9 maggio, Festa d’Europa. C’era una volta l’Unione

Genericamente, il termine Europa può significare tante cose. I confini del Vecchio continente sono infatti suscettibili di allargarsi o restringersi a molla a seconda dell’ambito nel quale facciamo riferimento: l’Unione Europea, il Consiglio d’Europa, l’Europa di Schengen, l’Eurozona e la Uefa sono esempi della geometria variale in cui la sponda nord del Mediterraneo si dipana.
Parlando di “Europa”, dunque, più che un soggetto dall’identità ben definita invochiamo una moltitudine di espressioni. Ma l’Europa intesa come Unione di Stati ha una data di nascita ben precisa.
Il 9 maggio 1950, l’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman rendeva pubblica una dichiarazione con la quale proponeva di: “mettere l’intera produzione francese e tedesca del carbone e dell’acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri Stati europei.
Lo sfruttamento dei ricchi giacimenti della Renania e della Saar era stato spesso il motivo scatenante di guerre tra Parigi e Berlino. Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Europa occidentale perseguiva due scopi: da un lato, evitare un nuovo isolamento dei tedeschi – i quali stavano già rimettendo in piedi la propria economia ad appena cinque anni da una sconfitta che l’aveva ridotta in macerie –, favorendone la riabilitazione agli occhi della comunità internazionale; dall’altro, contrastare l’affermarsi del blocco sovietico nell’Europa centro-orientale.
L’esperienza proposta nella Dichiarazione Schuman era del tutto originale perché, a differenza delle altre organizzazioni, in questo caso ogni Stato accettava di cedere una parte della propria sovranità ad un altro organismo, che avrebbe gestito in modo autonomo la politica comune del settore. Il successo dell’iniziativa incoraggiò gli Stati aderenti a promuovere nuove forme di integrazione.
Con la Dichiarazione Schuman l’Europa emise il suo primo vagito.

L’Europa – meglio: l’integrazione europea – fu dunque la risposta diplomatica – della Francia – alla necessità di contenere l’inarrestabile ascesa di una Germania piegata dalla guerra ma subito capace di rialzarsi, evitando che la teutonica araba fenice spiccasse nuovamente il volo come aveva fatto vent’anni prima.
Parigi si incaricò di tenere per mano Bonn verso la riabilitazione dinanzi alla comunità internazionale – beninteso, sotto l’influenza delle potenze vincitrici. L’idea di fondo del Trattato di Roma del 1957 fu quella di non ripetere l’errore commesso a Versailles quarant’anni prima: quello di umiliare la potenza tedesca, la cui mortificazione fu il germe di quel sentimento pangermanista poi alla base del nazionalsocialismo. Ai tedeschi questo stato di cose andava bene. Per oltre mezzo secolo, sull’impulso di Konrad Adenauer, la Germania di Bonn ha coltivato il sogno europeista – probabilmente come emancipazione all’incubo nazista.
Tuttavia, se da un lato la Francia ebbe il lodevole merito di assumere l’iniziativa della riconciliazione, dall’altro finì per stabilire con l’ex nemico un legame imperfetto, per cui Parigi e Bonn avrebbero camminato insieme lungo il sentiero indicato dall’ultimo conflitto mondiale, ma con l’Eliseo sempre un passo avanti e dotato di adeguati strumenti di pressione (come le armi nucleari) per avere l’ultima parola nel dialogo con l’alleato.
Ma l’Europa non è stata solo Francia più Germania. Nelle intenzioni dei suoi padri fondatori – Schuman, Adenauer e De Gasperi, tutti e tre cattolici e germanofoni – doveva essere qualcosa di più di una semplice esternalizzazione del rapporto franco-tedesco. Per loro, l’Europa rappresentava un pensiero ideale che tentava di sovrapporsi sul luogo reale dove avrebbe messo le radici. L’Unione Europea, così come configurata, sarebbe stata una formazione originale, che sfugge ad ogni tentativo di classificazione. Ben oltre un semplice partenariato tra Stati, seppur ben al di qua di una confederazione. L’integrazione doveva essere un cammino verso l’orizzonte: una marcia fiduciosa verso un traguardo che si spostava sempre in avanti. Il foro comune a cui sottoporre la propria idea di futuro.
