Putin, il prezzo della vittoria

Tutti si aspettavano la vittoria di Putin; pochi il fuori programma delle proteste, soprattutto con questa intensità. Segno che se al 63% dei russi – con una punta del 99,4% in Cecenia, dove Vladimir ha sparso il sale – vanno bene altri sei (dodici?) anni con l’ex agente del Kgb al potere, il restante 37% non la pensa esattamente così. In altre parole, in Russia sta nascendo quella cosa che noialtri chiamiamo “opinione pubblica”, ossia quel movimento trasversale che partendo dalla base può produrre vibrazioni fino al vertice della piramide.
Nel corso della campagna elettorale, e in particolare all’indomani delle contestate elezioni parlamentari del 4 dicembre, Putin aveva bollato le manifestazioni di piazza come una minoranza destabilizzante nelle mani di non meglio precisati governi stranieri. I suoi discorsi traboccavano di nazionalismo, tutti convergenti sulla necessità di “difendere la Russia, anche se non si è capito bene da chi. In compenso lui sa difendere bene se stesso da ogni forma di dissenso: Reuters e BBC parlano di 550 arresti tra i manifestanti (tra cui tre giornalisti e un blogger), benché i media statali riportino cifre molto inferiori. Perfetto corollario del suo programma politico, incentrato sul solo obiettivo della permanenza al Cremlino.

Come mai il dissenso è esploso proprio adesso? La Russia sta attraversando un periodo di crescita (+4,3% nel 2001), mentre la vicina Europa annaspa. In realtà, come rilevato da molti studiosi, la ricchezza forma la classe media, principale antagonista di ogni forma di regime. In Russia tale classe è nata proprio negli ultimi anni, dopo il sofferto decennio eltsiniano. Come dire che è stato lo stesso sviluppo economico di cui Putin si professa artefice a segnare la fine del grande consenso intorno alla sua figura.
Lo spiega bene Linkiesta: Quando il paese si trova agli albori della crescita, il leader distribuisce la rendita petrolifera al popolo, con un occhio di riguardo secondo le simpatie politiche e industriali. In seguito l’impalcatura inizia a mostrare le prime crepe. I proventi petroliferi, sia pur in forma di briciole, finiscono nelle tasche del popolo, favorendo l’ascesa di professionisti, docenti, intellettuali: una prima forma di “borghesia”, appunto. A questo punto il regime tenta in qualche modo di cooptare la classe media nello schema di potere. Il problema è che nessun regime è mai riuscito ad assicurarsi la sopravvivenza politica in questo modo, a meno di non impiegare la violenza su larga scala.

In ogni caso la vittoria di Putin costerà allo Stato russo centinaia di miliardi di dollari: a tanto ammonta il controvalore delle promesse elettorali necessarie a “comprare” il consenso delle masse.
Questa ricca analisi della Reuters analizza nel dettaglio il programma di spese previsto. Il costo degli aumenti retributivi del settore pubblico peserà sul bilancio pubblico per l’1,5% del PIL all’anno. Percentuale con gli altri impegni di spesa sociale che potrà arrivare al 2% entro il 2018, o ma alcune stime parlano addirittura del 4-5%. Ci sono poi le spese militari: 790 miliardi di dollari entro il 2020, che faranno lievitare la spesa pubblica di un ulteriore 2,2% del PIL annuo.
Non è poco se pensiamo che nei primi due mesi del 2012, la spesa pubblica è già aumentata del 37% rispetto ad un anno fa. Inoltre Putin ha più volte ripetuto che non aumenterà l’età pensionabile dagli attuali 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, gravando il bilancio statale (il cui 10% è impiegato per le prestazioni pensionistiche) di un ulteriore onere implicito.
Tutti numeri la cui stabilità è legata all’imponderabile volatilità del greggio, in un’economia dove le rendite energetiche rappresentano ancora i due terzi delle esportazioni nazionali. La Russia raggiunge il pareggio di bilancio con il petrolio a 90 dollari al barile, e lo scorso anno il prezzo medio si è attestato ben al di sopra quota 110, complici la Primavera araba e la guerra in Libia.
Certo, se Putin si decidesse a fare qualcosa per combattere gli sprechi e la corruzione la Russia potrebbe tagliare il budget federale di un 5-10%, risparmiando l’equivalente dell’1-2% del PIL all’anno. Ma è ovvio che non farà nulla.

Se sarà rieletto anche tra sei anni, Putin avrà trascorso venti anni da presidente più quattro da primo ministro. Totale 24 anni: sarà stato al potere meno di Stalin, ma più di Brezhnev. E’ stata un’elezione meno tediosa di quanto potesse immaginare, ma è comunque tornato al Cremlino evitando il ballottaggio e tanto gli basta. Poco importa se i dati siano falsati, come sostengono gli osservatori internazionali.
Il sostegno all’uomo forte del Cremlino resta alto, soprattutto nelle province e nelle campagne. Ma è nelle città che si annida la temibile classe media. La stessa classe consapevole che in Russia non sono i governati a scegliere i governanti, bensì i governanti a scegliersi da soli. Di conseguenza l’appuntamento elettorale degrada a teatrino messo in piedi per il popolo, ad una una pubblicità per esaltare il sostegno a Putin. In concreto, il presidente sta esasperando il confronto con l’opposizione fino al punto di rottura. Egli sta dichiarando guerra a quel 37% che non lo voterà mai. Con la conseguenza di inacidire l’avversione nei suoi confronti. Per adesso ha vinto una battaglia, ma la guerra è appena iniziata.

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