Algeria, la primavera mai iniziata

Le elezioni in Algeria hanno visto la partecipazione del 42,36%degli aventi diritto. Il Fronte di Liberazione Nazionale, partito al potere dai tempi della guerra d’indipendenza contro la Francia, avrà 220 seggi. Sommati ai 68 conquistati dal Raggruppamento nazionale democratico (il partito nato da una costola del Fln) otteniamo 288 seggi su 462. Non sarà necessario, come in passato, scendere a compromessi con gli islamisti.
A questi ultimi non è riuscita la cavalcata al potere sulla falsariga di quanto abbiamo visto in Tunisia ed Egitto. L’Alleanza verde, formata dal Movimento sociale per la pace (Msp), Ennahda e Islah, ha avuto appena 48 seggi. Nemmeno l’altra lista islamista, Adala del leader radicale Djaballa, che si era staccato da Islah perché non condivideva la scelta di allearsi con il Msp, ha avuto successo, raggiungendo appena i 7 seggi. Il Fronte delle forze socialiste (Ffs), che aveva boicottato due tornate elettorali nel 2007  e2009, ha ottenuto 21 seggi. Sono state elette 144 donne, inferiori alla quota del 30% prevista, comunque superiore al 7% precedente.
Questa attenta analisi sul sito della Treccani, che rivela alcuni importanti retroscena della campagna elettorale dal punto di vista del regime, ci aiuta ad approfondire lo scenario:

Jamal Zenati, dalle pagine del quotidiano el-Watan, ci spiega in maniera piuttosto perentoria come “l’appuntamento del prossimo 10 maggio rappresenti qualcosa di più di una semplice elezione legislativa”. A seguito delle modifiche apportate al testo costituzionale nel 2008 che hanno permesso al presidente della Repubblica algerina di essere eletto per la terza volta, si è creata, secondo Zenati, una spaccatura tra un potere presidenziale sempre più autonomo, ed un parlamento sempre meno protagonista sulla scena politica. Ecco perché, continua l’autore, “le elezioni legislative non rappresentano più un momento di espressione della sovranità popolare”, ma il “preludio ad uno scrutinio presidenziale”. … Ad avvalorare questa lettura un articolo di Ghania Oukazi apparso sul Quotidien d’Oran. Oggetto dell’analisi la battaglia tutta interna all’ex-partito unico algerino, il FLN (Fronte di liberazione nazionale – Jabha al-tahrîr al-watanî), nella quale sembra evidente agli occhi di Oukazi la longa manus del Presidente Bouteflika, che è riuscito a ridefinire gli equilibri interni al proprio partito in modo da mantenerne il controllo.

L’Alleanza Verde ha subito parlato di brogli, nonostante la presenza di 500 osservatori internazionali. In effetti in Africa – e nei Paesi in via di sviluppo in generale – la denuncia di irregolarità da parte della fazione perdente è consuetudine, ma le previsioni parlavano di un testa a testa tra FLN e islamisti. E i toni entusiasti con i quali i commentatori locali hanno celebrato la partecipazione, la regolarità delle operazioni e (soprattutto) il consenso intorno al presidente Bouteflika suonano quanto meno sospetti. In ogni caso, dopo il voto si apre la sfida delle riforme – ammesso che il governo abbia davvero la volontà di attuarle.

Per comprendere il contesto particolare in cui l’Algeria è inserita, bisogna riflettere su alcuni punti.
In generale, gli esperti hanno evidenziato come la “primavera araba” sembra aver toccato solo superficialmente l’Algeria. Per la verità qui le rivolte erano scoppiate già nel novembre 2010 (dunque oltre un mese prima dell’immolazione di Mohamed Bouazizi), nelle regioni interne del Paese, per arrivare poi ad Algeri nel gennaio successivo. La concomitanza con i moti in corso in Tunisia ha fatto sì che l’opinione pubblica internazionale aprisse gli occhi solo in quel momento. Le ragioni dell’insurrezione erano legate a questioni prettamente sociali, piuttosto che politiche: il rincaro dei beni di prima necessità – farina, riso, olio e latte – dovuto alla riduzione delle sovvenzioni statali, aveva aggravato le già difficili condizioni di vita della popolazione, ancora scottata dalla precedente ondata inflattiva del 2008 (l’anno dei 31.500 migranti a Lampedusa). Ancora oggi l’autosufficienza alimentare è un miraggio e i prodotti di consumo restano legati all’importazione, dal momento che il comparto interno non è considerato una priorità.
Oltre alla crisi alimentare, a mortificare le speranze dei giovani algerini c’è la mancanza di lavoro. Grazie alle sue notevoli riserve di idrocarburi, l’Algeria è il secondo paese più ricco d’Africa, alle spalle del Sudafrica. Una ricchezza che ha permesso al Paese di estinguere il proprio debito estero, ma non di risollevare le condizioni di vita della popolazione, posto che essa non viene ridistribuita secondo criteri di equità o di necessità. La rendita serve di fatto ad alimentare il sistema di potere, ossia Bouteflika e la sua cricca. Inoltre il settore energetico, il quale genera enormi profitti ma richiede al contempo poderosi investimenti, non garantisce ricadute altrettanto positive sul piano occupazionale. Non c’è da stupirsi che il 40% dei giovani sotto i trent’anni sia ancora disoccupato, nonostante gli ambiziosi piani di sviluppo del settore, coronati dall’annuncio di nuove raffinerie. Ciò di cui davvero il Paese necessita è un programma che punti alla crescita di un’economia diversificata.
Eppure l’abbozzo di “primavera sociale” del 2010-2011 non si è tradotto in rivoluzione, come è invece avvenuto in Egitto e nella vicina Tunisia. È come se gli algerini abbiano preferito non alzare il livello dello scontro, lasciando che la protesta si spegnesse.
L’Algeria ha un background politica distinto rispetto, ad esempio, a quello dell’Egitto. Un aspetto a volte sottovalutato nelle analisi che leggiamo sul tema e che include gli incipit di rivolta del 1988 e del 1992, per proseguire con la drammatica guerra civile degli anni Novanta.  Linkiesta ripercorre queste fasi:

Il 5 ottobre 1988 è la data da cui partire per comprendere il passato, il presente ma soprattutto il futuro dell’Algeria … Quell’ottobre di 24 anni fa, il Paese nord africano conobbe una Primavera araba “ante litteram” quando migliaia di giovani ma non solo, stanchi di un trentennio di partito unico caratterizzato inizialmente da una sbornia socialista e da una mala gestione e corruzione in seguito, scesero in strada assaltando uffici e ministeri, dando alle fiamme i simboli dello stato. La risposta non si fece attendere: l’esercito uscì dalle caserme e aprì il fuoco contro i dimostranti, uccidendone almeno 169 e ferendone migliaia (qualcuno avanza il numero di 500 morti). Il regime algerino (contrariamente a quanto accaduto lo scorso anno in molti Paesi arabi) aveva subito intuito che in uno scontro sarebbe stato spazzato via. Così nel febbraio del 1989 offrì molte concessioni, con l’abrogazione della costituzione, l’instaurazione del multipartitismo, la nascita della prima stampa araba indipendente, ma soprattutto l’apertura all’economia di mercato.
Il sogno di una profonda riforma democratica del sistema svanì però in meno di 4 anni. Dopo aver stravinto le elezioni Locali del giugno 1990 (prime elezioni libere nel Paese) il Fronte islamico della salvezza, guidato da Abbas Madani e Ali Belhaj, si ripete nel dicembre del 1991 vincendo nel primo turno delle legislative l’82% dei seggi.
Ed eccoci alla seconda data che sarà fatale per l’apertura democratica ma non solo. Sarà il bivio che stravolgerà per 17 anni la storia recente dell’Algeria. L’11 gennaio del 1992 l’esercito costringe l’allora Presidente Chadli Benjadid a dimettersi interrompendo il processo elettorale. Le assemblee comunali dove ha vinto il Fis vengono sciolte, gli eletti e i militanti arrestati e spediti nei campi allestiti nel deserto del Sahara. Qui inizia l’incubo algerino, un bagno di sangue collettivo (la tragedia nazionale) costato la vita ad oltre 250mila persone con migliaia di dispersi, da cui la società fatica ancora a riprendersi.

Gran parte delle narrazioni sugli eventi che hanno avuto luogo nel mondo arabo si concentrano su elementi simbolici come la folla di Tahrir, il martellamento dei social network, Il sacrificio di Mohamed Bouazizi. Tutti fattori che hanno rivestito un ruolo fondamentale nel successo delle rivoluzioni in Tunisia ed Egitto in virtù del proprio richiamo all’aggregazione e alla partecipazione popolare, che hanno costretto i regimi a reagire e poi a mollare. In Algeria tutto questo non c’è stato, complici un’opposizione miseramente frammentata, in cui gli islamisti non sono una forza preponderante, e un regime costituito da strateghi politici molto furbi e tattici. In compenso c’è una memoria collettiva ancora profondamente segnata dalla guerra civile.
Emblematica questa (amara) conclusione su In 30 secondi, al termine di un’esauriente disamina sul risultato elettorale:

Qualcuno penserà che dobbiamo accontentarci. Gli “islamisti” hanno perso e tutto sommato le elezioni sono regolari.
Ci sono donne in parlamento, almeno.
Ma, appunto, è una vera mascherata che accontenta tutti tranne la stragrande maggioranza degli algerini, che rimangono lì, relegati sullo sfondo, come i selvaggi in un quadro orientalista, mentre all’unanimità il mondo plaude al regime mafioso e sanguinario di Bouteflika.
Il mondo sta dicendo loro che la cosiddetta “primavera araba” è stata un incidente, non un complotto.

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