Il mondo si ricorda della Somalia. Grazie al petrolio.

Somalia Shabaab

Nel corso della Conferenza di Londra, i leader mondiali si sono impegnati a rafforzare il proprio sostegno per combattere la pirateria, il terrorismo e la cronica instabilità politica di Mogadiscio, in ogni caso non si può dire che questo incontro sia stato un successo, non più degli altri che lo hanno preceduto.
Ne è venuto fuori un documento contraddittorio, in cui da un lato si ripone il futuro della Somalia nelle mani del suo popolo, ma dall’altro si vuole affidare la gestione finanziaria del Paese ad un Comitato congiunto presieduto da stranieri. Inoltre, i somali della diaspora lamentano di non essere stati adeguatamente consultati.

A parole, la situazione non è poi così nera. Diversi indicatori economici offrano incoraggianti speranze di ripresa per il futuro prossimo: la Somalia, ad esempio, è il primo esportatore di bestiame al mondo, con un giro d’affari da due miliardi di dollari all’anno, e il numero di abbonamenti telefonici ogni 100 abitanti è nettamente superiore rispetto alla media regionale. C’è poi ottimismo sul fatto che i somali possano fare molto per aiutare il proprio Paese a rialzarsi.
Inoltre, sono stati fatti passi avanti nella lotta alla pirateria, i cui attacchi si sono ridotti rispetto al picco massimo raggiunto nel 2010, benché il fenomeno sia tutt’altro che debellato – ora sembra rivolgersi a largo dell’Oceano Indiano, verso obiettivi più lontani e logisticamente più rischiosi, ma meno presidiati.

In concreto non è emerso alcun progetto per smuovere l’inerzia in cui gli eventi sono cristallizzati da vent’anni. Due decenni di governi di transizione sostenuti dall’Occidente non sono bastati a riunire la parte centrale e meridionale del Paese sotto un’unica autorità, ignorando perfino la realtà di uno Stato de facto, il Somaliland, dove la guerra non c’è e le istituzioni funzionano. In totale, al tavolo di Londra c’erano ben quattro presidenti somali, oltre a quello del Governo Federale di Transizione. E fuori non meno di tre manifestazioni, tutte per motivi diversi.
Poi c’è al-Shabaab, di fronte al quale ci poniamo un dilemma analogo a quello che riguarda i taliban in Afghanistan: trattiamo anche con loro o no? Hilary Clinton lo ha escluso, perché il gruppo “ha dimostrato di non essere dalla parte della pace”. Tuttavia al-Shabaab non è una forza unitaria, bensì un’affiliazione delle milizie, alcune certamente più aperte ai negoziati per risolvere la crisi, altre meno. La capitale Mogadiscio è tuttora oggetto di attacchi da parte delle fazioni più radicali, ma la partecipazione di quelle moderate sarà indispensabile per raggiungere qualunque accordo.

È opinione diffusa che abbia i “passaporti più truccati”,la “peggiore crisi umanitaria”, il “governo più corrotto” e la “capitale più pericolosa” del mondo. La verità è che se la Somalia (o meglio, ciò che ne resta) non fosse seduta su un mare di petrolio, chissà se l’Occidente si sarebbe mai ricordato di questa terra, Stato fallito per eccellenza.
Anche la risposta della comunità occidentale alla terribile emergenza alimentare che affligge il Corno d’Africa è stata insufficiente e, come ricostruito dal Guardian, del tutto condizionata alla formale dichiarazione di carestia da parte delle Nazioni Unite e alla maggiore copertura mediatica che ne è seguita. Spente le telecamere, anche l’aiuto si è esaurito.

La verità è che nessuno non sa cosa fare per la Somalia. L’intervento internazionale comporta seri rischi (e costi elevati), e d’altra parte già la fallita missione Restore Hope ci ha insegnato che troppe ingerenze esterne portano più male che bene. Nonostante ciò, Londra propone attacchi aerei contro al-Shabaab, trascurando il fatto che qualunque azione militare sul campo non risolverà le cause profonde del conflitto, ma al massimo contribuirà a spingere la gioventù somala dalla parte dei ribelli (qui un reportage su come al-Shabaab cattura i cuori dei giovani somali).
Bastano i modesti risultati fin qui ottenuti dagli eserciti locali a dimostrarlo. Oltre ai 12.000 uomini della forza Amisom (presto saranno portati a 18.000), sul campo sono presenti le truppe del Kenya, impegnato in una proxy war con la vicina Etiopia per la supremazia regionale più che a contribuire a stabilizzare il proprio martoriato vicino.
Il futuro di pace e unità auspicato per la Somalia sia ancora al di là dell’orizzonte.

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