Senegal, democrazia al capolinea

Fino a poche settimane fa, il Senegal poteva vantare l’orgoglioso primato di essere l’unico Paese d’Africa a non aver mai subito un colpo di Stato. Circostanza che aveva reso Dakar un modello di democrazia per l’intero continente.
Oggi questo fiore all’occhiello non c’è più, calpestato dall’ostinazione con cui il presidente in carica Abdoulaye Wade sta cercando il terzo mandato, nonostante la costituzione (da lui stesso modificata) preveda solo una possibilità di rielezione. In gennaio la Corte Costituzionale ha rigettato i ricorsi dell’opposizione, sentenziando che Wade può correre per il terzo mandato – respingendo al contempo la candidatura del cantante Youssou N’Dour. Una decisione che ha spento ogni speranza di risolvere la crisi politica che va profilandosi attraverso le vie legali.

Certo, si può obiettare che, dall’indipendenza nel 1960, in Senegal si sono succeduti solo tre presidenti (l’indimenticato Léopold Sédar Senghor, Abdou Diouf e lo stesso Wade) e che la legalizzazione dei partiti politici è giunta solo nel 1981, ma resta il fatto che il Paese aveva sempre mostrato una maggiore libertà e partecipazione rispetto a quelli vicini. I morti negli scontri tra civili e polizia nel corso delle manifestazioni dei giorni giorni testimoniano come questa stabilità potrebbe essere già il ricordo di un felice passato.

Ma cosa è stato il Senegal sotto la presidenza Wade? Da questa analisi di IRIN, che passa sotto la lente i risultati dei suoi 12 anni di governo, emergono luci ed ombre. In sintesi, da una parte il PIL è cresciuto del 5% medio all’anno, sono aumentati gli investimenti stranieri (soprattutto francesi), industria e servizi hanno consolidato un discreto grado di sviluppo. La sanità è migliorata, la popolazione al di sotto della soglia della povertà si è ridotta del 15% (ora è al 50,7%) e la società civile si è confermata un ambiente fiorente e aperto. Dall’altra parte, però, il conflitto nella Casamance rimane irrisolto, trasparenza e governance sono in visibile declino e il progressivo aumento della popolazione (3% annuo) ha fatto si che il numero di poveri, diminuito in termini relativi, abbia in realtà subito un incremento del 10% in termini assoluti. Anche la disoccupazione giovanile è aumentata.

Secondo il prof. Horace Campbell, docente di Studi Africani e Americani alla Syracuse University, con il suo colpo di mano Wade ha tradito quell’ideale di panafricanismo di cui per anni si era fatto portatore (di fatti lo definisce un panafricanista “fraudolento”). Nel corso della Conferenza dell’Unione Africana del 2007, Wade aveva detto: “Se non riusciamo ad unirci, diventeremo deboli, e se viviamo isolati in Paesi divisi, ci troveremo di fronte al rischio di crollare di fronte ad economie più forti ed unite”. Se dicevi sul serio, chiosa Campbell, dimettiti adesso.

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