Quello che i media non dicono sull’Afghanistan

Dopo mesi di trattative sottobanco (ma ben note ai meglio informati), nell’anniversario della morte di bin Laden i presidenti Obama e Karzai hanno sottoscritto un accordo in base al quale l’impegno militare degli Stati Uniti si estende fino al 2024.
A parte l’iniziale cortocircuito comunicativo dello staff della Casa Bianca – che prima nega e poi ammette l’arrivo di Obama a Kabul, senza spiegare il perché della bugia -, nel merito l’accordo offre più domande che risposte.
Se da un lato gli USA forniranno un sostegno allo sviluppo delle forze di sicurezza afghane, dall’altro non c’è nessun aiuto finanziario concreto per il bilancio della difesa di Kabul. Ancora, si dice che l’Afghanistan si impegna a fornire accesso alle proprie basi oltre il 2014, ma non è chiaro se gli americani manterranno delle basi permanenti nel Paese – un’ambiguità non certo casuale: benché i funzionari USA insistano che il ritiro definitivo sarà completato entro il 2014, la realtà sul campo dice gli americani resteranno ben oltre tale data.
Un anno fa scrivevo che per l’America il ritiro dall’Afghanistan comporterà solo un riposizionamento delle truppe nel cuore dell’Asia Centrale:

Contrariamente a quanto sostenuto da Obama, secondo Mosca gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di ritirarsi dall’Asia centrale. Anzi, la Casa Bianca starebbe cercando di rinforzare la propria presenza nella regione trasferendovi parte delle strutture militari ora d’istanza a Kabul.
La presunta trattativa con le maggiori fazioni dei taliban volta a negoziare la fine del conflitto, in linea con la strategia del Grande Medio Oriente voluta dagli Usa, comporterà un profondo riassestamento dentro e fuori i confini del Paese. Nel primo caso, si va verso una ripartizione di fatto dell’Afghanistan sulla base di principi etnici; nel secondo, gli americani manterranno la propria influenza in loco da una nuova posizione, proprio dirimpetto ai giganti Russia e Cina.
L’offerta alle repubbliche ex sovietiche di un ruolo di sostegno alla coalizione in Afghanistan non sarebbe che il primo passo verso il collocamento di contingenti supplementari proprio nel cuore della regione. Un progetto noto fin dal settembre del 2009 e confermato da una successione di elementi circostanziali, di cui il potenziamento delle rotte verso Kabul è solo il più recente.

Insomma la longa manus del Pentagono non lascerà la regione.  C’è chi parla dell’Afghanistan come di una nuova OkinawaCome mai per l’America è così importante rimanere in Afghanistan? Per rispondere a questa domanda è necessario indagare sul campo. Intendo dire, su ciò che sta realmente accadendo sul campo, oltre le considerazioni di carattere strategico segnalate su tutti i siti e blog che si occupano di geopolitica.
Al di là della selva di incertezze e supposizioni, c’è qualcuno che le idee sul perché gli americani sono – e resteranno – a Kabul le ha ben chiare: è il sito Peacereporter (ora confluito in quello di E-Mensile, la rivista di Emergency), che nella pagina esplicativa sul conflitto afghano (corredata dalle relative fonti), dopo aver confermato che l’intervento militare Usa in Afghanistan era stato pianificato mesi prima degli attacchi a New York e Washington, rivela:

Un’altra interpretazione, meno nota ma degna di approfondimento, spiega la decisione Usa di occupare l’Afghanistan con la necessità di riavviare la produzione di oppio che nel luglio del 2000 il Mullah Omar aveva vietato nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.
L’unica vera ricchezza dell’Afghanistan (povero di risorse naturali, petrolio e gas, e tagliato fuori dalle rotte dei gasdotti proprio a causa della sua instabilità – il progetto Unocal della pipeline transafgana è stato abbandonato a favore della più sicura rotta caucasica: quella della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan) è infatti l’oppio, fonte del 90 per cento dell’eroina smerciata nel mondo e di un giro d’affari annuo da centinaia di miliardi di dollari l’anno.

La coltivazione su vasta scala di papaveri da oppio in Afghanistan era iniziata negli anni ’80 nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici armati dalla Cia, raggiungendo livelli altissimi negli anni ’90 sotto il regime talebano sostenuto da Usa e Pakistan e rimpiazzando le piantagioni del Triangolo d’Oro in Indocina (sviluppatesi sotto controllo Cia negli anni ’70 durante la guerra in Vietnam).
Dopo l’invasione del 2001 la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana. Le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere noti signori della droga, tra cui il fratello di Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della Cia. L’agenzia d’intelligence americana avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero su cargo militari Usa diretti nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo (6, 7), salvo appaltarlo a contractors privati.
Che la Cia abbia sempre promosso la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava è un dato storico acquisito, per quanto poco ricordato.
Quello che non si sapeva, e che svela forse la vera ragione della guerra in Afghanistan, è che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale in momenti di crisi, come spiegato dal direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa

