Angola, il futuro a metà tra lotte interne e boom petrolifero

L’Angola è il secondo produttore di petrolio d’Africa: sforna 1,8 milioni di barili al giorno, quota che il governo punta ad aumentare a 2 milioni entro il 2014. Una ricchezza che contribuisce per la metà alle entrate statali e addirittura per il 90% alle esportazioni. Il 15% di tutto l’oro nero estratto prende la via della Cina, per la quale Luanda rappresenta una delle più sicure fonti di approvvigionamento, oltre ad uno dei partner più fedeli (in Angola gli immigrati cinesi si contano a milioni). Dalla fine della guerra civile nel 2002, l’economia angolana ha fatto passi da gigante, tanto che per il 2012 dovrebbe registrare una crescita del 10%.

Ora nel Paese si respira aria di rinnovamento, almeno all’apparenza. Le elezioni previste per il prossimo 5 settembre dovrebbero segnare la fine dell’era di Jose Eduardo dos Santos, l’uomo forte di Luanda, al potere dal 1979 – così come il suo partito, il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola, al potere dall’indipendenza e diretto da ex veterani della guerra contro il Portogallo. Negli ultimi tempi si sono succedute diverse manifestazioni popolari per chiedere a dos Santos di passare la mano, che il regime ha pensato bene di reprimere.
Bloomberg prova a descrivere le manovre in corso dietro le quinte. La lotta per il potere è tra Manuel Domingos Vicente, ex presidente della compagni petrolifera statale Sonangol, designato da dos Santos come suo successore, e Fernando da Piedade Dias dos Santos, attualmente vicepresidente del Paese e gradito agli altri dirigenti del MPLA.
Tuttavia gli angolani non sembrano avere molte speranze di assistere ad un vero cambiamento.Il MPLA è troppo radicato nella società angolana, e i suoi leader ancora troppo forti ed influenti, affinché il Paese possa inaugurare una nuova fase politica solo attraverso il voto. D’altra parte sanno di non poter aspettarsi nulla da questa classe dirigente, considerato che per tutti questi anni il MPLA ha sfruttato la rendita petrolifera a proprio esclusivo beneficio, mentre le masse non hanno visto che le briciole.

Già, il petrolio. Tre anni fa Foreign Policy in Focus svelava alcuni retroscena sulla battaglia per l’oro nero di Luanda, rimarcando il ruolo oscuro degli Stati Stati fino al 2002, impegnati nel doppio gioco di destabilizzare il MPLA e, al contempo, di foraggiarlo delle armi necessarie per proseguire la guerra civile in cambio di greggio a basso costo:

Despite the civil war, during which the United States sought to politically destabilize the government, the MPLA nevertheless provided the United States with cheap oil via U.S. multinationals like Gulf, which supplied 65% of Angola’s export earnings during the Reagan years. The MPLA, meanwhile, invested 60% of its oil revenues into arms and much of the remainder went into private gain. Presently, oil revenues account for 80-90% of export earnings, with oil chieflyexported to China and the United States. The oil money that flows in and out of Angola remains shrouded in mystery

Per quanto riguarda lo scandalo Oil for arms, si veda anche qui.
Benché la guerra civile (la più lunga del continente dopo quella nel Darfur) sia finita da 10 anni, non significa che oggi nel Paese regni la pace. A Nord c’è la turbolenta provincia della Cabinda, esclave di Luanda a maggioranza francofona, ricca di petrolio e per anni infiammata da un conflitto – dimenticato, come quasi tutti quelli in corso nel Continente Nero. In Occidente se ne è parlato solo nel 2010, quando i ribelli del FLEC-PM (Front for the Liberation of the Enclave of Cabinda – Military Position) attaccarono l’autobus della nazionale di calcio del Togo in occasione della Coppa d’Africa.

Risolvere il conflitto consentirebbe al governo centrale lo sfruttamento delle risorse petrolifere onshore (per ora sono utilizzate solo quelle offshore). Anni di ostilità hanno messo a dura prova la resistenza del FLEC, il quale è anche dilaniato da faide interne. Lo scorso anno il presidente del FLEC, Henrique N’Zita Tiago, ha allontanato alcuni dirigenti del movimento perché intenzionati a rinunciare alla lotta armata. Nel frattempo, il FLEC ha proseguito i suoi attacchi presso le sedi delle compagnie petrolifere, e non solo, così da guadagnare maggiore visibilità internazionale. L’assalto al bus della nazionale togolese è stato solo il bersaglio più alto.
Mesi dopo, nel novembre 2011, è stato lo stesso N’Zita Tiago a dichiarare la fine del conflitto. Il mese scorso egli ha rivolto un’offerta di dialogo al governo centrale. Il Financial Times tratteggia il background:

Outnumbered, outgunned and divided, the separatist rebels of Angola’s oil province have hardly made their offer of peace talks from a position of strength.
Yet the offer by the long-serving central leadership of the Front for the Liberation of the Enclave of Cabinda (Flec), made to Angola’s government in a letter passed to the Financial Times, offers a signal of hope in a conflict that has festered since the southern African nation won independence from Portugal in 1975.
After years of suppression by Angola’s military, what remains of the Cabinda rebels’ armed wing is scattered in the bush. New commanders replaced guerrilla leaders who were assassinated last year, only to meet the same fate last month, senior figures close to the Flec leadership say.
One faction agreed its own deal with the government in Luanda in 2006 but, beyond the elevation of its leader into the cabinet, it achieved little by way of a settlement. In 2010, a splinter group drew international condemnation when it staged a deadly attack on the Togolese team bus when Angola hosted the Africa Cup of Nations football tournament.
Nzita Tiago, Flec’s ageing president who has led the movement since its inception but is now exiled in Paris, aims to gather Cabinda’s constellation of armed groups, political camps, intellectuals and exiles into a united front if the government of José Eduardo dos Santos comes to the table.
“That’s going to be one of the many challenges for any peace initiative – trying to unify all the groups,” said Markus Weimer, an Angola expert at Chatham House, the think-tank.
Even if they can unite, the separatists appear to lack leverage. The foreign companies that pump roughly half of Angola’s daily oil output of 2m barrels from Cabinda and its waters have imposed such tight security after the kidnappings of years past that the rebels have scant chance of hitting the government in its pocket.

Il 17 aprile Sonangol ha potuto finalmente iniziare le trivellazioni nel Blocco Nord, area finora mai sfruttata a causa del perdurare del conflitto. Le Big Oil americane sono alla finestra. L’offerta di pace del FLEC potrebbe essere un tentativo per accaparrarsi una fetta della torta in cambio della fine delle ostilità. Oppure potrebbe trattarsi di una mossa tattica per prendere tempo in attesa di riorganizzarsi al meglio. Conclude il Financial Times:

For Cabinda, however, there has been no settlement, only underdevelopment, oil spills and violence that has displaced thousands.
Without a settlement, the enclave is likely to prove a serious obstacle to Mr Dos Santos’ chances of securing a landslide victory without resorting to such repressive tactics that the polls are discredited.
However, rebel claims that Angolan troop numbers in Cabinda have risen sharply in recent days would, if confirmed, suggest that there are those in Luanda who see sheer force as the way to stymie pre-election dissent.

Come detto, in Angola nessuno si aspetta un vero cambiamento.

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