Wikileaks, Stratfor e il business delle attività strategiche appaltate ai privati

Certo la nuova ondata di rivelazioni di Wikileaks non può essere paragonata per importanza alle precedenti, ma è interessante esaminare la natura del soggetto coinvolto: non un governo o un’organizzazione internazionale, ma una società privata, Stratfor.
Ufficialmente si tratta di una società di analisi geopolitica; di fatto, la pubblicazione di cinque milioni di indirizzi email contenuti nel database della stessa rivela l’esistenza di una vera e propria agenzia di intelligence privata, affiliata alla CIA e con una dotazione di risorse superiore a quelle dei servizi segreti di molti Paesi. Essa svolge attività di consulenza per conto di governi e imprese multinazionali non solo utilizzando informazioni disponibili al pubblico, ma anche avvalendosi di una propria rete di informatori presenti in organizzazioni pubbliche e private in tutto il mondo.
Già in dicembre la compagnia è caduta vittima di un attacco di Anonymous, anche in questo caso per entrare in possesso dei messaggi nei server – e non dei numeri delle carte di credito come è stato scritto.

Ora, i contenuti pubblicati da Wikileaks hanno alzato il velo su una notevole varietà di comportamenti illeciti, che vanno dal pagamento di tangenti all’uso di informazioni privilegiate per operazioni finanziarie speculative. Ma la vera sorpresa non è tanto di fronte alla diffusione di queste pratiche, quanto per l’esistenza di un business privato in un settore strategico come la sicurezza. Mansione che si aggiunge alla lista di attività sensibili, che va dalla gestione delle carceri alla gestione delle missioni all’estero, fino a poco tempo fa di esclusiva competenza statale e oggi invece affidata al mercato e alla deregulation. Senza un quadro di controlli adeguati.
Il nome di Stratfor si aggiunge così a quel controverso elenco di aziende le cui attività parastatali hanno sollevato non poche obiezioni presso gli attivisti di tutto il mondo. La più famosa è senza dubbio la Blackwater, società di vigilanza privata a cui il Pentagono, dietro contratti milionari, aveva appaltato la protezione del personale diplomatico in Iraq e Afghanistan. L’agenzia divenne tristemente famosa nel 2007, allor quando si rese responsabile del massacro di 17 civili iracheni nel corso di un servizio di scorta. In conseguenza di ciò fu espulsa dall’Iraq e successivamente sciolta – per poi ricomparire sotto il nuovo nome di Xe Services Ltd., e poi di Academi.

Il caso della Blackwater è diventato paradigmatico del modus operandi di queste compagnie private, le cui prestazioni coprono un ampio spettro di operazioni tradizionalmente attribuiti alle forze armate dello Stato ma che sembrano agire indipendentemente da qualsiasi legge o controllo. Un governo è libero di avvalersi dell’opera di operatori privati nello svolgimento delle sue funzioni, ma è forte il sospetto che alcuni Paesi – in primis gli Stati Uniti, ma anche il Regno Unito, dove ha sede la più grande compagnia di sicurezza al mondo, la G4S – appaltino consapevolmente il lavoro sporco a soggetti privati proprio in quanto ritenuti liberi dai lacci e lacciuoli posti dalle norme nazionali e internazionali in materia di sicurezza.
Gli Stati rinunciano così al tradizionale monopolio della forza a beneficio di società che agiscono nell’ombra, alimentando un mercato da milioni di dollari. La ragione è ovvia: i governi sono coinvolti solo indirettamente, dunque non devono renderne conto all’opinione pubblica. Ma così si mina la legittimità stessa della sovranità statale.
Ora Wikileaks sta finalmente gettando un fascio di luce sulla dimensione del fenomeno. Prima che due secoli di convenzioni internazionali per limitare l’uso della forza, nonché il controllo democratico delle forze di sicurezza, diventino solo un ricordo del passato.