Heartsea, ovvero Indiano e Pacifico. Il Grande Gioco del futuro si svolgerà qui

È opinione generalmente condivisa che i due grandi oceani orientali, l’Indiano e il Pacifico, siano dal punto di vista geografico il cuore dell’economia mondiale. E che ciascun oceano sia un immenso tavolo del nuovo Grande Gioco  tra la (ex) unica superpotenza, gli USA, e quelle (ri)emergenti, Cina e India.

Partiamo dall’Indiano. Abbiamo già visto come il Mar Arabico sia diventato il terreno di sfida tra Cina e India, le due maggiori – e più energivore – tra le economie emergenti.
Nonostante un ambizioso piano di diversificazione energetica (che comprende nucleare e rinnovabili) in corso d’opera da anni, Pechino è, e rimane, dipendente dal greggio mediorientale. È notizia di questi giorni che l’export di petrolio saudita verso Pechino ha superato quello verso Washington. L’India, per non essere da meno, importa grandi quantità dall’Iran – avvalendosi di mezzi creativi di pagamento (come l’oro) per aggirare le sanzioni finanziarie imposte a Teheran.
Pochi giorni fa, Obama ha rimarcato che è proprio la crescita economica di Cina e India a contribuire all’ascesa delle quotazioni del greggio. Scoprendo l’acqua calda.

Al centro dell’attenzione c’è anche l’Africa. Con la sue vaste ricchezze minerarie, il Continente nero sta diventando strategicamente importante per alimentare la crescita dei due giganti asiatici.
Lì la Cina è il primo investitore. Sono cinque le destinazioni principali dell’immenso flusso di capitali sinici: Angola, Nigeria, Sudan, Mauritania e Botswana; ma anche Etiopia, Zambia  e Mozambico rivestono un ruolo sempre più importante nelle strategie dell’ex (e futuro?) Impero di mezzo.
Non c’è da stupirsi, di conseguenza, che dal 2008 la flotta navale di Pechino sia sempre più presente nell’Oceano Indiano, ufficialmente per fronteggiare la minaccia dei pirati. Si era anche parlato di costruire basi di rifornimento nell’Oceano Indiano, come nelle Seychelles – che già ospitano una base di droni USA. La progressione bellica della Cina è stata talmente rapida ed imponente che persino gli USA ne hanno finora sottostimato l’effettiva entità.
Tanto attivismo non piace agli indiani, preoccupati di vedere ridimensionata la propria influenza in un’area che, per storia, tradizione e contiguità geografica, considerano di propria esclusiva pertinenza. Il SIPRI di Stoccolma segnala che l’India ha acquisito il 10% delle importazioni totali di armi nel periodo 2007-2011. Punta di diamante di questo programma di militarizzazione, manco a dirlo, sarà la flotta navale. Nel mese di gennaio l’India ha acquistato un sottomarino nucleare da 8140 tonnellate di fabbricazione russa
Tuttavia, al momento l’India non è ancora in grado di bilanciare i progressi della Cina, così Delhi necessita della sempre utile collaborazione con Washington, anch’essa interessata a contenere l’influenza della Cina nella regione.
Si crede che ci vorrà almeno un altro decennio prima che le marine militari indiani e cinesi siano in grado di operare a pieno regime, ma entrambi i Paesi sono determinati a stabilire già da ora una posizione dominante nell’oceano Indiano, dalla costa orientale dell’Africa allo Stretto di Malacca.

Già, lo Stretto di Malacca. Ovvero, l’altra porta dell’oceano. Quella da cui passa il 40% del commercio mondiale (5.500 mld di dollari) e che gli Stati Uniti considerano indispensabile per mantenere saldo il passaggio da e per il Medio Oriente, ossia la giugulare del greggio.
La Cina è consapevole che la sua forte dipendenza dallo Stretto della Malacca (il petrolio che importa dal Medio Oriente passa da lì) di fatto rappresenta una vulnerabilità strategica. Per tenere ben salde le mani su questo braccio di mare sta attuando la cosiddetta strategia del “filo di perle”, che consiste nello stabilire basi militari navali lungo le rotte da salvaguardare. Qui le partite in corso sono addirittura due.
La prima è con le nazioni dell‘Indocina. Pechino sta cercando di stabilire il proprio controllo su tutti i giacimenti petroliferi offshore compresi tra le contestate acque del Mar Meridionale Cinese. L’ultimo vertice dell’ASEAN, che riunisce praticamente tutti i Paesi coinvolti, non è riuscito ad assumere una posizione ferma e condivisa al riguardo, paralizzato dalla necessità dei singoli di non mettere a rischio le pur irrinunciabili relazioni con il loro Grande vicino.
L’India è presente anche qui, con evidente interesse per l’esplorazione dei giacimenti offshore del Vietnam. Ma Pechino ha avvertito Delhi di astenersi dal proseguire le operazioni. E’ evidente come i cinesi, che con molta disinvoltura mettono il naso nello spazio vitale degli indiani, non intendono concedere a questi di fare altrettanto a parti invertite.
La seconda, e ovviamente più importante, è con gli Stati Uniti. La centralità del Pacifico nel quadro della futura politica estera americana era stata annunciata già in novembre. Ma la Casa Bianca è consapevole che il riorientamento il proprio focus strategico dal Medio Oriente al più grande tra gli oceani porterà inevitabilmente ad un confronto diretto con la Cina, la quale ormai considera il Pacifico una sorta di Mare Nostrum.
Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, l’attenzione degli esperti di sicurezza passò dal dominio della terra a quello delle acque, ma la Guerra del Golfo nel 1991e le campagne mediorientali post 11 settembre avrebbero posticipato l’evoluzione strategica della talassocrazia americana di almeno un ventennio. Ora, completato il ritiro dall’Iraq e in vista del prossimo disimpegno dall’Afghanistan, gli USA hanno l’opportunità di concentrarsi su ciò che c’è al di là della West Coast. Forse è un po’ tardi, e non è detto che il containment inaugurato da Obama riuscirà a arginare la volontà di potenza sinica, ma è ancora presto per ritenere che l’oceano Pacifico sia destinato a diventare il Grande lago cinese.

Nel 1904 Sir Halford Mackinder chiamò Heartland la zona centrale del continente Eurasia, corrispondente all’incirca alla Russia e alle province limitrofe,  “cuore” pulsante di tutte le civiltà di terra e inavvicinabile per via marittima. “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo [Africa-Europa-Asia]: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Allora quelle terre erano controllate dell’Impero Russo, impegnato con Londra in quella sfida geopolitica passata alla storia come il “Grande Gioco”. Cento anni dopo, il Cuore si è trasferito dai deserti dell’Asia centrale alle acque dell’Indio-Pacifico. Un’immensa area blu che un giorno, forse, qualcuno chiamerà Heartsea.
Un gioco, due tavoli, tre giocatori. Premio in palio, la supremazia globale. La partita è iniziata.

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