Fantascienza? No, se pensiamo che l’America, sia pur indirettamente, sta ricoprendo un ruolo tutt’altro che secondario nella narcoguerra in Messico. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che agenti della Dea americana (Drug Enforcement Administration) e forze dell’ordine messicane hanno aiutato i cartelli della droga messicani a riciclare denaro proveniente dal traffico di droga, nel tentativo di infiltrarsi nel cartello. Denaro riciclato anche grazie alla compiacenza delle banche USA.
Ancora. Contrariamente da quanto affermato in questa ricostruzione, in Afghanistan alcune risorse naturali ci sono eccome. Come scrivevo mesi orsono, secondo alcune ricerche della US Geological Survey il Paese costituisce forse la regione mineraria più ricca della Terra:

Fino al 2006 tali risorse erano relativamente inesplorate e non esistevano dati certi al riguardo (benché la US Geological Survey avesse stilato un rapporto già nel 2001). La cronica instabilità del Paese, la conformazione geomorfologia del territorio, le elevate distanze coperte da una rete di trasporti carente, il sistema infrastrutturale inadeguato hanno a lungo ostacolato ogni attività di ricerca.
Poi nel 2010 una squadra di geologi americani, assistita da funzionari del Pentagono, ha annunciato la scoperta di una serie di giacimenti ancora intatti per un controvalore di mille miliardi di dollari, sufficienti a cambiare radicalmente volto all’economia afghana. Secondo altre stime, il valore sarebbe addirittura triplo. I dati odierni parlano di 89 campi minerari immediatamente sfruttabili, la maggior parte dei quali inalterata.
Nel dettaglio, l’Afghanistan ospita miniere di rame, ferro, cobalto, piombo, zinco, litio, bario, cromo, oro e metalli preziosi, minerali ferrosi, terre rare, rubini, lapislazzuli nonché altre pietre preziose e semipreziose. Se prendiamo il litio, ad esempio, si stima che l’Afghanistan ne contenga il più vasto giacimento al mondo, al punto che il presidente Karzai ha affermato che “Se l’Arabia Saudita è la capitale mondiale del petrolio, l’Afghanistan sarà la capitale del litio”. All’appello delle ricchezze non mancano gas e petrolio, ovviamente [per tutti i dati si rinvia al rapporto della USGS e a quello dell’Isitituto di Sicurezza e Diplomazia Ambientale della Vermont University].

Nel sottosuolo afghano c’è praticamente di tutto. Mancherebbe solo il petrolio. Sorpresa: c’è anche quello!
La presenza di oro nero nel Paese è stata accertata fin dal 1959, come spiegato dalla US Geological Survey in questa pagina – visibile solo tramite Wayback Machine, perché l’originale è stata rimossa. Che motivo c’era di occultarla?
Il governo Karzai ha concesso le prime licenze d’esplorazione già nel 2010 (interessante questa analisi della Reuters). I giacimenti di oro nero hanno una consistenza stimata di circa 1,6 miliardi di barili: non è molto, ma abbastanza per promuovere dei progetti di estrazione.
Paresntesi. Fino ad oggi l’importanza dell’Afghanistan sotto il punto di vista energetico era nota come luogo di transito per oleodotti o gasdotti. Progetti come la Trans-Afghanistan Pipeline e Afghanistan Oil Pipeline che vedevano coinvolta la compagnia UNOCAL, di cui l’attuale presidente afghano Karzai era stato consulente e collaboratore. Il triangolo Bush-Karzai-UNOCAL è illustrato su Globalresearch, dove si spiega che la scelta di Karzai alla guida del Paese era stata dettata proprio dai suoi trascorsi nella compagnia.
Meno note, per l’appunto, sono le potenzialità del Paese come produttore di idrocarburi. Ragione alla base della frenetica attività diplomatica per dare stabilità alla neonata democrazia afghana, secondo questa analisi pubblicata dieci anni fa – in tempi non sospetti:

As the war in Afghanistan unfolds, there is frantic diplomatic activity to ensure that any post-Taliban government will be both democratic and pro-West. Hidden in this explosive geo-political equation is the sensitive issue of securing control and export of the region’s vast oil and gas reserves. The Soviets estimated Afghanistan’s proven and probable natural gas reserves at 5 trillion cubic feet – enough for the United Kingdom’s requirement for two years – but this remains largely untapped because of the country’s civil war and poor pipeline infrastructure.
More importantly, according to the U.S. government, “Afghanistan’s significance from an energy standpoint stems from its geographical position as a potential transit route for oil and natural gas exports from central Asia to the Arabian Sea.”
To the north of Afghanistan lies the Caspian and central Asian region, one of the world’s last great frontiers for the oil industry due to its tremendous untapped reserves. The U.S. government believes that total oil reserves could be 270 billion barrels. Total gas reserves could be 576 trillion cubic feet.

Il paradigma è sempre lo stesso. Esportiamo la “democrazia”, in cambio di gas e petrolio.
Gli USA hanno fretta che questa “democratizzazione” dia i suoi frutti perché non sono gli unici ad essere a conoscenza del petrolio afghano. Lo scorso dicembre la Cina National Petroleum Corporation è diventata la prima azienda straniera ad ottenere una concessione per l’estrazione di petrolio e gas in Afghanistan. I funzionari stimano che l’accordo potrebbe essere un valore di oltre 700 milioni di dollari (dieci volte tanto, secondo altre stime).
Non c’è da stupirsi come mai gli americani puntino a rimanere inchiodati a Kabul il più a lungo possibile.