Ring of Fire, la grande polveriera

File:Pacific Ring of Fire.svg

A differenza del 26 dicembre 2004, stavolta l’onda anomala non c’è stata. L’Indonesia, e il mondo intero, hanno tirato un sospiro di sollievo.
Tuttavia, mentre l’attenzione globale era concentrata sul terremoto di magnitudo 8,6, a largo di Sumatra, e sulle sue potenziali catastrofiche conseguenze, è sfuggito a tutti che non si è trattato dell’unico sisma di una certa grandezza intervenuto in quelle 24 ore.
Nell’arco di un giorno se ne sono registrati almeno altri quattro:
– Messico, stato di Michoacan 7,0, terzo in ordine di intensità solo nell’ultimo mese;
– sempre in Messico, Golfo della California, 6,9;
– costa dell’Oregon, 5,9, nessun danno segnalato;
– costa di Honshu, Giappone, 5,6, non lontano da Fukushima;

Cosa hanno in comune tutti questi eventi, all’apparenza lontani tra loro? Sono tutti localizzati lungo il cosiddetto Ring of Fire dell’oceano Pacifico. Nome macabro e poetico allo stesso tempo, e in effetti un po’ entrambe le cose. Una regione del mondo dal perimetro di oltre 40.000 km, che va dal Cile per proseguire lungo tutto la costa ovest del continente americano e poi in quella orientale del contiente asiatico, comprendendo Giappone, Filippine, Indonesia per poi toccare anche Australia e Nuova Zelanda. Qui si sono verificati l’81% dei maggiori terremoti e il 90% di quelli totali censiti dove sono seduti, e dove si trova il 90% dei 1500 vulcani attivi al mondo.
In quest’area, diretto risultato del continuo movimento piastre litosferiche, le attività geologiche sono così intense da essere state identificate e descritte ben prima che la stessa teoria delle tettonica delle placche fosse formulata.
Qui sono avvenuti alcuni dei più grandi sismi – i cosiddetti megathrust earthquakes – che gli esperti ricordino, come quello di Valdivia del 1960 (magnitudo 9,5; provocò 5000 vittime). Qui hanno avuto luogo anche le eruzioni più disastrose: quelle dei vulcani Tambora (1815), Krakatoa (1883) e soprattutto Toba (ca. 70.000 a.c.), che secondo un’accreditata teoria avrebbe portato l’umanità ad un passo dall’estinzione.

Secondo i dati del National Geophysical Data Center, il trend dei terremoti nella regione di magnitudo 6,0 o superiore è aumentato del 50% negli ultimi 110 anni.
Siamo dunque vicini al Big One, tema ricorrente del catastrofismo hollywoodiano? Secondo l’US Geological Survey, si direbbe di no. L’istituto riconosce che l’aumento statistico del numero di terremoti negli ultimi anni è (almeno in parte) dovuto all’ausilio di migliori rilevazioni. Prima molti fenomeni non erano rilevati perché colpivano zone remote o che comunque sfuggivano ad una adeguata misurazione: pensiamo ad esempio ai terremoti sottomarini. Il miglioramento dei sistemi di monitoraggio e prevenzione dopo il maremoto del 2004 ha permesso di tracciare un quadro più fedele delle attività geologiche in corso. In altre parole, con l’aumento e la migliore distribuzione dei sismografi, è statisticamente aumentato il numero dei terremoti.
Resta il fatto che i Paesi affiancati o attraverati da questa linea così turbolenta corrono rischi molto seri. Gli effetti dei cataclismi in Indonesia nel 2004 e in Giappone nello scorso anno sono ancora ben impressi nella nostra memoria, ma soprattutto in quella di coloro che li hanno subiti. Considerato che le calamità naturali non si possono evitare né prevedere, a fare la differenza tra una piccola e una grande tragedia è soprattutto la nostra capacità di prevenzione. E nonostante questo l’impatto degli eventi, in ogni caso, può sempre superare qualsiasi diligenza o cautela (Fukushima docet), fino a vanificarle.
La domanda non è se o quando, ma come.

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