Artico, trivellazioni e incidenti. I rischi della corsa all’oro nero

A due anni esatti dal disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, l’industria petrolifera registra un nuovo incidente nel corso di attività offshore:

An oil spill in the Russian Arctic affected an area of up to 8,000 square meters after workers tried to open an old well, causing oil to gush uncontrollably for 37 hours, officials said Monday.
The spill at the Trebs field started on Friday and continued through the weekend, spurting out up to 500 tonnes of oil per day, the Nenets autonomous district administration said on its website Monday.
The government of the Nenets autonomous district estimated the area of the oil spill at more than 5,000 square metres (53,000 square feet), while the Russian natural resources ministry said 8,000 square metres (86,000 square feet) of land had been affected.

La fuoriuscita è avvenuta nel giacimento Trebs, situato nel Distretto Autonomo dei Nenet, nordovest della Russia, dove si stima siano contenuti 153 milioni di barili di petrolio. Qui le attività petrolifere, iniziate intorno al 1960, sono condotte da una joint venutre tra le compagnie Lukoil e Bashneft. Non è tanto la quantità di petrolio sversata in mare a doverci preoccupare, quanto l’ubicazione. Siamo in piena regione artica.
Come ho già spiegato in gennaio, l’Artico possiede le maggiori riserve mondiali di idrocarburi non ancora sfruttate, tanto che l’industria petrolifera considera la regione come l’ultima frontiera per la ricerca e l’estrazione di oro nero. Una percentuale significativa di tali ricchezze si trova in mare aperto, in fondali poco profondi e biologicamente produttivi. Ma le operazioni necessarie per lo sviluppo dei giacimenti presentano difficoltà e rischi di cui le compagnie non sembrano tenere conto.
Peraltro, non è la prima volta che gli ambientalisti denunciano la possibilità di disastri ecologici a causa delle attività offshore nella Siberia occidentale. Questa esauriente analisi sul sito di Greenpeace illustra le ragioni per cui gli sversamenti nell’Artico sono più probabili  - e potenzialmente più dannosi – che nelle altre latitudini:

The Arctic’s extreme weather and freezing temperatures, its remote location and the presence of moving sea ice severely increase the risks of oil drillingcomplicate logistics and present unparalleled difficulties for any clean-up operation. Its fragile ecosystem is particularly vulnerable to an oil spill and the consequences of an accident would have a profound effect on the environment and local fisheries.

In the Arctic´s freezing conditions, oil is known to behave very differently than in lower latitudes. It takes much longer to disperse in cold water and experts suggest that there is no way to contain or clean-up oil trapped underneath large bodies of ice. Toxic traces would linger for a longer period, affecting local wildlife for longer, be transported large distances by ice floes and leave a lasting stain on this pristine environment.

The oil industry has demonstrated time and time again that it is simply not prepared to deal with the risks and consequences of drilling in the Arctic

Le condizioni estreme della regione determinano un pericoloso mix di maggiori rischi e minori possibilità di quantificarli e contenerli rispetto alle operazioni di esplorazioni in aree più esotiche. Rischi che le compagnie non sono adeguatamente preparate (e disposte) ad affrontare.
La drammatica conclusione è che:

The oil industry cannot guarantee the safety of Arctic drilling and is recklessly putting profit before the environment. As Cairn’s recent operations prove, the immense technical, economic and environmental risks of drilling in the Arctic just aren’t worth it.

Oil impacts on Arctic food webs

Lukoil afferma che adesso la situazione è sotto controllo e secondo la Russia’s Natural Agency l’episodio non avrà conseguenze sull’ambiente. Ma non è il copione che tutti ripetono sempre dopo ogni incidente?
Il problema è che le fuoriuscite nella regione sono continue e puntualmente ignorate o minimizzate. Già adesso si segnala una situazione allarmante. Un’indagine di Nataliya Vasilyeva della Associated Press, alla fine del 2011, ha descritto alcuni dei danni causati dalle cinque milioni di tonnellate di petrolio versato ogni anno nel Mar Glaciale Artico, sponda russa. Praticamente l’1% di tutto il greggio prodotto nella regione finisce in mare:

This is the face of Russia’s oil country, a sprawling, inhospitable zone that experts say represents the world’s worst ecological oil catastrophe.

Environmentalists estimate at least 1 percent of Russia’s annual oil production, or 5 million tons, is spilled every year. That is equivalent to one Deepwater Horizon-scale leak about every two months. Crumbling infrastructure and a harsh climate combine to spell disaster in the world’s largest oil producer, responsible for 13 percent of global output.

No hard figures on the scope of oil spills in Russia are available, but Greenpeace estimates that at least 5 million tons leak every year in a country producing about 500 million tons a year

Per avere un’idea di come la tradizionale vita delle comunità locali sia stata devastata dalle conseguenze di tali incidenti, basta dare uno sguardo al documento “Life after oil” preparato da Greenpeace.
L’obiezione più ovvia è che del petrolio noi abbiamo bisogno e che la necessità di garantire cibo, riscaldamento e sviluppo ai Paesi industrializzati giustifica i rischi delle attività petrolifere, visti niente di più come un necessario prezzo da pagare per mantenere gli attuali livelli di benessere. Ma c’è da chiedersi se trivellare nelle fredde acque del Nord ne davvero ne valga la pena, considerato che, come alcune ricerche affermano, lo sviluppo dei giacimenti di idrocarburi dell’Artico non rappresenta la migliore risposta alla crescente domanda di energia a livello globale.
Ciò che colpisce – e che fa più rabbia – è che prevenire gli incidenti attraverso infrastrutture adeguate e precisi standard di sicurezza richiederebbe un impegno economico relativamente poco gravoso per le compagnie. Dal 2003 British Petroleum ha distribuito circa 19 miliardi di dollari in dividendi: dieci volte di più di quanto avrebbe speso per ammodernare gli impianti più obsoletisecondo una stima da Gazprombank. Tuttavia la diminuzione selvaggia dei costi per massimizzare i margini di profitto induce le Big Oil a lasciare le cose meno stanno, in totale spregio delle possibili conseguenze.
Che in ogni caso, grazie alle collusioni con governi “democraticamente” eletti (grazie ai generosi finanziamenti che puntualmente elargiscono ai vari candidati), non sarebbero chiamate a riparare.

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