È bene ricordare tutte queste cose, oggi che i tedeschi (e non soltanto loro), nel sogno europeo, sembrano non crederci più. Non solo per l’incapacità di Bruxelles di forgiare un’identità collettiva tra i popoli che ha preteso di unire.

Le ragioni per cui tale progetto è entrato in crisi sono diverse.
Innanzitutto, la Germania di oggi non è più quella di allora. Non soltanto perché adesso il suo confine orientale è segnato dall’Oder e non più dal Reno. Per decenni l’impegno all’integrazione europea ha preso il posto della coscienza nazionale tedesca, ma in seguito alla riunificazione è divenuta un Paese in continuo divenire, ricco di sfaccettature ma al contempo insicuro e senza bussola. Ci si è accorti che l’idea di Europa era frutto di una sopravvalutazione storica, un tempo necessaria ma adesso non più sostenibile. La politica estera non ha abdicato al posto d’onore nel dibattito interno, sostituito da un nazionalismo economico che la crisi greca (complice l’irresponsabile gestione del cancelliere Merkel) ha contributo a cementare. Così l’Unione Europea, un tempo tabù, è divenuta una palla al piede dalla quale i tedeschi vorrebbero volentieri liberarsi, per affrancarsi dai vincoli incondizionati che essa impone.
In secondo luogo, cambiata la Germania è cambiato il suo rapporto con la Francia. Se fino al 1989 la simbiosi tra Parigi e Berlino è stata alla base della normalità europea, con la Caduta del Muro le posizioni dei rispettivi governi hanno conosciuto non pochi strappi. Diverse erano le idee sulla Politica europea di difesa e sicurezza, così come sul maxiallargamento ad Est del 2004 o sulla Costituzione europea – che il no francese nel referendum in merito contribuì ad affossare. L’ascesa dei Paesi emergenti, dal punto di vista occidentale pericolosi concorrenti commerciali, ma allo stesso tempo giganteschi mercati da conquistare, ha infine inaugurato una potenziale concorrenza tra i due partner.
Ma non è solo questo. È l’equilibrio di potere ad essere mutato: oggi la Francia non ha più la forza politica di imporre la proprie idee alla Germania. E la necessità di mantenere buoni rapporti ha indotto i due Paesi a stringere i propri accordi prescindendo da cosa ne pensa il resto d’Europa – ogni riferimento al (defunto) duo Merkozy (non) è puramente casuale.
Nell’eurodeclino anche l’Italia ha le sue colpe. Per decenni, come è stato per i tedeschi, l’impegno europeista ci aveva esonerato dal compito di elaborare una coscienza nazionale. Ma finita la stagione in cui il nostro Paese si faceva promotore delle grandi battaglie verso l’integrazione, abbiamo ripensato l’Europa come un tutore al quale fare appello per far rendere “vendibile” agli elettori i provvedimenti più impopolari. “Ce lo chiede l’Europa” è diventato l’alibi con cui la nostra debole classe politica ci ha fatto ingoiare le pillole più amare senza correre il rischio di prendere sonore batoste alle successive elezioni.
Inoltre, va detto che se l’asse franco-tedesco è stato il pilastro dell’integrazione europea, è anche vero che è stato l’asse italo-tedesco a farla camminare. Ma da qualche anno i due Paesi hanno smesso di dialogare, non soltanto per la malcelata ripugnanza personale che Angela Merkel nutriva verso Silvio Berlusconi. Negli ultimi anni il Belpaese è di fatto è scomparso dagli schermi radar del resto del mondo, troppo indaffarato a bisticciare sui conflitti d’interessi (e cronache boccaccesche) del suo primo ministro e su poco altro.
