Prigioni segrete, l’ultima vergogna cinese

Nel 2008 il blog di Panorama segnalava l’esistenza di prigioni segrete a Pechino – precisamente quattro – dove i cittadini dove vengono rinchiusi quei cittadini che, insoddisfatti delle autorità locali, affluiscono nella capitale per rivolgere le proprie pretese al potere centrale  in ultima istanza:

Quella delle prigioni segrete è una questione che in tanti, a Pechino, fanno finta di ignorare. Si tratta di “rifugi” gestiti da agenti di polizia inviati nella capitale dai governi delle province per tenere sotto controllo quei cittadini che, insoddisfatti del sistema giuridico locale, intendano rivolgersi a Pechino per avere giustizia.

Xu Zhiyong è stato il primo a parlare delle prigioni segrete. Il costituzionalista pechinese ne avrebbe identificate quattro: l’Ostello della gioventù di Taiping street, quello di Fenglong e gli hotel Juyuan e Jingyuan.

I carcerieri erano stati chiari: si tratta di un affare di Stato, e i civili dovrebbero starne fuori. 

In Cina le petizioni sono uno strumento antichissimo: risale all’età imperiale. Allora si implorava un gesto di clemenza del sovrano, sperando che dall’alto del suo potere, assoluto e illuminato, fosse più indulgente rispetto ai suoi funzionari, infedeli e corrotti. Negli anni Cinquanta fu Mao a rispolverare l’istituto con l’intenzione di farne uno strumento di conciliazione stragiudiziale. Tuttora è l’ultima speranza per molti contadini e in generale abitanti delle zone rurali, vessati e depredati dalle gerarchie locali. Di conseguenza, ogni giorno Pechino è meta di migliaia di cinesi che dalle province si riversano nella capitale per appellarsi al governo centrale contro abusi e ingiustizie.
Tuttavia, nei tempi antichi come in quelli moderni, la petizione è un favore che il potente può concedere, non certo un diritto che il cittadino può far valere.  Come spiegava Asianews un anno fa:

La petizione è spesso il solo modo “legale” previsto in Cina perché il cittadino possa protestare contro un’ingiustizia, rivolgendosi in via diretta alle autorità superiori e anche a Pechino. Spesso le autorità locali hanno usato mezzi illegali per impedire simili doglianze, compreso l’arresto nelle “prigioni fantasma”, luoghi segreti dove le persone “scomode” sono trattenute anche per mesi senza accusa e senza processo.
Esperti osservano che la nuova disciplina non serve a rendere più efficiente l’esame dei problemi denunciati con le petizioni, piuttosto può servire a diluirne l’impatto e a dare al cittadino la falsa impressione che il suo problema sia preso in esame, mentre si tratta di questioni che in Cina non possono essere risolte dai tribunali, che sono inseriti nella gerarchia del Partito comunista.

Di fatto, si tratta di uno strumento inutile. I dati sull’efficacia del sistema riportati in analisi su Cinseserie (che descrive l’istituto nei dettagli), sono decisamente poco confortanti:

Che le petizioni servano a poco o niente, è risaputo. Già nel 2004 alcuni specialisti dell’Accademia delle scienze sociali hanno pubblicato un’analisi spietata del sistema delle lettere e delle visite, in cui, tra l’altro, si dimostrava attraverso un campione di 632 petitioners arrivati nella capitale dalle campagne come non più del 2% delle petizioni avesse portato alla risoluzione dei relativi problemi. Quando questi dati hanno iniziato a emergere, nel mondo accademico cinese è nato un acceso dibattito sulla possibilità di abolire completamente il sistema, una possibilità che però non è mai stata realmente presa in considerazione dalle autorità, ansiose di conservare la propria immagine di onnipotenti dispensatrici di giustizia.

