Arabia Saudita e Bahrein, uniti nel nome dell’ancient régime

Domenica scorsa Samira Rajab, ministro per l’informazione del Bahrein, ha rivelato l’esistenza di un progetto di fusione tra il suo Paese e l’Arabia Saudita. Formalmente, entrambi i regni manterrebbero ciascuno la propria sovranità e il proprio posto nelle Nazioni Unite, ma assumerebbero decisioni comuni in tema di politica estera e sicurezza:

Saudi Arabia and Bahrain are expected to announce closer political union at a meeting of Gulf Arab leaders on Monday, a Bahraini minister said, a move dismissed by the opposition as a ruse to avoid political reform.

Khalifa bin Salman Al Khalifa, Bahrain’s hardline prime minister, is believed to oppose concessions to the Shi’ite opposition. He backs the idea of a union.
“The great dream of the peoples of the region is to see the day when borders disappear with a union that creates one Gulf,” the official Bahrain News Agency quoted him as saying on Sunday.
Speaking after foreign ministers met in Riyadh, Khalid bin Ahmed Al Khalifa, Bahrain’s foreign minister, told Reuters on Sunday the plans for a union were ambitious.
All aspects of union are on the table, between all members,” he said.
Saudi Arabia and Bahrain are already joined at the hip, though the island’s social liberalism could come under threat if a merger took place.
Saudi Arabia allows Bahrain access to an oilfield it owns, providing 70 percent of its budget, while Saudis have traditionally flocked to Bahrain for weekend relief from Islamic restrictions on gender mixing, female driving and drinking alcohol.

L’entità che i due Paesi andrebbero a creare non è ancora chiara. Il Telegraph ipotizza un’integrazione simile all’Unione Europea. In ogni caso, il primato lo avrebbero sempre i Sa’ud: vedere i due reami in posizione di parità è semplicemente impensabile. Di fatto è un’annessione mascherata. Comunque sia è l’ultima trovata per fermare la rivolta che infiamma l’arcipelago, ancora in corso a distanza di un anno nonostante la repressione sponsorizzata dai sauditi e caratterizzata dal totale silenzio della stampa internazionale – a parte qualche titolone nella settimana del CP di Formula Uno.
OpenDemocracy, che in questa lunga analisi illustra uno scenario sottostante più complesso di quanto appaia ad un primo sguardo:

The reason it seems lies a little deeper than simply aligning forces to meet the Iranian threat. The most urgent question is to negate Shi’a political mobilisation from becoming a threat to Saudi energy security. A union with Bahrain would effectively subsume the Shi’a question, rendering moot the need for a longterm solution which gives too much ground to Shi’a interests.
Secondly, this huddling is driven by a fundamental mistrust of American intentions in the Persian Gulf. An increasing train of thought in the Gulf, to which Bahraini unionists enthusiastically subscribe, states that America is willing to enter a grand bargain with Iran to serve its long-term interests in the region. In such a future, Bahrain would simply be cast aside as inconsequential collateral in pursuit of the overarching US goal.
This thinking has also taken root in parts of the elite in Saudi Arabia, especially since America abandoned its long term ally in Hosni Mubarak in 2011, much to the horror of Saudi Arabia’s leadership. Indeed, arguably it was America’s decision to dump Mubarak which led as a direct consequence to the GCC Peninsula Shield Force ↑ ↑ entering Bahrain on March 14, 2011; and which now drives Saudi Arabia to push for a closer integrated Gulf Union, starting of course with Bahrain.
While the reaction of the other Gulf States is likely to be sceptical towards such a Union, it remains to be seen exactly how far King Abdullah can persuade his fraternal rulers to go. Therefore, it makes sense to see the push for a Gulf Union not as the first step in a regional alliance, but as the beginning of a merger between Saudi Arabia and Bahrain to fend off the chance that Shi’a political mobilisation will destroy vital Saudi interests.
Some in Bahrain are happy to embrace this path. But it is unlikely that it will herald positive changes in the Kingdom. Any merger between the nations will be likely to inflame the delicate sectarian balance in the tiny Kingdom yet further, a situation which requires genuine political reform, and not military and economic mergers.