Ma la ragione principale del deragliamento europeo sono stati i rapidi cambiamenti intervenuti ad Est, al di là del Muro di Berlino, e culminati nella Caduta dello stesso. L’Europa non più minacciata dalla scomparsa Unione Sovietica aveva bisogno di nuove basi sulle quali fondare la propria idea di integrazione. Nacque il Trattato di Maastricht. Ancora una volta, la strategia francese puntava a diluire la futura superpotenza tedesca in una cornice istituzionale di tipo federale. Invece, nel corso dei negoziati le autorità tedesche – governo e Bundesbank – la spuntarono sulla questione essenziale: l’integrazione europea (di cui la moneta unica rappresenta l’estrema evoluzione, ma ne riparleremo) sarebbe stata perfezionata applicando rigorosamente il modello economico della Germania. Il trionfo del modello germanico è scritto a chiare lettere nei famosi cinque parametri di convergenza, che impongono politiche deflazionistiche; nell’articolo 105, secondo cui “l’obiettivo principale” della politica monetaria europea “è la stabilità dei prezzi”; nello statuto della BCE, che ha ereditato dalla Bundesbank la forte ispirazione monetarista. È stato il prezzo necessario per strappare l’ok di Berlino. Ma l’economia è un gioco a somma zero: per qualcuno che guadagna, qualcun altro deve perdere. Se la Germania registra surplus commerciali da record, è perché i tanto vituperati PIGS hanno progressivamente accumulato deficit. Non tutti possiamo chiudere in attivo. Ma questo Berlino non lo capirà mai.

Oggi l’integrazione europea appare serenamente avviata allo sfascio, schiacciata sotto il peso dei debiti sovrani. Nel 2010 il sessantesimo anniversario della Dichiarazione Schuman è conciso con il divampare dell’incendio greco, peraltro non ancora spento. Atene ha di colpo scoperchiato il vaso di Pandora dentro il quale le lacune e le contraddizioni dell’europrogetto erano state frettolosamente confinate. Se negli anni Cinquanta l’Europa rappresentò la soluzione ai problemi dei singoli Stati, oggi invece è percepita come la causa.
Le questioni materiali si sovrappongono più ideali di un’identità collettiva mai veramente forgiata. “Unità nella diversità”, il motto ufficiale della UE, più che una dichiarazione programmatica fondata sulla ricchezza culturale che ciascun Paese membro esprime sembra come un alzare le braccia di fronte allo sciame di particolarismi che aleggia sui Paesi membri, peraltro alimentato da quanti (come la Lega qui in Italia) speculano sulla scarsa coesione di questi. E che ronza nelle orecchie anche di chi ingenuamente intravedeva all’orizzonte gli Stati Uniti d’Europa, mera trasposizione del melting pot americano al di qua dell’oceano.
Eppure l’Europa non è da buttare. I negoziati necessari per costruire questa delicata impalcatura sono stati lunghi e complessi, ma hanno avuto il merito di obbligare gli Stati a discutere alla luce del sole, ascoltando l’opinione di tutti. Che senso avrebbe vanificare tanti sforzi? Ma non si tratta solo di questo. Le ragioni di Schuman, Adenauer e De Gasperi sono tuttora valide, specialmente da quando l’integrazione ha (formalmente) ampliato i propri scopi dalla mera cooperazione economica alla tutela dei diritti umani.
La riconciliazione tra Francia e Germania dopo mille anni di guerre è di per sé sufficiente ad affermare che l’Europa non è stata un fallimento. E un’altra riconciliazione, quella tra Est e Ovest con i paesi dell’ex blocco sovietico, potrà realizzarsi attraverso la partecipazione ad un comune progetto di integrazione. Progetto che per mezzo del mercato unico ha garantito prosperità e benessere a quasi quattrocento milioni di persone. L’impiego delle risorse nel mercato comune anziché nella guerra, la convergenza degli sforzi diplomatici sulla promozione della democrazia, dei diritti umani e degli ideali dello stato di diritto, anziché nei ricatti e nelle minacce ottocenteschi, hanno permesso a tutti i Paesi che hanno condiviso l’esperienza europea un salto di qualità che le sole proprie forze non avrebbero mai reso realizzabile.
Per tutte queste ragioni, l’anniversario del 9 maggio conserva ancora un senso. A prescindere dall’opportunità di festeggiarlo o meno.
Sarebbe un peccato se tutto questo fosse polverizzato dal tritacarne della crisi, complici una classe di politicanti che, parafrasando De Gasperi, si mostrano interessati più alle prossime elezioni che alle future generazioni – ogni riferimento al (defunto) duo Merkozy (non) è puramente casuale.