In compenso, rimane la questione delle detenzioni illegali:

Alcuni ritengono che la radice delle “prigioni in nero” sia riconducibile all’abolizione dei “centri di custodia e rimpatrio forzato” (shourong qiansong), avvenuta nel 2003 in seguito allo scandalo di Sun Zhigang, dal nome di un giovane laureato, pestato a morte in una di queste strutture, dove era stato rinchiuso dopo esser stato trovato momentaneamente privo di documenti di residenza. Tralasciando gli aspetti più tecnici, è sufficiente sapere che queste prigioni in nero in genere non sono altro che case private, alberghi o ostelli affittati dalle autorità locali appositamente per rinchiudervi i petitioners, in attesa di organizzare il “rientro forzato” di questi ultimi. In alcuni casi la gestione di questi centri viene affidata ad aziende specializzate, dei contractors che dietro un lauto compenso si fanno carico di ogni “incombenza” per conto dei governi locali.

Nell’età imperiale nulla garantiva che la richiesta del suddito giungesse fino all’imperatore; oggi i cinesi che partono dalle province alla volta di Pechino spesso non arrivano neppure al termine del loro viaggio, perché le autorità locali contro cui vorrebbero giustizia li fanno pedinare dalla polizia che li cattura sui treni. Altri sono respinti alle porte della capitale e rispediti a casa. E quelli che arrivano a destinazione, possono restare per mesi in attesa presso qualche ministero, senza essere ricevuti da nessuno.
La questione delle carceri segrete per tenere a bada chi chiede giustizia è stata recentemente riportata alla luce dal Post Internazionale:

La chiave di volta è proprio il conflitto sociale minacciato dalla denuncia formale dei rimostranti contro i governi periferici, che costringono alla gogna pubblica e al sanzionamento da parte delle autorità centrali i funzionari locali, accusati di corruzione, frode, espropri e violenze d’ogni sorta.
È questo il seme causale dell’istituzione di un corpo di polizia segreta, gestito da alcune società di sicurezza private ma finanziate dai governi locali, i cui uomini, gli “intercettori” che indossano le camicie nere, hanno il compito di rapire i petitioners prima che riescano a raggiungere gli Uffici centrali di Pechino, per rinchiuderli in una delle prigioni disposte per la detenzione e poi ricacciarli indietro nei loro villaggi d’origine. La prigionia è a bassissimo costo e rimpatriare i rimostranti tutti insieme puttosto che singolarmente è economicamente più vantaggioso.
L’intercettazione, come ha sottolineato Hu Jun, direttore di Human Rights Campaign in Cina, è condotta ordinariamente dal Comitato per gli Affari Politici e Legislativi, il potente apparato interno del regime di sicurezza comunista cinese diretto da Zhou Yongkang, membro delComitato permanente del Politburo, che si mormora sia sotto indagine interna dopo la cacciata del suo alleato Bo Xilai. Secondo Hu, il Comitato per gli Affari Politici e Legislativi finanzierebbe i governi locali che a loro volta pagherebbero “generosamente” queste pseudo-società di sicurezza.
La spesa per la “stabilità interna” quest’anno è stata fissata intorno ai 700 miliardi di yuan (100 miliardi di dollari). Per mantenere le prigioni segrete a Pechino i governi locali pagano alle camicie nere un contributo giornaliero di 150-200 yuan per persona (22-29 dollari). La prigionia clandestina si è trasformata pertanto in un mercato crudele, che incentiva i rapimenti e la violenza.

La gestione di questo sistema vessatorio, ma sarebbe meglio dire criminale, oltre a creare imbarazzo presso l’amministrazione centrale – il quale nega con fermezza l’esistenza delle prigioni nere -, comporta altresì un costo non indifferente per quelle periferiche. Lettera43, parlando del documentario The interceptor from my hometown del regista Zhang Zaobo, che punta l’obiettivo sul lato oscuro del sistema, afferma:

Per riuscire nell’intento i governi locali arrivano a spendere anche il 10% del proprio prodotto interno lordo […]. Come? Per esempio si possono pagare i controllori dei treni affinché identifichino e denuncino i viaggiatori intercettati sulla strada e scovati sui vagoni. Stando al film, una pratica che costa circa 400 yuan (40 euro circa) per ogni persona intercettata.

Molto più di quanto servirebbe per migliorare l’efficienza statale, snellire l’apparato burocratico, potenziare la rete di servizi essenziali, e combattere la corruzione.

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