Un anno fa, di fronte al ribollire della regione, il gigante saudita – culla dell’Islam e peso massimo della regione, nonché dell’equilibrio petrolifero mondiale -bha mostrato un atteggiamento di malcelata indifferenza, almeno all’inizio. Ma quando il vento di proteste è giunto fino in Bahrein, re Abdallah si è subito attivato affinché la (poi ribattezzata) Primavera araba si spegnesse in un fuoco di paglia. Per riuscire nell’intento, la casa regnante si è servita proprio del Consiglio di Cooperazione del Golfo (poi ribattezzato Consiglio di Contro-rivoluzione del Golfo), organismo internazionale che controllano e che riunisce tutti gli Stati della penisola arabica con la sola eccezione dello Yemen.
In concreto, l’azione delle petromonarchie capitanate da Ryadh ha seguito un piano ben preciso di Cooptazione e contenimento: dapprima hanno stretto un patto sottobanco con Washingon, assicurando il formale sostegno della Lega Araba alla crociata contro Gheddafi in cambio dell’immunità del proprio cortile; poi hanno sedato le proteste dei sudditi con una poderosa iniezione di sussidi; infine hanno aiutato il regime bahreinita inviando 1.500 soldati (1.000 sauditi, gli altri dagli EAU) a Manama.
Il tutto nella consapevole distrazione degli Stati Uniti, i quali sostennero persino di non essere stati informati dell’invasione saudita nonostante il Segretario alla Difesa Robert Gates si trovasse proprio in Bahrein appena due giorni prima dell’operazione.

L’Iran si oppone, invocando una manifestazione di protesta per venerdì. L’unione tra Bahrein e regno saudita (rectius: annessione del primo nel secondo). Albawaba riporta una panoramica delle iniziative iraniane per ostacolare l’operazione, domandandosi persino se il matrimonio saudo-bahreinita potrà, nel caso venga davvero celebrato, potrà sopravvivere alla presenza di un terzo incomodo così ingombrante.
Per Teheran, vorrebbe dire la fine delle speranze circa un cambio di regime a Manama in favore della maggioranza sciita. E’ questa la ragione per cui la sollevazione di Manama può essere definita una piccola rivolta dalle grandi conseguenze:

Per quanto anche in questo caso i manifestanti chiedano maggiore democrazia e riforme del sistema politico, nel piccolo atollo del Golfo, è centrale la questione religiosa.

In Bahrain esiste, infatti, un’incolmabile distanza tra la maggioranza sciita (circa due terzi della popolazione totale) e la minoranza sunnita, al governo da quasi tre secoli.

A un occhio disattento le rivolte del Bahrain potrebbero sembrare meno centrali nella politica internazionale rispetto ai contemporanei e terribili avvenimenti libici, ma così non è. Ciò che sfugge è la centralità geopolitica del piccolo arcipelago. Una vittoria dei rivoltosi con conseguente dipartita del sovrano porterebbe ad un totale rovesciamento dei rapporti di potere a favore della maggioranza sciita e, se questo avvenisse, le conseguenze potrebbero esseere enormi.

L’unione tra Ryadh e Manama potrebbe fare da apripista per la trasformazione del CCG in un’entità sovranazionale simile alla UE. Ma i pareri contrari non mancano neppure all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Se Arabia Saudita e Qatar che si dicono d’accordo, dall’altra parte ci sono Kuwait ed Emirati Arabi Uniti che hanno espresso riserve su alcuni punti del piano, nonché l’Oman che ha riserve sul piano in generale.
Il punto è che sessant’anni fa gli Stati europei decisero di associarsi per mettere in comune le energie con cui ripartire dopo il suicidio collettivo consumato in due sciagurate guerre mondiali. In altre parole, noi ci unimmo per andare avanti. I Paesi del Golfo, invece, vorrebbero unire le forze per spegnere le sollevazioni e garantire così la sopravvivenza dei propri regimi conservatori. In altre parole, vogliono unirsi per restare fermi, mantenendo lo status quo.
Impresa sempre più complicata. L’Arabia Saudita non ha solo una rivolta nel cortile di casa – e due guerre civili, quelle in Siria e Yemen, in corso rispettivamente a Nord e a Sud; deve anche fronteggiare una rivolta dentro casa. Quella nelle province orientali a maggioranza sciita, forziere delle riserve energetiche del Paese – e per estensione del mondo. A Qatif le manifestazioni, iniziate nel febbraio 2011, continuano ancora adesso. Segno che il tempo da solo non basta a spegnere il fuoco delle rivoluzioni.
L’unione col Bahrein potrebbe non essere sufficiente a riportare l’ordine a Manama. In compenso, potrebbe destabilizzare ulteriormente le province orientali saudite. Non sempre l’unione fa la forza. L’ancient régime è sempre in bilico.

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