Perché l’Arabia Saudita vuole il Niger?

In metà maggio il presidente del Niger Mahamadou Issoufou si è recato in Arabia Saudita accompagnato dai principali ministri del suo governo, dove ha incontrato re Abdullah, così come importanti leader religiosi, funzionari di governo e imprenditori. Scopo del viaggio è il miglioramento delle relazioni bilaterali e, in particolare, la promozione di investimenti arabi nel Paese nordafricano. Issoufou ha affermato come l’agricoltura, le risorse naturali (uranio in primis) e gli appalti per infrastrutture rappresentino le maggiori opportunità di investimento per le aziende straniere.  Opportunità di cui il Niger, attualmente uno dei Paesi più poveri del mondo, avrebbe davvero bisogno. L’unico settore dove Niamey ha finora attratto capitali esteri è quello estrattivo, complice la fame di uranio del colosso nucleare francese Areva  e la sete di petrolio di quello cinese CNOOC.
Da quando è salito al potere nell’aprile 2011, Issoufou ha cercato di impegnarsi nel ricostruire una rete di relazioni internazionali per il Niger, dopo gli anni di isolamento sotto il precedente regime di Mamadou Tandja. Ma la visita nel regno saudita ha un significato ulteriore. Affari a parte, è da rimarcare l’enfasi sui legami storici tra i due Paesi che entrambe le delegazioni hanno tenuto a sottolineare:

Earlier in his opening remarks, Al-Mobty [presidente del Consiglio delle Camere Saudite, n.d.r.] said the two countries enjoy friendly relations based on common understanding and feelings of fraternity. He recalled the historical visit of the late King Faisal, who went to open the first Arabic school in Niger in 1962. He said that the current ambassador of Niger in the Kingdom is a graduate of that school.

Se il Niger ha interesse ad attrarre capitali stranieri, è da vedere quale interesse nutrano i sauditi verso lo Stato nordafricano.
Allargando lo sguardo, scopriamo che la petromonarchia di Ryadh è molto attiva in tema di investimenti in Africa. In frebbaio la Derba group, società di proprietà di un miliardario saudita, ha concluso un accordo da 4,3 miliardi di dollari per sette progetti industriali in Etiopia. Oppure pensiamo ai 376.000 di terreno acquistati in Sudan tra il 2004 e il 2009 per coltivarvi cereali. Ed è solo la punta dell’iceberg. Anche in Argentina i sauditi hanno concluso un accordo da 83 milioni di dollari per la gestione di un terreno da 30.000 acri dove allevare animali da macello – contro il quale non sono mancate le proteste. L’Arabia Saudita è capofila nel fenomeno del land grabbing in giro per il mondo. Anzi, ne è stata l’iniziatrice. E il Niger, benché prostrato dalla crisi alimentare che sta affliggendo il Sahel, potrebbe essere la prossima tappa.


C’è anche un altro dettaglio. Abbiamo detto che il Niger è ricco di uranio, che viene estratto nella regione dell’Agadez. Nel 2006 il Paese ne è stato il quarto esportatore al mondo, con riserve accertate per 272.900 tonnellate (5% a livello mondiale). Uranio e altri minerali costituiscono il 40% dell’export del Paese. Una ricchezza che fa gola a molti: soprattutto ai francesi di Areva.
Ma anche gli arabi – sauditi in testa – sembrano interessati. In dicembre scrivevo:

Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma.
È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Prendiamo il caso dell’Arabia Saudita. Nel giro di vent’anni occorreranno 3 milioni b/g in più per sostenere una domanda interna che cresce al ritmo del 7% annuo, sottraendo risorse alle esportazioni – ossia all’Occidente. La Casa di Sa’ud ritiene quindi necessario assicurarsi per tempo un’alternativa per la produzione di energia elettrica di base. La dissalazione delle acque consuma 1,5 milioni b/g, pari al 40% del consumo energetico interno. Considerato che la maggior parte dell’acqua prodotta era appannaggio dell’agricoltura, due anni fa Ryadh ha scelto di ridurre la produzione alimentare interna compensandola con maggiori importazioni. E’ evidente lo scopo di preservare le riserve di greggio il più possibile.

Il nucleare consentirà di alleggerire la pressione su una ricchezza sovrasfruttata

La ragione dell’interessamento di Ryadh potrebbe essere proprio questa. Gli indizi ci sono tutti.I legami storici e religiosi con Niamey consentirebbero ai sauditi di godere di una via preferenziale nella corsa all’uranio nigerino.
Inoltre, il colosso Areva è sempre più impopolare. A fine aprile i lavoratori dell’impianto estrattivo di Imouraren, ora in costruzione, sono entrati in sciopero in segno di protesta per le condizioni disumane in cui operano a fronte di un salario misero. E i sindacati hanno minacciato di estendere la mobilitazione a tutti gli stabilimenti di Areva presenti in Niger.
Al solito l’Occidente è percepito come invasore e accaparratore di risorse (come effettivamente è). Per calmare la sollevazione, Niamey potrebbe decidere di rivedere i propri accordi con la compagnia francese a vantaggio dei sauditi. Così come potrebbe affidare il business del petrolio ai cinesi, nel caso in cui la produzione di oro nero dovesse aumentare in accordo alle previsioni del governo.
Uranio e petrolio dovrebbero garantire al Niger una crescita del 14% per il 2012. Un miracolo economico che fa gola  a molti, ma forse noi europei non saremo in prima fila.

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