Perché la Russia vuole il gas del Mediterraneo

Le speranze dell’Europa di assicurarsi l’indipendenza energetica (dalla Russia) nel lungo periodo passano per le opportunità di sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti nel Levante Mediterraneo. A cominciare da Leviathan, situato a largo delle coste israelo-libanesi. Se lo scorso anno pareva che il futuro energetico del vecchio continente dipendesse dall’Azerbaijan, oggi la chiave di volta sembra essere nei fondali dell’ex lago dell’Impero Romano.
La possibilità di importare il gas dalle acque del Mare Nostrum (via Turchia) rappresenta al momento l’alternativa ideale all’approvvigionamento dal gigante russo – costantemente in forse a causa dei capricci di Putin -, visto che l’unico altro progetto finora concepito, ossia il Nabucco, è stato di fatto affossato proprio dai russi prima attraverso la concorrenza del South Stream e poi tramite l’accaparramento di tutto il gas messo a disposizione dal fornitore prescelto da Bruxelles, ossia l’Azerbaijan.
Per evitare di perdere la propria posizione di monopolio naturale, Mosca sta ora pensando di fare la stessa cosa col gas offshore nel Mediterraneo orientale, allungando i tentacoli fin nelle nostre acque:

The Russians appear to be making a determined bid to secure a stake in the energy boom in the eastern Mediterranean despite the danger of conflict.

Only a few weeks ago, Russian energy giant Gazprom signed a preliminary deal with Israel to buy liquefied natural gas from offshore fields that are to start producing over the next 2-3 years.
Gazprom is also reportedly interested in bidding for one of 12 exploration blocks off Cyprus, 300 miles north of Israel.

In altre parole, Mosca sta cercando di opzionare il gas levantino ancora prima che le trivelle comincino a perforare il fondale. E pensare che quel gas non ha ancora nemmeno un proprietario certo, visto il conflitto che va profilandosi tra Israele, Turchia e Cipro per assicurarsene la fetta più grossa. Anzi, in questa contesa la Russia pare aver già preso posizione alle spalle del triangolo israelo-greco-cipriota contro l'(ex?) alleato turco:

Russia seems willing to put its friendship with Turkey at risk by endorsing the “triangle’s” position on zoning and exploration rights, against Turkey’s position. Moscow’s minimal objective is access to Cypriot offshore gas deposits for Gazprom and Novatek, in the framework of the Greek Cypriot government’s international tender for 12 offshore blocks (see “Exploration Intensifying for East-Mediterranean Natural Gas,” EDM, May 8).
Russia’s maximal goal is to aggregate Cypriot and Israeli offshore gas volumes for transportation and reselling via Gazprom on international markets. Toward that goal, Gazprom recently concluded a preliminary (nonbinding) agreement to purchase liquefied gas volumes from Israel’s Leviathan project. Meanwhile, Gazprom is one of the bidders for DEPA, the gas transmission pipelines in mainland Greece. If successful in that bid, Gazprom would undoubtedly strive to increase its intake of Cypriot and Israeli offshore gas, transport it (probably in liquefied form) to mainland Greece, and use DEPA pipelines to re-sell it on European markets.

Spalleggiando il governo di Tel Aviv, il Cremlino assicurerebbe un trattamento di favore a Gazprom. La quale non vede l’ora di poter vendere l’oro blu ai suoi migliori (e unici) clienti: noi europei.
Non dimentichiamo che Gazprom ha anche avanzato un’offerta per la compagnia petrolifera greca Depa, la cui privatizzazione è stata imposta dalla UE in cambio degli aiuti finanziari ad Atene e che sembra fare gola a molti, in un momento di rinnovato interesse per le potenzialità dei giacimenti offshore ellenici.

Questa vicenda ci rammenta una verità che molti fingono tuttora di sottovalutare o ignorare del tutto: i rapporti tra Russia ed Europa non sono mai stati facili nemmeno dopo la fine della Guerra fredda. Basti ricordare l’episodio della guerra russo-georgiana (8-12 agosto 2008) nonché le periodiche crisi del gas con l’Ucraina (l’ultima del gennaio 2009), che hanno rischiato di lasciare numerosi stati Ue al freddo per tre volte in cinque anni. Il paradosso delle relazioni tra i due attori è che mentre i legami economici si rinsaldano sempre di più, quelli politici si vanno sempre più allentando, secondo una dialettica nella quale conflitto e cooperazione coesistono in una sorta di passo a due che vede (quasi) sempre Mosca menare le danze. Conscio dell’importanza delle forniture energetiche nella gestione dei rapporti tra Russia e Ue, Putin ne trae ampio beneficio attraverso una tattica del tutto analoga al divide et impera degli antichi romani, alimentando l’antagonismo interno tra i membri della Ue. Operazione tutt’altro che complicata visto che l’Europa è disunita già di suo. La presenza di due alleati fedeli come Germania e Italia e la mano minacciosamente posata sul rubinetto del gas sono ingredienti più che sufficienti per plasmare le relazioni col Vecchio continente ad uso e consumo del gigante russo. La breve crisi energetica in conseguenza della guerra in Libia ne è stata un esempio. Sebbene le partii si fossero trovate d’accordo nell’asserire che l’aumento selvaggio del prezzo del petrolio sarebbe stato l’anticamera di una nuova fase di precarietà economica globale, l’allora premier russo non ha mancato di rimarcare che se North Stream e South Stream fossero già in funzione l’approvvigionamento dell’Europa non sarebbe stato a rischio. Insomma, l’ennesima frecciata sul tallone d’Achille del Vecchio continente, ossia la sua insicurezza energetica. E l’ennesima riaffermazione, da parte di Mosca, della sua forza contrattuale nei nostri confronti.
Che noi europei abbiamo bisogno del gas russo è un dato di fatto, come lo è la consapevolezza che altre schermaglie sull’argomento potranno ripetersi in futuro. Ciò che manca in seno all’Unione è la presa di coscienza che i rapporti tra Europa e Russia non sono di dipendenza ma di interdipendenza. Mosca ha il monopolio dell’offerta energetica così come Bruxelles ha il monopsonio della domanda. La rete distributiva verso la Cina non è ancora stata approntata per soddisfare le esigenze di Pechino, per cui la Russia non può convogliare verso Est la stessa quantità di gas che ora indirizza ad Ovest. In altre parole, attualmente può vendere il gas soltanto a noi. Un asso che la Ue sembra non sapere di avere nella manica.
In definitiva, quella del gas non è una questione di profitto economico, bensì di supremazia geopolitica. Senza il suo ruolo di monopolista, Mosca perderebbe gran parte della propria proiezione strategica, oltre ovviamente al suo principale strumento di persuasione sul piano diplomatico. E i fantasmi della sindrome di accerchiamento tornerebbero ad aleggiare sul Cremlino. Non c’è da stupirsi, dunque, della tempestività con cui Mosca si è buttata nell’affaire del Mediterraneo orientale, così come ha sempre fatto di fronte alle proposte di approvvigionamenti alternativi concepite nei piani alti di Bruxelles.

PS: Per approfondire le questioni che ruotano intorno alla partita geopolitica tra Russia ed Europa, vorrei segnalare l’ottima copertura offerta da Matteo Cazzulani nel suo blog La Voce Arancione. Nelle sezioni Geopolitica del gas, Geopolitica dei gasdotti, Guerra del gas, Guerra energetica è possibile ripercorrere gli ultimi sviluppi delle contese sin qui discusse. Unico neo, non riporta i link delle fonti da cui attinge;

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2 thoughts on “Perché la Russia vuole il gas del Mediterraneo

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