Nelle presidenziali egiziane ha vinto l’incertezza

Per avere un’impressione a caldo sulle presidenziali egiziane riporto questa breve ma esauriente analisi di Lorenzo Declich su In30secondi (i corsivi sono miei):

Il 10 maggio scorso si era tenuto negli studi di una televisione privata egiziana un dibattito televisivo “all’americana” fra “i due candidati alla presidenza”: Amr Moussa e Abu el-Futuh.
La notizia aveva generato qualche commento, i più consideravano la cosa come un segno positivo, emblematico del nuovo cammino intrapreso dall’Egitto verso la democrazia. Corradino Mineo, su Rainews24, aveva anche notato che il dibattito sembrava molto “americano” e poco “europeo”.
In pochi oggi riflettono sul fatto che  i due protagonisti del dibattito, nell’ordine dei più votati, sono risultati rispettivamente quinto e quarto.
E definire una “sorpresa” questo esito elettorale, che vede il reppresentante dei Fratelli Musulmani al primo posto e il “clone” sbiadito di Hosni Mubarak al secondo, in base a quell’evento televisivo sarebbe sviante. Piuttosto è meglio riconoscere che ci si era sbagliati nel considerare Moussa e el-Futuh i “cavalli giusti” in base al fatto che erano apparsi in televisione in un dibattito all’americana.
Evidentemente il meccanismo del consenso, in Egitto, si mette in moto altrove, e la cosa non può destare sorpresa: la democrazia egiziana ancora non esiste, i votanti di questa tornata elettorale –il 43% dei 50 milioni di iscritti alle liste elettorali su 80 milioni cittadini aventi diritto — hanno fatto le loro scelte sapendo che una nuova Costituzione che stabilisce i poteri del Presidente deve essere ancora scritta, e che i militari non se ne sono ancora andati.
Con questo risultato elettorale abbiamo ragione di credere, anzi, che i militari non se ne andranno “in bell’ordine” molto presto.
Occorre però ragionare, anche, sui distacchi fra candidati, introducendo il terzo in fila, Hamdin Sabbahi, esponente “di sinistra” del nasserismo “originario” e vera “sorpresa” di queste elezioni. Fra i tre in cima alla lista passa infatti un intervallo di voti minimo, due o tre punti percentuali (sono tutti fra il 26 e il 23%), il ché ci introduce al tema, delicatissimo, del modo in cui si sono svolte queste elezioni, dei meccanismi di controllo adottati, insomma del timore di brogli elettorali in presenza di quegli elementi, soprattutto quello della “tutela” dei militari, sopra elencati a proposito di “democrazia egiziana”.
Ora c’è chi parla di “worst scenario” (lo scenario peggiore possibile) e, da queste parti, ci sarà certamente chi riterrà “migliore” l’opzione Shafiq (militari) a quella Morsi (Fratelli Musulmani).
A sinista, in Egitto, da qualche giorno era in campo invece il dibattito che si può riassumere con la domanda: “con gli islamisti forse, con i militari mai?”.

E il famoso scrittore Alaa al-Aswani, ieri, chiedeva un sforzo per formare un “fronte nazionale” che, su regole e accordi chiari e pubblici, si opponesse al ritorno, ben orchestrato, del “regime”.
Mentre diversi esponenti della galassia salafita, la grande esclusa da questa consultazione, facevano sapere che appoggeranno il candidato della Fratellanza.
Staremo a vedere: certo il serbatoio di voti degli esclusi alla tornata finale non è indifferente, è intorno al 50% delle preferenze espresse.
Sullo sfondo rimane l’Egitto “profondo” che, insieme ai “puri” della rivoluzione del 25 gennaio, non ha votato.
Se l’indicatore di progresso della democrazia egiziana non era il dibattito televisivo, non lo è neanche questa tornata elettorale.

Il “worst scenario” a cui si accenna è illustrato nei dettagli dal Guardian. Dopo settimane di tensioni e incertezze, afferma il quotidiano, l’Egitto si trova di fronte ad uno scenario da incubo, perché la Fratellanza Musulmana è un’organizzazione fondamentalista mentre Shafiq è un fedelissimo di Mubarak. Insomma, è come se la rivoluzione non ci fosse mai stata – e in effetti è andata così, come ho già avuto modo di spiegare.

Agli occhi dei meno attenti, l’Egitto pareva davvero aver imboccato la strada della democrazia, sia pur con molti barcollamenti ed inciampi. Eppure il dibattito televisivo a cui si accenna sopra, nonché i manifesti che tappezzano le strade, ci hanno suggerito un’immagine fin tropo edulcorata di questa “prima volta” alle urne dei cittadini egiziani. Un quadro ad uso e consumo della stampa occidentale, ma del tutto fuorviante rispetto alla realtà sul campo per due motivi.
Il primo è la disillusione del popolo all’idea di un reale cambiamento. Il New York Times riporta come molti elettori abbiano già annunciato di astenersi al prossimo ballottaggio piuttosto che votare un candidato dall’agenda sociale troppo islamista e un altro proveniente dall’entourage del deposto presidente Mubarak:

For some voters, the bubbling enthusiasm that ushered in the country’s landmark presidential election has given way to anger and apathy since candidates who generated excitement, with charisma or progressive appeals, were eliminated from the race.
Sensing the disillusionment, and the likelihood that many voters could stay home, Mr. Morsi and Mr. Shafik moved Saturday to widen their support, courting disqualified candidates and portraying themselves as more centrist — sometimes by dramatically reversing their previous positions.

Il secondo è che una nuova Costituzione non è ancora stata messa nero su bianco, dunque il nuovo presidente – a prescindere da chi sia – si ritroverà ad essere titolare di poteri vaghi e non ancora definiti, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con il parlamento. In ogni caso, i militari sono sempre lì.
In definitiva, queste elezioni trascinano su di sé un’irremovibile ombra di incertezza. Intanto Sabahi, terzo classificato con un margine di 700.000 voti, ha chiesto il riconteggio.