Il caso Chen e il difficile equilibrio tra libertà e diplomazia

“Le relazioni sino-americane valgono più di un avvocato autodidatta. Anche se cieco.”

Si conclude così questo post sul sito del Fatto quotidiano che riassume la vicenda umana di Chen Guangcheng, simbolo vivente delle libertà negate nell’ex Terra di Mezzo, e  Non potrebbe esserci sintesi migliore, visti gli sviluppi.
Oggi molte delle assicurazioni ricevute dall’ambasciata americana sono state smentite dai fatti. Ad esempio, a Chen era stato detto che la sua permanenza in ospedale sarebbe stata garantita dalla presenza di personalità diplomatiche degli USA. Invece oggi accanto a lui non c’è nessuno, a parte i poliziotti cinesi che sorvegliano il reparto in cui l’attivista si trova ricoverato. Il governo degli Stati Uniti è responsabile per una promessa di protezione che non può più rispettare.
Come nota Lucia Annunziata:

In verità, dubbi sulla soluzione trovata erano filtrati fin dall’inizio. Ci si chiedeva soprattutto come fosse stato possibile che la Cina lasciasse a un dissidente libertà di azione nel Paese. E ci si chiedeva come potessero gli americani farsi garanti di diritti su cui chiaramente non avrebbero avuto nessun controllo.

Appare chiaro che il destino di Chen e della sua famiglia (anche qui, la cui salvaguardia era stata assicurata dagli americani) sono ormai nelle mani del governo cinese, che ieri ha formalmente chiesto le scuse degli Stati Uniti per aver permesso al dissidente di rifugiarsi nella propria ambasciata. Senza mezzi termini, Pechino ha accusato Washington di “interferire negli affari interni della Cina”.
Al riguardo, scorrendo le varie opinioni sul web – una cui sintesi è riportata dal Guardian – salta subito all’occhio questa riflessione di Duncan Hewitt sul Daily Beast:

It remains to be seen how the Chen case will affect relations between China and the U.S.: with China in the midst of the sensitive run-up to a leadership transition this fall, Beijing clearly did not want the ongoing humiliation of a high profile citizen remaining under U.S. diplomatic protection on its own territory. With Chen now out of the U.S. embassy, it’s not clear how serious the Chinese demands for an apology are—after a U.S. spy-plane crash landed at a Chinese airfield in 2001, the U.S. made a statement expressing regret, which China translated as a formal apology, though the U.S. said that was not exactly the case. And one Chinese newspaper said today, before news of Chen’s departure, that the incident “will not affect Sino-U.S. relations.”

Bastano questi spunti per capire come mai la vicenda Chen stia causando un incidente diplomatico tra le due (future) colonne portanti dell’ordine mondiale. Soprattutto se consideriamo che il 2012 sarà un anno delicato per entrambi i giganti.
Al momento la posizione americana è molto impacciata. In queste circostanze è facile tacciare lo zio Sam di ipocrisia, senza considerare che anche la dottrina del “double standard” ha i suoi perché.  Hillary Clinton ha invitato la Cina al rispetto dei diritti umani senza mai nemmeno nominare Chen, chiaro esempio di come gli USA si stiano barcamenando in un complicato gioco d’equilibrio per mantenere delle buone relazioni con il proprio maggior creditore senza perdere la faccia davanti all’opinione pubblica, sia interna che estera. Inoltre non dimentichiamo che il caso Chen irrompe proprio a pochi mesi dalle elezioni di novembre.
Quello che si può rimproverare all’America, in questo momento, è la mancanza di una strategia comunicativa precisa e coerente, come dimostra l’esistenza di ben tre versioni fornite su caso nel giro di 24 ore: quella americana, che parla di un lieto fine in cui l’America facilita la permanenza di Chen in Cina; quella degli attivisti, secondo cui Chen e la sua famiglia sarebbero stati minacciati; quella dello stesso Chen, deciso a lasciare la Cina con destinazione Stati Uniti. Così si scade nel ridicolo.

D’altra parte anche la Cina è impegnata nella transizione di potere al vertice. Reuters traccia un’analisi sul tema mettendo in relazione la vicenda Chen, il siluramento di BO Xilai avvenuto poche settimane fa e la probabile nomina del vicepresidente Xi Jinping come successore di Hu Jintao. Vicende strettamente legate tra loro.
Globalproject riassume lo scenario complessivo:

La situazione è complicata anche per Obama che da un lato – nel caso di richiesta di asilo politico negli Usa da parte di Chen – avrebbe difficoltà a dire di no, perché un “gran rifiuto” (il presidente e Hillary Clinton in passato hanno difeso pubblicamente Chen) regalerebbe una carta in più alla campagna elettorale dei repubblicani. Mitt Romney, il probabile sfidante di Obama al voto di novembre, domenica ha dichiarato: «Il nostro paese deve pretendere in maniera decisa le riforme in Cina e sostenere chi sta combattendo per quelle stesse libertà di cui noi già godiamo».
D’altro canto Washington in questo momento ha bisogno dell’appoggio di Pechino su una serie di dossier internazionali (Siria, Iran, Corea del nord) e vuole che la Cina apra sempre di più i suoi mercati alle aziende a stelle e strisce.
Il caso di Fang Lizhi, il fisico che dopo la repressione della rivolta di piazza Tiananmen, dal 5 luglio 1989 passò oltre un anno nell’ambasciata Usa di Pechino, si sbloccò dopo un compesso accordo tra Kissinger e Deng Xiaoping: a Fang fu permesso di scappare negli Usa.
Per Chen gli americani dovranno trovare il punto di equilibrio tra realpolitik e difesa dei diritti dell’uomo. I cinesi sembrano interessati soprattutto a minimizzare le possibili conseguenze di questo incidente sullo scontro di potere interno al Pcc. Anche questa volta il compromesso non si annuncia facile.

Per il momento, tra tante ipotesi, è questa l’unica certezza.

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