Il mito di Kiribati sommersa dall’oceano

Da anni gli scienziati ci mettono in guardia sui pericoli del riscaldamento globale, sollevando il cupo spettro di intere città inghiottite dall’innalzamento del livello dei mari in un futuro non troppo lontano. Un futuro che invece sembrerebbe molto vicino per Kiribati, arcipelago del Pacifico in procinto di essere sommerso a causa dei cambiamenti climatici. A preoccupare gli abitanti c’è anche l’inclusione dell’acqua salmastra all’interno degli atolli, che minaccia di esaurire rapidamente le riserve d’acqua dolce.

Per salvare Kiribati da tale destino, il presidente Anote Tong ha paventato la possibilità di abbandonare le isole per trasferire tutta la popolazione altrove. Atong ha intavolato una lunga trattativa con le Fiji per l’acquisto di circa seimila acri di terreno fertile a Vaua, la maggiore isola dell’arcipelago, per trasferirvi l’inetera popolazione di Kiribati (113.000 persone). Il terreno costa 10 milioni di dollari e appartiene ad unorganizzazione religiosa con la quale c’è già un accordo. Il denaro proverrebbe dal  Revenue Equalization Reserve Fund (RERF), il fondo sovrano istituito nel 1956 e alimentato dalle royalties ricavate dall’estrazione dei fosfati. Nel 2009 la sua consistenza ammontava a 570,5 mln di dollari.

L’ambizioso progetto, secondo Tong, richiede una lenta migrazione del suo popolo sul nuovo territorio per ridurre al minimo l’impatto dell’integrazione sulla popolazione delle Fiji, che di abitanti ne hanno appena 860.000 ed economicamente non sono molto più ricchi dei futuri vicini (il reddito pro capite di Kiribati è di 1600 dollari l’anno). All’inizio partirà solo personale qualificato, gradualmente seguiranno anche gli altri. Inoltre, per preservare ciò che resta della sovranità nazionale (conquistata solo nel 1979) e fare in modo che Kiribati non si estingua come entità statuale, il governo pensa di investire per rinforzare un’unica isola dell’atollo, che rimarrebbe così l’ultimo baluardo dell’identità del Paese, consentendogli di rimanere Stato tra gli Stati. In pratica, un investimento per le future generazioni.

Fin qui, la notizia; ora qualche riflessione. Innanzitutto, Kiribati sta affondando davvero? Ecco la madre di tutte le domande, alla quale gli articoli allarmistici sul tema non rispondono. La risposta è no, e già in passato uno studio che aveva smentito tale catastrofica eventualità. Qualunque oceanografo o biologo marino sa che un atollo (e Kiribati ne conta ben 32) non può affondare. Anzi, più il livello del mare sale, più l’atollo s’innalza di conseguenza. Inoltre, l’aumento del livello del mare non ha nulla a che fare con il depauperamento delle riserve di acqua dolce, le quali sono preservate all’interno della cd. “lente“, ossia una formazione di acque sotterranee alimentate dalla precipitazioni e separata dall’acqua marina. Per approfondire si veda questo post su What’up with that, uno dei più frequentati (e attendibili) siti dedicati ai cambiamenti climatici in circolazione. Kiribati non sta affondando, né tanto meno rischia di trovarsi senz’acqua potabile. Due anni fa un pericolo analogo era stato prospettato anche per Vanuatu, poi rientrato. Se mai, ad avere problemi seri in questo momento sono proprio le Fiji, in questi giorni colpite da una violenta inondazione.

In realtà, la più grande minaccia per gli atolli come Kiribati è la pesca eccessiva poiché compromette il ciclo riproduttivo dei pesci, i quali permettono l’accumulo di sabbia di cui gli atolli stessi sono costituiti. Senza i pesci, in altre parole, l’atollo non sta in piedi. Siamo di fronte ad una nazione insulare sovrappopolata che ha bisogno di far emigrare una porzione dei abitanti affinché la formazione di terra emersa su cui essi vivono non sia minacciata dall’eccessivo sfruttamento delle risorse marittime. I proclami apocalittici del presidente Atong servono ad atirare capitali dall’estero per finanziare l’acquisto dei terreni nelle Fiji. La vecchia dottrina del “dateci più soldi” che funziona sempre, soprattutto quando confezionata all’interno di una notizia idonea a suscitare più curiosità che allarme. Ciò non toglie che i cambiamenti climatici siano una minaccia reale e da prendere sul serio. Il rapporto Valuing the ocean, pubblicato dallo Stockholm Enviromental Institute pochi giorni fa, afferma che i cambiamenti climatici potrebbero portare alla riduzione del valore economico degli oceani per un controvalore pari allo 0,37% del PIL mondiale nel 2100. C’è da riflettere.

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