Con Nikolic la Serbia ha votato per l’instabilità?

L’elezione di Tomislav Nikolić a nuovo presidente della Serbia ha colto di sorpresa un pò tutti. Soprattutto perché quasi il 60% dei cittadini serbi interrogati nei vari sondaggi dava Miroslav Tadić vincitore. Invece il presidente uscente, liberale ed europeista, non ha ottenuto il terzo mandato, lasciando lo scranno all’avversario conservatore. E pensare che Tadic aveva già vinto due ballottaggi, nel 2004 e nel 2008, in entrambi i casi proprio contro Nikolic. Di fatto, a sconfiggere Tadic è stata l’astensione: solo il 46% degli aventi diritto si è recato alle urne.

Cosa cambia per la Serbia, e di riflesso per l’Europa? A paroole nulla, posto che Nikolic ha dichiarato di voler proseguire il cammino europeo. In realtà, molti commentatori non ne sembrano così sicuri.
E’ vero che, negli anni, le posizioni di Nikolic si sono ammorbidite molto, soprattutto dopo la creazione del suo nuovo Partito Progressista nel 2008, tanto che qua e là si legge che affibbiargli la patente di “ultranazionalista” rappresenti un giudizio eccessivo rispetto alla prova dei fatti.
Ma sono proprio i fatti, più delle parole, a spiegare la diffidenza di Bruxelles nei suoi confronti. A pochi giorni dal ballottaggio ha stretto un accordo con il Partito democratico della Serbia (Dss) dell’ex premier conservatore Vojislav Kostunica, apertamente antieuropeista e avvicinatosi a Nikolic con la promessa di un referendum sulla possibile “neutralità” della Serbia nei confronti sia dell’Europa sia della Nato. A complicare i rapporti con l’Unione c’è anche il capitolo Kosovo: Nikolic renderà probabilmente più aspro il conflitto tra la Serbia e la sua ex provincia, la cui indipendenza è peraltro già stata riconosciuta dalla UE. Nondimeno, per completare il quadro ha detto che con lui la Serbia si riavvicinerà decisamente anche alla Russia. Una prospettiva che molti in Europa temono.
Riassumendo,  Nikolić ha detto che il cammino verso la UE va bene, ma non dovrà avvenire ad ogni costo. Il messaggio tra le righe è: non riconosceremo il Kosovo in cambio di un posto nei 27, come ribadito (guarda caso) a Mosca, nel suo primo viaggio ufficiale da presidente. Se prima si diceva che forse Belgrado non si fida più di Bruxelles, da oggi anche Bruxelles tornerà a diffidare di Belgrado. Sullo sfondo c’è una Serbia con un tasso di disoccupazione al 25% e una corruzione politica tra le più alte del Vecchio Continente.

Se il ritratto fin qui mostrato appare a tinte fosche, è comunque ben poca cosa in confronto a quello tratteggiato da Jeffrey T. Kuhner sul New York Times di giovedì 24 maggio, secondo il quale l’elezione di Nikolic avrebbe posto le basi per una nuova era di instabilità nella regione balcanica. Non soltanto per lo spettro del nazionalismo. Nikolic è apertamente accusato di aver rivestito un ruolo non secondario nei tragici eventi che hanno insanguinato l’ex Jugoslavia negli anni Novanta, dai massacri in Bosnia alla pulizia etnica in Kosovo:

Mr. Nikolic supported Belgrade’s genocidal project. In fact, he became the deputy leader of the Serbian Radical Party, run by the odious Vojislav Seselj and his band of nationalist fanatics. It called for the expulsion of all non-Serbs from Kosovo and large swaths of Bosnia and Croatia. It sought to unify all ethnically cleansed Serbian territories along with Macedonia and Montenegro into a Great Serb state. The Radicals were the heirs of Mihailovic’s Chetniks.
In 1999, Mr. Nikolic served as the deputy prime minister to Serbian strongman Slobodan Milosevic. As NATO bombed Serbia, Mr. Nikolic and his fellow Radicals sought to implement their final solution: the annihilation of ethnic Albanians in Kosovo. He helped unleash a sweeping military invasion of the southern Serbian province. He also enabled Milosevic to crack down on domestic dissent, including murdering journalists and imprisoning anti-war activists.
For years, Mr. Nikolic has railed against the West – especially the United States. He blames America for Serbia’s woes and wants to diminish Washington on the world stage. He is an Orthodox Slavophile who seeks close ties with Moscow. An admirer of Russian President Vladimir Putin, Mr. Nikolic hopes to emulate the Kremlin’s rule. He wants to expand Moscow’s influence in the Balkans. In the past, he has suggested that Serbia become a province of Russia.
In short, he is not some flinty Serbian patriot but a radical nationalist whose election threatens the region’s security. Mr. Nikolic has not abandoned the dream of a Greater Serbia. He claims, however, that he wants to achieve it “peacefully.” He demands that Kosovo be restored to Belgrade’s control; that the Bosnian Serb Republic secede from Sarajevo; and that Croatia relinquish areas claimed by Serbian revanchists. No wonder nationalists celebrated his victory, unfurling Chetnik flags and symbols, including the skull and bones.
Yet his policies will lead to only one outcome: war. He is challenging the national sovereignty and territorial integrity of Serbia’s neighbors. Mr. Nikolic is a political thug with delusions of grandeur. Serbia is eerily reminiscent of Weimar Germany. Defeated, humiliated and sliding toward an economic abyss, Serbian voters have opted for a neo-Nazi. He is not their savior. Rather, he is leading the Serbs – again – to doom and disaster.

Giudizio eccessivo, probabilmente. Ma che fa comunque riflettere.

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