Gli attacchi talebani e la sicurezza (che non c’è) in Afghanistan

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Dopo alcuni mesi di relativa calma, i taliban hanno alzato di nuovo la testa. In una serie di attacchi a Kabul e in alcune province dell’est (Logar, Paktia e Nangarhar), i ribelli hanno nuovamente dimostrato la propria capacità di infiammare l’Afghanistan anche in quelle zone che fino a due settimane fa sembravano apparentemente sicure, come il centro della capitale.
Una sintesi dei fatti si trova su Slate. Qui una cronologia.
Anche se il numero di morti complessivo è stato relativamente contenuto – solo un civile ucciso a Kabul, ma 11 in totale di cui la metà bambini – si tratta in ogni caso di un episodio inquietante. Gli attacchi di per sé sono degni di nota, ma la natura tempestiva e coordinata dell’assalto testimonia che la capacità bellica degli insorti non è ancora stata smorzata. Ad aver mostrato una defaillance, se mai, è il sistema di sicurezza delle forze afghane. Una combinazione di eventi che solleva seri dubbi circa le prospettive di pace per il dopo 2014, quando le forze occidentali si saranno ritirate.
Dubbi palesati anche dal New York Times:

For the Haqqani network, a family of border criminals and smugglers that has gained an astonishing notoriety in recent years as a leading killer of allied troops in Afghanistan, the attacks on Sunday represented more than just the ability to paralyze the mostly tightly secured districts of Kabul for hours. They were proof that the Taliban offshoot could create the vast network of logistical support and planning needed to mount terrorist attacks without anything leaking to the intelligence groups so tightly focused on it.

Si sa per certo che la rete di Haqqani gode di rifugi sicuri nel Nord Waziristan, dove nonostante i droni sparino addosso a tutto ciò che abbia la barba la minaccia dell’insorgenza non è mai stata debellata.
Sventato l’attacco, i funzionari americani hanno fatto di tutto per sottolineare che l’offensiva non avrebbe comunque modificato la strategia degli Stati Uniti a Kabul. Una frase già sentita altre volte, come da copione. Chi invece ha rilasciato una dichiarazione concreta è l’Australia, che ha annunciato il ritiro delle proprie truppe con un anno d’anticipo.
BBC commenta i fatti ponendo alcune domande, ancora senza risposta:

  • Come mai ribelli sono riusciti a stoccare grandi quantità di armi e munizioni all’interno dell’edificio usato per lanciare gli attacchi;
  • Come mai un così gran numero di miliziani sono riusciti a penetrare nel cuore della città, sulla falsariga di un’operazione che deve aver richiesto mesi di pianificazione;
  • Se gli insorti hanno comunicato tra loro durante l’attacco.

I taliban hanno agito nel cuore della capitale afghana nonostante la presenza dei militari e dell’intelligence occidentale. La possibilità di ottenere armi ed esplosivi in questa zona non sarebbe stato possibile senza l’aiuto del personale di sicurezza afghano. Ipotesi più che probabile, considerate la corruzione diffusa e le infiltrazioni di insorti all’interno delle forze armate regolari.
Significativo che l’attacco sia arrivato un mese dopo l’annuncio dei taliban di sospendere le trattative di pace, e appena un giorno dopo la nomina di Salahuddin Rabbani a capo del Consiglio per la pace in Afghanistan. Rabbani, che ha il compito di cercare di trovare un terreno per la riconciliazione, è il figlio dell’ex presidente afghano e Presidente del Consiglio di pace afghano Burhanuddin Rabbani, ucciso l’anno scorso.
Probabilmente l’operazione intendeva infliggere all’Occidente un colpo psicologico, più che fisico, minando gli sforzi negoziali degli USA per raggiungere un accordo entro il 2014.
Al 2014 mancano meno di due anni. Ma ogni giorno che passa l’Afghanistan scivola sempre di più in un abisso di incertezza, e sempre e più velocemente.