contro il 50-50 di oggi. Sempre che per allora il maggiore degli oceani non sia passato dallo status di Mare Nostrum di Washington a lago interno di Pechino.

Probabilmente la nota su Piazza Tiananmen è stata dettata più dall’opportunismo che dal reale interesse per la verità. In attesa di mostrare i muscoli nelle acque del Pacifico. E poco importa che la repressione di quel 4 giugno continui a mietere vittime ancora oggi. Allora con le armi, ora col silenzio.

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